06/11/2009 22:57
Notizia letta: 3174 volte
Sempre con maggior frequenza ritratti di giovani persone scomparse appaiono sulle pagine di questo giornale. La giovane età ci fa vivere il profondo disagio per la mortalità umana. E il destino eroico riferito all’epilogo, è il prodotto di una nostra insormontata incapacità ad accettare la morte.
Negli ultimi casi, scomparsi tutti per malattia.
Frequentemente la solita del secolo: il tumore!
A fronte di tale malessere non desiderato, c’è chi della vita sente un peso insostenibile. Considera la vita una malattia non cercata, una inevitabile condanna. A quel punto la morte diventa l’ultima difesa inconscia all’insopportabile minaccia di dover esistere per costrizione. Con la “bella morte” si realizza – insieme alla pacificazione – istantaneamente e per sempre l’illusione della gloria.
Principè
Una vita,
che si accosta per un tratto alla nostra,
lascia tracce perduranti
per lungo tempo,
a volte per sempre.
Anche quando si disgiunge,
un’impalpabile aurea rimane
con radicamento reale,
ad arricchire
la nostra esistenza.
Voglia di vivere
Spesso siamo convinti di conoscere a fondo le leggi della natura e di avere compreso pienamente la struttura della materia. Poi ci accorgiamo che la realtà che speravamo di conoscere si allontana sempre di più dalla cornice di chiarezza che sembrava acquisita, e a quel punto si sfaldano convinzioni e certezze.
Quando uno squilibrio avviene, le difese immunitarie dell'organismo invece di lottare contro gli agenti patogeni che s’infiltrano nel corpo umano, si rivolgono contro l'organismo che dovevano proteggere - come una vera e propria congiura di palazzo - distruggendone dall’interno ogni equilibrio e sperato benessere.
Quando il corpo si ammala, si prova talvolta un senso di estraneità con esso, come se fosse qualcosa che ci costringe dentro i suoi limiti angusti. Una prigione perfino scomoda che racchiude dentro una materia morente un’anima sensibile e attenta. Eppure le infinite e spesso poco ravvisate sofferenze che emergono con la malattia ne hanno preceduto segretamente l'insorgere, magari ne sono state perfino la causa.
A quel punto sopraggiunge l’afflizione!
I medici combattono ogni giorno contro le sofferenze.
L'essere umano in questa lotta è un guerriero spesso invincibile perché lotta contro la propria morte. La natura lo ama, per la spontanea predisposizione alla guarigione che lo governa.
Ma nell’organismo più complesso, che è il nostro corpo, molti aspetti rimangono chiusi alla luce della conoscenza. La pratica medica è ricca di speranze, ma le tecniche chirurgiche e i farmaci a confronto della ferocia di certo male, sono grezze e impotenti.
L’aggressione fisica del tumore è devastante e la medicina, nel tentativo di debellarlo velocemente, fa accettare alla gente i rischi della cura piuttosto che quelli della malattia.
Come tutte le sofferenze: annichilisce. Fa delle persone sane e realizzate, degli involucri privi di volontà e pieni di rimpianti.
L’accanimento alla vita fa battere tutte le strade della cura: della medicina ufficiale, alternativa, orientale, sperimentale, autoguarigione, ecc. a volte inutilmente, perché l’esito di frequente è determinato.
La solitudine caratterizza la sofferenza di questa malattia e spesso prima della remissione delle capacità di lotta, insorge un nuova urgenza: la ricerca di una compagnia spirituale. La spiritualità come una sorta di rassegnato insegnamento ad accettare la separazione. La sintonia con una salvifica speranza che si può aprire oltre quella fino a quel momento vissuta.
Bisogno di morire
Rainer M. Rilke - con saggezza e bonomia - riportava al giovane poeta, come “ … dopo una sofferenza la nostra forza ne viene fuori accresciuta”. Delle volte la nostra forza, non è tale da superare la sofferenza. Quando il panico ci possiede e si perdono le risorse che lo controllano, la morte viene intesa positivamente, perché la fine del proprio dolore di un peso intollerabile. Non si ha più paura di essa, ma la si vede come un'”amica” che ci darà conforto e sollievo.
