Giudiziaria Reggio Calabria 04/12/2017 14:41 Notizia letta: 3098 volte

Omicidio Fava e Garofalo, l'ombra della Falange Armata e dei servizi

Processo ai boss Filippone e Graviano
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Reggio Calabria - E’ iniziato presso la corte d’Assise di Reggio Calabria il processo a Rocco Santo Filippo e Giuseppe Graviano, i due boss della ‘Ndrangheta accusati dell’omicidio dei due carabinieri Antonino Fava e Giuseppe Garofalo, uccisi durante un attentato nel gennaio del 1994 nei pressi del casello autostrale di Scilla. E se la convinzione degli inquirenti è che quell’omicidio era legato alla cosiddetta Strategia stragista ordinata da Totò Riina continuano ad emergere nuovi, inquietanti particolari: c’è un filo rosso che lega quegli omicidi e le stragi continentali avvenute sempre in quegli anni e quel filo rosso si chiama “Falange Armata”, misteriosa organizzazione terroristica che negli anni ha rivendicato parecchi attentati e di cui avrebbero fatto parte anche alcuni settori deviati del SISMI.

A deporre sul banco dei testimoni due dirigenti di polizia di primo piano del servizio centrale antiterrorismo. Anche in Calabria vi furono diverse rivendicazioni della Falange, come quella del 20 gennaio 1994: una telefonata in cui si fece riferimento agli attentati dei carabinieri. La voce maschile, con accento calabrese, telefonò ai carabinieri di Scilla e disse: “Se continuate così ne uccideremo altri quattro vedete che non stiamo scherzando”.

La seconda rivendicazione è del 1 febbraio 1994 ed è sempre una telefonata giunta alla stazione carabinieri “Rione Modena”, con cui una donna, con inflessione dialettale calabrese, disse: “Maledetti stiamo facendo una strage maledetti”. Tale chiamata può ricondursi a quanto avvenuto lo stesso giorno, con il ferimento di due militari fra gli svincoli Arangea e San Gregorio, gli appuntati Musicò e Serra.

La terza rivendicazione, invece, è quella che più rileva per i collegamenti con la matrice terroristica di questi fatti. Risale al 4 febbraio 1994 ed è una missiva che giunge alla stazione carabinieri di Polistena, con un documento a firma “Falange armata”, scritto con un normografo e con il seguente testo: “Quanto ci siamo divertiti per la morte dei due carabinieri bastardi uccidi sull’autostrada, è un inizio di una lunga serie e mi auguro che a Polistena facciate tutti la stessa fine”.

Ma che cos’è la Falange Armata? In realtà, questa organizzazione resta qualcosa di molto nebuloso. Qualcosa che ricorda i cavalieri macedoni, quella falange usata dagli uomini di Filippo e Alessandro per conquistare il mondo allora conosciuto. Il poliziotto passa in rassegna il numero di comunicati a firma “Falange armata” e si scopre così che si passa dai 28 del 1990, primo anno di attività, per giungere ai 308 del 1991, ai 189 del 1992, fino ai 437 del 1993, anno di punta di questa tipologia di comunicati. Poi, dopo il 1994 (291 comunicati) ci fu una continua flessione che arrivò sino al 2000, anno in cui scomparì definitivamente dalle tipologie di rivendicazioni. C’erano comunicati contro personale carcerario, forze dell’ordine, magistrati, ma anche giornalisti particolarmente intraprendenti, personalità politiche e alte cariche dello Stato come il presidente della Repubblica.
Personaggi di spicco di questa organizzazione sarebbero alcuni componenti di rilievo del vecchio Sismi.

La ‘ndrangheta, in quella sigla della Falange Armata, c’era dentro fino al collo. E se è vero che la stessa sigla sarà poi usata per rivendicare le stragi di via Palestro, via dei Georgofili ed altri episodi, allora diventa più chiaro quel disegno unitario nel quale rientrarono anche gli attentati ai carabinieri Fava e Garofalo. Schegge impazzite dello Stato (come disse l’ex presidente della commissione stragi Gualtieri) che si mettevano insieme ad esponenti della criminalità organizzata. Tutti nello stesso laboratorio, tutti per destabilizzare un Paese intero e prenderne il controllo.

Irene Savasta