Cultura Recensione Film 22/10/2017 11:31 Notizia letta: 494 volte

It: un remake che vince e convince

Tratto dal romanzo di Stephen King
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Lo diciamo subito a scanso di equivoci: questo remake ci è piaciuto. E pure tanto. Se ne sentiva davvero il bisogno dopo la miniserie televisiva andata in onda nel 1990 di una rivisitazione del romanzo capolavoro dell’Horror di Stephen King, da molti considerato il miglior romanzo di genere di sempre: It (chapter one) di Andres Muschietti sta conquistando pubblico e critica sia in America che qui da noi, in Italia. Un film abbastanza riuscito, con interpreti all’altezza e con effetti speciali all’avanguardia che provocano nello spettatore un vero senso d’inquietudine. Una premessa, però, è d’obbligo: il romanzo (come quasi sempre in questi casi), rimane insuperato. Presumiamo, infatti, sia impossibile dare la stessa profondità psicologica ai personaggi tratteggiati da Stephen King in quel capolavoro di più di 1300 pagine. Anche lo scontro finale nelle fogne è piuttosto differente rispetto al libro ma rimane comunque molto gradevole.

Pur non potendo fare troppi paragoni fra questo film e la miniserie televisiva del 1990, proprio per il mezzo usato (qui siamo al cinema, lì in televisione), qualche paragone sul Pennywise/It del giovane  Bill Skarsgård e quello portato sullo schermo per la prima volta da Tim Curry è davvero d’obbligo. Tim Curry aveva dato davvero tanto a quel personaggio e interpretò il ruolo della vita. La miniserie, ai tempi, suscitò davvero paura però è un film che rivisto oggi dà l’impressione di essere invecchiato male: gli effetti speciali sono puerili, la trama ha troppi buchi narrativi e parti superflue, la seconda parte (gli adulti), non regge il confronto con la prima e la battaglia nelle fogne aveva scontentato tutti. Vero è che questo film di Muschietti ci propone ancora soltanto il capitolo uno (purtroppo, dobbiamo aspettare un paio d’anni prima di vedere il secondo), ma le premesse sono oggettivamente migliori. L’unico personaggio che davvero è rimasto nell’immaginario collettivo era proprio il Pennywise si Tim Curry: era davvero un pagliaccio inquietante perché credibile. Il naso di plastica, i capelli rossi, i pantaloni bracaloni e il sorriso da stregatto, lo facevano sembrare un pagliaccio da compleanno triste e lo avvicinavano a quello descritto nel romanzo, cioè una versione horror del clown del McDonald.

Il Pennywise di Bill Skarsgård non ha questo duplice aspetto: appare subito come una figura inquietante a cui nessun bambino si avvicinerebbe mai, vestito com’è con abiti d’epoca (che ci fanno già intuire quanto sia vecchia questa manifestazione demoniaca). Insomma, l’It di Tim Curry continua a reggere, nonostante il passare del tempo e delle epoche. Quello di Bill Skarsgård ci piace moltissimo, ma poteva essere strutturato meglio nel concept iniziale. C’è da dire, inoltre, che questo remake è ambientato negli anni ’80 e non negli anni ’50 come l’originale miniserie e il libro. Un avvicinamento dei tempi resosi necessario, visto il passare delle epoche, per coinvolgere lo spettatore più giovane nel capolavoro di King. Questa operazione, comunque, non disturba e qualcosa di simile venne fatta con Carrie – Lo sguardo di Satana, altro film tratto da un romanzo di King: il remake era ambientato negli anni 2000, mentre il film originale di Brian de Palma negli anni ’70. Ma il remake di Carrie fu terribile e non riuscì a eguagliare il capolavoro interpretato da Sissy Spacek.

La storia, come dicevamo, è ben nota: un gruppo di ragazzi “perdenti” si trovano a Derry, cittadina del Maine, durante l’estate in cui spariscono bambini misteriosamente. La banda è composta da Bill, il balbuziente a cui è scomparso il fratellino, Ben, il ciccione secchione con l’animo di un poeta, Mike, il nero perseguitato dai bulli, Eddie, malato immaginario oppresso dalla madre, Stan, ebreo perfettino che non crede nel paranormale, Richie, il ragazzino quattrocchi che parla troppo e Beverly, l’unica ragazza del gruppo, con padre alcolista e vittima di abusi. Costantemente perseguitati dai bulli capeggiati da Henry Bowers, si accorgono di vedere strane apparizioni, principalmente un pagliaccio inquietante e mutaforma che loro chiamano “It”. Viene sviluppato molto bene, infatti, il concetto filosofico secondo cui una paura può realmente distruggerti se le dai spazio e credito.

E It, in fondo, non è altro che questo: le nostre paure infantili divenute realtà. Assenti o completamente inadeguati nel loro ruolo, quasi tutti gli adulti, tema caro a King. I bambini, insomma, restano soli ad affrontare l’entità anche perché gli adulti non vedono le manifestazioni demoniache come i bambini perché, una volta cresciuti, non possono crederci più. L’intera cittadina di Derry, in parole povere, risulta essere maledetta da questa entità. Aspetteremo con ansia il secondo capitolo ma intanto, questo primo It è già campione d’incassi al botteghino in Usa risultando il film horror più visto di tutti i tempi e togliendo il primato ad un capolavoro del 1973: L’Esorcista di William Friedkin.

Irene Savasta
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