Può succedere che quello che agli occhi del mondo, delle insensibilità diffuse, può apparire come un evento ordinario – per esempio, la separazione da una persona amata - abbia un effetto devastante in chi vive quel dolore. Quello che è importante non è tanto l'evento oggettivo in sé, o nel suo valore assoluto corrente, ma il significato che questo assume per la persona e nella persona che sta male.
Motivo scatenante di certe decisioni è la mancanza d'amore: chi prende in considerazione il bisogno di morire, sente che a nessuno importa se lui vive o muore. Spesso dietro a delle apparenti "normalità", si nascondono alti gradi di sofferenza e disperazione, invisibile agli occhi del mondo e spesso, invisibile persino agli occhi dei familiari e degli amici più cari.
Cesare Pavese ne “Il mestiere di vivere”, fa una notazione pertinente con lo stato devastante con cui si vive un dolore dell’anima: ”La solitudine è sofferenza, l’accoppiamento è sofferenza, l’ammassamento è sofferenza: la morte è la fine di tutto”.
Chi dentro un forte dolore cerca la fine, vive immerso in un sentimento simmetrico duale verso il soggetto protagonista del suo malessere: un amore fortissimo, che dei momenti lascia spazio ad un altrettanto astio di pari intensità. Non controlla stadi intermedi della coscienza e scivola tra uno e l’altro eccesso. Mentre un senso di vuoto si allarga dentro devastando ogni facoltà, annientando ogni possibilità. Crolla il cervello e tutto quanto intorno.
“Ma insieme le mando anche copia di un piccolo poema appena apparso nella praghese ‘Deutsche Arbeit’. Lì continuo a parlare della vita e della morte e di quanto siano l’una e l’altra stupende.” Rainer M. Rilke
Ellj Nolbia
In copertina, le porte d'uscita
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30/11/2011 17:41
LUCIO MAGRI
en
IL primato della coscienza personale, solo da rispettare oltre ogni giudizio!
1
06/09/2010 16:03
BISOGNO E BISOGNI
Condannato
Difficile trovare la giusta via, l'uscita di scena più adatta. il "mestiere di vivere" è sempre un difficile mestiere.
0
08/11/2009 21:13
LE SCELTE
Un Uomo libero.
appunto perchè tali non si subiscono. Dov'è scritto che io debba "subire" la mia morte e non invece decidere la mia fine come, quando e dove voglio?Certe idiozie sono solo valide in Italia. All'estero queste cose sono oggetto di più approfondita e rispettosa analisi.
-1
08/11/2009 21:09
LA STRADA MIA
Romana
La strada è lunga, ma er deppiù l’ho fatto: so dov’arrivo e nun me pijo pena. Ciò er core in pace e l’anima serena Der savio che s’ammaschera da matto. Se me frulla un pensiero che me scoccia Me fermo a beve e chiedo ajuto ar vino: poi me la canto e seguito er cammino cor destino in saccoccia. (Trilussa)
-2
08/11/2009 20:20
G.S.
ognuno di noi è responsabile del proprio dovere di restare in vita, nei confronti dei genitori, dei figli, delle persone che seppur in apparenza distratte hanno bisogno di noi. La morte non può essere una scelta fatta, ma solo subita
-3
08/11/2009 14:49
DEL VIVERE O DEL MORIRE
Un Uomo libero.
