Cultura Scicli

Paolo Nifosì: A proposito della facciata Miccichè-Lipparini

Si ricostruisca la facciata del collegio dei Gesuiti

Scicli - Leggo su RagusaNews del 22.12.2017 che “nei giorni scorsi il Comune di Scicli ha conferito un incarico allo studio di progettazione ragusano Architrend degli architetti Carmelo Tumino e Gaetano Manganello affinché progettino un intervento di messa in sicurezza della scuola media Lipparini-Miccichè di piazza Italia a Scicli, la cui facciata di vetro è considerata una ferita architettonica per il centro storico barocco della città.
Il Comune parteciperà ad un bando del Ministero della Pubblica istruzione per chiedere l'assegnazione dei fondi necessari a un adeguamento alle normative sulla sicurezza dell'edificio scolastico, prevedendo allo stesso tempo la rimodulazione della contestata facciata, figlia di un malinteso modernismo che negli anni 60 del Novecento portò alla demolizione del convento dei Gesuiti”.

A tal proposito, essendo un argomento di notevole importanza per la fisionomia e l’immagine di quello spazio urbano, intendo dare il mio contributo sull’argomento. Dagli anni Ottanta fino ad oggi il tema è stato sempre oggetto di dibattito, perché la facciata progettata e realizzata nel 1960 dopo aver demolito il collegio gesuitico settecentesco, non è stata accettata dalla coscienza culturale collettiva, non solo della città e dei suoi cittadini, ma anche dalla stragrande maggioranza di quanti hanno visitato la città, ritenendo quel progetto e quella realizzazione fuori luogo e dissonante con l’armonica sedimentazione dei linguaggi architettonici e del contesto naturale di Piazza Italia. Per sanare quella ferita sono stati banditi due concorsi di idee, uno negli anni Ottanta e uno negli anni 2000, con due progetti che hanno vinto rispettivamente nelle due occasioni, due concorsi che hanno visto giurie autorevoli. Quei concorsi hanno prodotto più di un centinaio di proposte progettuali che, a mio avviso, se realizzate non avrebbero risolto il problema. Infatti le proposte, le più varie, sono state il frutto di un’idea di fondo: il progetto non può non essere che contemporaneo, pur cercando, a vario titolo di tentare, un’armonizzazione con il contesto urbano della piazza. Ciononostante tutte le proposte quell’armonia non l’avrebbero raggiunta. La frattura tra quanto è contemporaneo in architettura e la storicità sedimentata del contesto urbano è impossibile risolverla sulla base della contemporaneità architettonica. So bene che considerazioni del genere potranno essere contestate da architetti e storici di architettura più o meno blasonati. Sulla base della cultura architettonica contemporanea se ne sono viste di tutti i colori e di tutte le forme nei tantissimi progetti proposti. Si badi bene: l’architettura contemporanea a partire dal Razionalismo architettonico ha prodotto opere straordinarie in campo internazionale. Ciononostante mi sono convinto nel riflettere sul tema che la soluzione non può essere fornita dagli architetti, più o meno bravi, archistar o meno. La loro formazione li porta sempre a soluzioni di cultura architettonica contemporanea. Quali altre proposte? Demolire l’edificio per farne una piazza? Ma il vuoto che si creerebbe non sarebbe una risposta. Lasciare l’attuale facciata contemporanea, dal momento che le risposte alternative non sono risolutive: una non risposta. A mio avviso l’ipotesi più credibile sarebbe quella di rifare la facciata della Scuola Media Miccichè-Lipparinì dov’era e com’era. Il teatro La Fenice di Venezia, dopo l’incendio di alcuni decenni orsono, è stato rifatto dov’era e com’era; molte città, dopo la seconda mondiale nel centro Europa sono state ricostruite dov’erano e com’erano; il valore dello spazio urbano di Piazza Italia consiste nella bellezza complessiva, dove l’edificio della scuola media è una tessera del mosaico, e la meno dissonante, direi la più armonica proposta sarebbe il rifacimento del progetto settecentesco di cui ci restano le foto. A questo punto le competenze che servono non sono quelle richieste per un nuovo disegno, ma quelle relative alla saldatura tra l’attuale edificio in cemento armato e il disegno della facciata settecentesca. Se non si dovesse raggiungere questo risultato è meglio lasciare le cose come stanno: tra un nuovo nuovo e un nuovo già presente non ha senso fare un nuovo progetto. Ribadisco il problema non è di architettura contemporanea. Il mio augurio è quello di vedere rifatta la facciata del Collegio gesuitico com’era. L’opera importante non è la facciata della Lipparini-Miccichè, ma l’assieme urbano dove natura e architettura dialogano nelle sedimentazioni culturali plurisecolari. Il Novecento architettonico e i primi decenni del Duemila su quella facciata sono stati sconfitti e non hanno nulla da dire. Questo mio intervento so bene che non piacerà a molti, ma di quanto ho scritto sono molto convinto, dopo averti riflettuto più e più anni.