Giudiziaria Reggio Calabria 23/11/2017 12:49 Notizia letta: 2144 volte

Omicidio Fava-Garofalo, il boss Filippone nega tutto. O quasi

Non sa nemmeno che i suoi figli sono accusati di traffico di droga
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Reggio Calabria - Un piccolo squarcio di luce nel buio che è stata la strage dei carabinieri Antonino Fava e Giuseppe Garofalo, avvenuta nel gennaio del 1994: i due giovanissimi carabinieri morirono sotto i colpi di Consolato Villani e Giuseppe Calabrò. Oggi, siedono davanti alla corte di assise Reggio Calabria i boss della 'ndrangheta Giuseppe Graviano e Rocco Santo Filippone. E proprio Filippone ammette davanti al Pm che il padre di Villani andò da lui, preoccupato che il figlio stesse prendendo una brutta strada perchè frequentava suo nipote, il Calabrò.

Un'ammissione parziale, certo, ma pur sempre significativa. Il fatto è emerso durante l'interrogatorio del 28 luglio del 2017: Rocco Santo Filippone, da poco finito in manette, si trova davanti al gip Olga Tarzia ed al pm Lombardo per l’interrogatorio di garanzia. Sono migliaia le pagine che parlano dei fatti che lo riguardano ma Filippone, che decide di rispondere alle domande, come nella migliore tradizione dei boss di Cosa Nostra nega di conoscere chiunque sia anche solo timidamente accostabile alla ‘ndrangheta; nega di sapere nomi, circostanze e fatti. Tutti i boss lo fanno, la cosa non sorprende. Asserisce, infatti, che tutto ciò che riguarda la 'ndrangheta lo ha scoperto dai giornali e dalle tv. 

Alle prime domande del gip, Filippone parla di suo nipote, Giuseppe Calabrò, figlio della sorella e autore materiale del duplice omicidio. "Purtroppo è mio nipote", dice. Poi, dichiara di non aver mai avuto nulla a che fare con lui da quando si trova in carcere e da quando ha scoperto dell'omicidio. Nega di conoscere Consolato Villani e di non sapere minimamente la ragione che ha portato all’omicidio dei carabinieri. Nega di conoscere Totò Riina, l'ideatore della strategia stragista. Nega tutto insomma. Non sa nemmeno che i suoi figli sono accusati di traffico di droga. Il pm, poi, ricorda l'episodio in cui la madre di Giuseppe Calabrò si recò dal figlio in carcere per chiedere di smettere di parlare della famiglia, dopo l’interrogatorio reso ai magistrati, in cui Calabrò fece il nome dei Filippone. Ma anche su questo, il presunto mandante dell’omicidio dice di non saperne nulla, né sa replicare quando il pm gli dice chiaramente che non avrebbero avuto senso le parole della donna, se non vi fosse stato un coinvolgimento dei familiari nella vicenda. Poi, a metà interrogatorio, una piccola ammissione.

Si discute di Villani, della sua affiliazione, del suo inserimento a Santa Caterina. Filippone spiega che Consolato Villani non lo ha mai incontrato, contrariamente a ciò che il pentito dice, ossia di essere andato a casa dell’imputato con suo padre, Giuseppe, e con Calabrò. Il gip Tarzia chiarisce i contorni di quella visita: "Anche perché il padre era un po’ preoccupato del comportamento di questo ragazzo, quindi è venuto a chiedere a voi rassicurazioni in una circostanza, il papà di questo ragazzo, Villani".

Ed è così, che in un primo momento, Filippone fatica a ricordare. Pian piano, però, arrivano le prime ammissioni dopo che il giudice incalza: "Perché è venuto da lei?". Filippone incassa: "Ma se sono venuti… se sono venuti là, perché praticamente siamo cognati, ed è venuto a dirmi qualcosa, quindi non è che gli ho detto".  In pratica Giuseppe Villani si sarebbe recato a casa di Filippone a dire che il figlio stava prendendo una brutta strada perchè si era messo insieme al nipote di Filippone, il Calabrò. Filippone, ad un certo punto dell'interrogatorio, stretto dalla logica e dalla coerenza sul piano razionale, ammette che l'incontro c'è stato e che il padre di Villani era venuto "ritenendo opportuno che magari siamo cognati, con mio cognato, e magari è venuto là a dirmi: “Vedi che qua se tu hai la possibilità, chiama qualcuno per…”.

Irene Savasta