31/10/2009 11:07
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Scrivere sul Sud è diventato quasi uno sport civile, un vero e proprio esercizio letterario.
Il Sud come un tempo l'Eldorado o come la Chicago di Al Capone e la New York di Joe Petrosino. Un falò di luoghi comuni abusati, ripetuti fino alla nausea. Dei cliché logori che nulla hanno a che fare con la realtà palpabile, con il dramma quotidiano che solo chi vi abita è condannato a subire e a vivere.
Camillo Paolo Filippo Giulio Benso forse non era andato più giù di Genova. Aveva trascorso a Londra la sua giovinezza migliore, dove si era potuto minuziosamente documentare sul liberismo economico e sul liberalismo inglese ritenuti dalla sua ammirazione come i veri baluardi contro la pericolosa propagazione delle idee socialiste.
In una Londra di metà Ottocento si erano dati convegno grandi spiriti europei, grandi avventurieri e protagonisti della storia di quegli anni. Camillo Benso, Marx, Mazzini, Garibaldi.
L'Inghilterra guardava con sospetto e con ansia alla politica italiana, gelosa di una posizione dominante che aveva fatto del Mediterraneo il mare delle sue scorrerie corsare. Malta e Gibilterra furono i veri grandi porti strategici di tal egemonia.
Il conte Benso tutto questo lo aveva intuito. La storia ci ha insegnato attraverso libri celebrativi e parziali una verità bugiarda. Ha tracciato un profilo del conte irreale, fasullo, inattendibile. Benso non fu altro che uno strumento consapevole della politica inglese alla quale ci vendette con sprezzante determinismo, nel nome di un'Italia unita. L'idea giobertiana di una lega doganale che preludesse a una confederazione di stati italici, cui in precedenza il conte aveva aderito, era stravolta dall'ambizione di quest'uomo piccolissimo e astuto in un progetto unitario senza che nessuno lo avesse voluto, senza che nessuno lo avesse pensato, nel quale tutti erano stati crudelmente ingannati.
Il Sud, a lui completamente sconosciuto ma perfettamente noto alla politica inglese per le sue fiorenti fabbriche, per un'economia in continua espansione che minacciava da vicino i commerci britannici nel Mediterraneo; per le miniere siciliane di zolfo, materiale ritenuto a quei tempi strategico e importante; per la costante delazione di famiglie, Ingham e Woodhouse, fedelissime alla corona inglese, gli interessi delle quali in Sicilia erano noti e notevoli; il Sud, ripeto, fu merce di scambio, vile baratto per la realizzazione di un sogno che si rivelò, nel tempo, incubo, frode, menzogna.
Il Sud. Sempre il Sud. Il conte lo immaginava selvaggio, sottosviluppato, arretrato.
La spedizione dei Mille voleva essere la risposta diplomatica a un nuovo riassetto di equilibri e di forze in ambito mediterraneo e fu, invece, l'inizio di una decadenza e di una morte lenta alla quale furono sacrificati ragioni di stato, sogni indipendentisti e libertari di uomini ingenui, come Rosolino Pilo, e vite.
Il Mezzogiorno, in effetti, economicamente ricco e culturalmente progredito fu saccheggiato. Vero e proprio bottino di guerra spartito tra briganti travestiti da liberatori che non alti ideali avevano spinto verso le nostre coste ma solo sete e brama di rapina.
La Storia fu riscritta a quattro mani e ancora oggi la verità è sovvertita dalla menzogna. Il nuovo Regno non eccelse in uomini e in strategia. La tassa sul macinato, la regia privativa, l'odio e la violenza con i quali il nemico s'impossessò dei beni e delle risorse del Sud distrussero lentamente la sua economia. Gli uomini che venivano dal Nord con mandati specifici di amministrazione e di governo si rivelarono ostili, inadeguati, inetti, spesso impreparati ai compiti ai quali erano stati preposti. Con la svendita del Mezzogiorno d'Italia si finanziò lo sviluppo industriale del Nord. Un Nord che continua a vivere di quell'antica ricchezza, di quell'antico disprezzo, nel becero tentativo leghista di distinguersi dai poveri che esso stesso ha prodotto e sfruttato.
Nella foto, di spalle il ministro Renato Brunetta, a colloquio con la collega Mara Carfagna
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