Giovedì 09 Febbraio 2012 - Aggiornato 08/02/2012 22:51 - Online: 156 - Visite: 8388607
22/06/2009 20:53
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Vi proponiamo in esclusiva un filmato dell'Istituto Luce, risalente al 1952: Fausto Coppi in corsa per il Giro del Mediterraneo, di passaggio per Ragusa.
Fausto Coppi trionfa nel Gran Premio del Mediterraneo 18 novembre 1952
La strada invincibile
La positività dell’idea, di quel gesto sportivo – candido nelle sue fatiche – attraversava città e territori che faticosamente ricostruivano una loro identità, trasformando le macerie della guerra in simbolo di speranza. Nel rude popolo di Sicilia c’era la volontà di rinascere e i caparbi ciclisti, in tanta emergenza, mostravano un esempio di valore simbolico e morale. Il Giro del Mediterraneo attraversa luoghi distanti dalla storia del ciclismo nazionale: “Per conquistare il ciclismo al meridione”, così dice il commentatore dell’Istituto Luce. I siciliani hanno bisogni primari ed esigenze di sussistenza essenziale. Guardano quelle strane figure ingobbite e tristemente colorate, con distacco. Come se osservassero un mondo altro diverso e scollato dal loro patimento. Le corse all’epoca, si alimentavano della temerarietà dell’avventura e i ciclisti le affrontavano con incosciente disinvoltura. Quei faticatori, hanno dato l’anima al ciclismo e ne sono stati loro stessi l’anima. Un’anima grande somma delle loro.
Il ciclismo, dalla sua nascita, è un romanzo popolare. Che è stato capace di riunire l’Italia e l’ha fatto meglio di Garibaldi. L’ha riunita nella condivisione di una passione. Nella comprensione delle imprese. Nell’entusiasmo per i personaggi eroici, che hanno segnato storie e la stessa storia politica e sociale. L’Italia all’epoca era divisa in due: tra Bartali e Coppi. Era questione di pelle, di accento, di politica. Bartali loquace toscanaccio democristiano, Coppi zittone (forse) socialista.
Sulle strade di Sicilia polverose, spalmate di lavoro e umide di sudore, il popolo del ciclismo attendeva per ore il passaggio, per la gioia di un attimo. I ritratti scavati e dolenti di quei siciliani, di una essenzialità antica, trasmettono meraviglia e distacco insieme. Vedono transitare a due passi di distanza quegli strani personaggi secchi come i telai delle loro biciclette, con moderata partecipazione e senza gioire. Altri sono i pensieri di ciascuno.
“Per conquistare il ciclismo al meridione”, nessun ciclista siciliano apparirà lungamente nella scena nazionale. Lo sport è stato spesso considerato da perditempo e le urgenze erano di altro tipo e rivolte alla sopravvivenza. Bisogna aspettare 30 anni per avere un ragusano ai vertici della ribalta. Vincenzo Cupperi professionista all’AlfaLum, dopo Angelo Canzonieri professionista alla Magniflex. Giovani caparbi, che hanno affrontato sacrifici simili a quelli degli emigrati che si portavano nei luoghi delle industrie del nord Italia. Hanno fatto scuola di ciclismo in toscana.
Sono passati tanti anni da quel 1952. Oggi il ciclismo si vive in modo diverso e si segue con maggior coinvolgimento. La fatica è rimasta immutata, impasta la lingua ed annebbia la lucidità del pensiero. I siciliani, gente cresciuta sui sacrifici e senza bizze, vengono cercati dalle squadre per la loro capacità a sopportare la sofferenza dello forzo, senza mai lamentarsi, senza dire mai: questa strada è invincibile!
Ellj Nolbia
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