20/10/2009 01:44
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“Comunque viviamo, sempre siamo esuli.
Siamo esiliati dalla nostra infanzia, dalla nostra stessa vita”
Alvaro Mutis
“Si ricordò dell’armonia che era stata la sua vita,
dei lunghi anni in cui si era sentito a suo agio nel luogo dove era vissuto”
Franco Antonio Belgiorno
Franco ANTONIO Belgiorno fa parte dei creativi nati il 13 di Giugno:
William Butler Yeats, il poeta del Rinascimento celtico, autore allo stesso tempo radicatissimo nella sua Irlanda e aperto alle innovazioni liriche del Novecento;
John Nash, il matematico premio Nobel per la Teoria dei Giochi;
Aby Warburg, lo studioso che ha rivoluzionato la storia dell’arte con l’Iconologia;
forse anche Dante Alighieri (Wikipedia fert…), il poeta della complessità, del’esilio, dello sdegno per la sua amata Firenze;
ma soprattutto il 13 Giugno nasceva Fernando ANTONIO Pessoa, l’autore portoghese che non pubblicò – praticamente – nulla sotto il proprio nome, ma che inventò più di 20 eteronimi, cioè autori a ciascuno dei quali diede una personalità diversa e uno stile diverso e sotto le cui identità stampò i frutti creativi del suo multiforme ingegno: il poeta bucolico Alberto Caeiro, l’ellenista e oraziano Ricardo Reis, il modernista e futurista Alvaro de Campos,…
Non sappiamo se le tendenze alla molteplicità e alla ecletticità siano dovute all’essere nati il 13 Giugno1. Ma di sicuro 100 – più degli eteronimi di Pessoa - sono i Franco ANTONIO Belgiorno:
c’è il piccolo Ciccio che, data la manina al padre Franco Libero, scopre con lui Ortigia prima e Modica poi;
c’è il Ciccio Belgiorno che fra gli anni Cinquanta e Sessanta, con Marcello Perracchio, anima il mondo giovanile della Contea, importandovi il Rock and Roll (pronunziare “Rrsock and rrsoll”, cioè come i modicani pronunciano “Rrsobbetto”);
c’è il Frank Belgiorno che dalla fine degli anni Sessanta si inventa (bravo) giornalista in Germania;
c’è il Franco Antonio Belgiorno che dalla fine degli anni Ottanta cerca di radicarsi maggiormente negli Iblei, dove torna innanzitutto scrivendo, e dopo per sempre più lunghi soggiorni;
c’ è il Belgiorno guascone e quello malinconico, il viaggiatore e il sedentario, l’accalappianuvole e il bibliofilo, il castigatore sferzante e il narratore elegiaco,…
C’è il loquace affabulatore, che ha portato sempre nel cuore e nella mente la sua città e la Sicilia, rimanendole magari più vicino dei tanti che non ci siamo mai allontanati da essa.
Nei libri di Belgiorno quindi l’assenza e il desiderio s’intrecciavano con i ricordi. Le frequenti situazioni di scacco, di sconfitta s’univano alla perenne ricerca dell’armonia, dell’”ubi consistam”, del “giardino”. Emergeva cioè il bisogno di riconciliarsi dopo l’esilio, dopo l’assenza. Di ritornare alla Modica del rito, delle abitudini, che rassicurano, rasserenano, danno senso.
Quindi alla polarità positiva costituita da casa, Modica, infanzia, memoria, ritorno, scrittura si contrapponevano spesso inquietudine, rimpianto, introspezione, malinconia, quasi sempre in relazione al presente.
Ed era il sogno, la scrittura a rendere realizzabile il recupero di quanto si era perso.
Negli scritti di Belgiorno si alternavano contemporaneamente e costantemente ricordo e riflessione, racconto ed evocazione, emozioni e idee, reportage e "diario in pubblico": il "tono Belgiorno" è costituito da un amalgama di racconto e saggio, da una scrittura sempre in primissima persona, anche quando sembrava che parlasse di altre cose. E' un narrare come diario e joyciana "epifania".
Belgiorno era uno scrittore "medi-europeo", cioè "mediterraneo" e "mitteleuropeo" [o "mittel(medi)terraneo"], capace di unire la tradizione culturale meridionale e quella nordica declinando il nostos, ovvero il tema del ritorno, della nostalgia, verso le tonalità dello spleen, della sensucht, e così rimandando a questi anni “liquidi” (Bauman), di assenza, privi di punti di riferimento, in cui tutti siamo un po’ “lost in translation”, “perduti nel trasbordo” (e non mi riferisco ai bagagli smarriti in un aeroporto…).
Di un personaggio de “L’accalappiatempo” Belgiorno scriveva: “somigliava a quegli esseri umani che per patria hanno solo la memoria del passato”; ed era facile scorgere in quel personaggio qualcosa dello stesso autore, il quale utilizzava un larvato autobiografismo, una terza persona che nascondeva la prima persona: Belgiorno era un Ulisse che si faceva aedo ed Omero di se stesso.
Le sue altre costanti erano
la Sicilia, gli Iblei, in cui dominano gli odori (di zagare, carrube, gelsomini, nepitelle, citronella) e in cui regnano i melograni, le pergole, le buganvillee, le palme;
una provincia che diventa una Macondo rutilante di eroi e gesta;
la “quést” – inappagata – del tempo perduto;
il raccontare e raccontarsi, perché altrimenti il dolore inespresso resterebbe spasimo, grido, lacrima, e invece deve diventare nome, parola, ricomposizione, armonia.
Belgiorno aveva un rapporto bivalente con la sua Modica, che catullianamente "odiava e amava". Scriveva Belgiorno ne "Il giardino e l'assenza": "già prima di partire cominciai a tornare, e ogni volta che torno mi preparo alla partenza": Consolo ci richiamerebbe il Giovanni Verga che solo a Milano riesce a scrivere della sua Sicilia…
Belgiorno, difatti, non aveva nostalgia tanto di Modica, ma della Modica degli anni Quaranta-Cinquanta-Sessanta: rimpiangeva la "patria dell'infanzia", la sua adolescenza in parte inventata e perciò bella. Ma era un desiderio inappagabile: Belgiorno era in esilio da un luogo ormai inesistente: "l'Eden della giovinezza".
Ecco quindi il Belgiorno scrittore. Perché il passato è raggiungibile, forse, solo con il sogno, la scrittura.
E la Modica di Belgiorno è un sogno di pietra, una città concreta e fantastica. Una città araba, africana, ebraica (ma qui chiedo assistenza a Stefano Malatesta) nelle cui locande Saru Cinculiri e il munchhausiano cavaliere Raffaele Poidomani danno la mano a Melquiadez e a Santiago Nasar.
Derivava da ciò il desiderio di epicizzare i personaggi comuni, i liberi clochards modicani, la realtà banale, quotidiana: "Saru rimaneva a difendere il suo paniere come Orlando la sua Roncisvalle"..
Ecco quindi la volontà di cogliere epifanie e la capacità di collegare la provincia e il mondo, Modica e Madrid, Santa Maria di Betlemme e una piazza messicana: "The Dubliners mi commosse, perché Modica era un'Irlanda invernale corrosa dalla pioggia. Da dietro le finestre, di sera, nel brillio dei lampioni attenuato dall'umida nebbia, credetti di veder calare la neve", come nello struggente finale de 'The Dead'.
Così scrivendo, Franco Belgiorno parlava di Modica e del mondo, di se stesso e degli altri, descriveva e si descriveva.
Dall'"assenza" passava al "giardino".
Dall'"esilio" ritornava all'Eden.
Al Paradiso terrestre.
E nel Paradiso degli scrittori ora Franco parla con Ggiuggi (Borges) e Giacomo (Joyce), con Duccio e Raffaele.
Caro Ciccio, ogni 13 Giugno – e passando di fronte il Quadrato della Palma e la libreria “La Talpa” - ce ne ricorderemo della tua allegra malinconia…
Giuseppe Pitrolo
Foto Luigi Nifosì. Video intervista di Luca Scivoletto
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