Scrivere della vita e della morte non è facile. Soprattutto per chi ha un'idea della morte particolare. Io più volte ho varcato la soglia dell'ombra e queste esperienze mi hanno regalato una sensibilità verso quest'argomento speciale, unica. Dopo aver fatto l'esperienza dell'addio, non si può rimanere quelli di prima. La vita, la morte, tutto si ridimensiona per fare posto alla verità che in tempi non sospetti difficilmente riusciamo a cogliere. Francis Bacon, uno dei pittori maledetti del secolo breve, affermava che "l'Uomo è fatto per nascere, copulare e morire". Non era molto lontano dalla crudezza della realtà. Ci disperiamo per la "nostra" morte senza neppure immaginare le migliaia e migliaia di morti anonime che interessano il nostro pianeta. Ognuna è una storia che s'interrompe, il filo di una memoria che si spezza e si perde. Eppure quando siamo distesi sopra un letto di dolore, pensiamo che il mondo si ricapitoli in noi, nei nostri affetti, nei nostri egoismi. La "frequentazione" della morte mi ha insegnato a liberarmi di questo stupido e ingannevole pensiero. Come Aristotele credo che alla fine il mio spirito ritornerà a riunirsi a quel vento siderale, principio che si è incarnato per me, che mi ha consentito un'opportunità diversa, un diverso modo di essere. Nei millenni l'Uomo ha voluto esorcizzare il momento della fine. Ha creduto d'innalzare monumenti che lo aiutassero a sentirsi parte di quell'eternità che solo la morte potrà comunicare. Anche la resurrezione non è altro che un timido tentativo per convincersi di una finitudine inaccettabile, incomprensibile. Che sfumasse i confini della sofferenza per un trionfo definitivo di un corpo il quale mai, mai potrà essere tale senza lo spirito che lo chiamò a esistere. Tutta la letteratura latina è attraversata dal bisogno di dare una consolazione a un dolore incomprensibile, estraneo al piacere della carne. La filosofia stoica già additava la morte come l'inizio di una vita altra e pertanto non la fine di un itinerario ma la continuazione di un viaggio. Mentre Giovenale guarda alla morte con indignazione e Marziale con dolente lirismo, Seneca è esplicito nelle sue splendide lettere a Marcia, a Marullo, a Polibio. In tutte ribadisce l'inutilità del compianto, il grande valore che acquista il ricordo, la mancanza di sofferenza dei morti, il bisogno dell'Uomo di aprire gli occhi nel momento del dolore con la sapiente consapevolezza di seguire un giorno quanti l'hanno preceduto. La Morte è vista dal filosofo come una necessità universale che opera la trasformazione di uno status, ipotesi straordinariamente suggestiva fatta propria, in seguito, dalla liturgia della prima Chiesa cristiana. E allora perché ripiegarci su noi stessi se qualcuno dei nostri cari ci lascia? Il vero amore sa vincere il dolore del distacco, sa offrire quella stoica consolazione di un sentire diverso, di un percepire nuovo la presenza con sensi spirituali più che fisici. Chi non riesce a elaborare un lutto grave è perché aveva fatto di un sentimento l'oggetto del proprio egoismo. Personalmente non ho mai accettato e capito lo sconforto di vedovi e vedove che si aggrappano a sterili isterismi per camuffare e nascondere la consapevolezza di un fallimento spirituale che non trova più i riferimenti da esso artificiosamente individuati e creati. Chi soffre senza speranza non ha bisogno di nessuno. E' nudo davanti al proprio dolore e per questo desidera accorciare i tempi dell'attesa. Chi vede soffrire, se ama, deve capire e adoperarsi perché il desiderio del sofferente si avveri al più presto. Non perché il proprio egoismo trionfi. Questo purtroppo è il vero grande problema che molti fingono di ignorare, di non capire. E' il grande motivo che sta alla base del rifiuto accanito del testamento biologico che vuole appunto un allontanamento dalle scene del mondo discreto, silenzioso, sereno. Mi ha colpito il post di una ragazza, Marina, lasciato in memoria di Emiliano nel ricordo dell'anniversario della morte che il giornale ha voluto offrire ai lettori. Io paragonai, in quell'occasione, la morte di Emiliano a un tramonto. La ragazza mi commosse perché intuì il vero senso del mio pensiero lasciando a commento del pezzo una splendida foto scattata al tramonto sul mare di Cava d'Aliga. Così bisogna ricordare chi non c'è più. Con leggere distaccate attenzioni, con occhi asciutti di pianto, con quest'amorevole e intelligente sapienza del cuore.
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07/11/2009 19:57
C'è VITA E VITA, C'è MORTE E MORTE
Dasvidanija
Una malattia incurabile che dall’interno consuma come il fuoco la cera delle candele, rende l’uomo impotente. Ho visto (e non avrei mai voluto) una persona a me cara devastata da cellule malefiche che cercava di aggrapparsi allo scoglio della vita con tutte le sue forze: vegliata da un gatto nero, quasi simbolo tangibile dell’ineluttabile fine, in quella camera da letto per forza confusionaria, illuminata da una vivida luce settembrina che- incontrandosi con la tristezza e il dolore che vi aleggiavano dentro- diventava innaturalmente tetra, tale da invecchiare di colpo chiunque vi entrasse, ho realizzato in pochi secondi che nel nostro passaggio umano nulla è scontato. Il futuro in particolare. Il cancro, questo mostro tentacolato che sta beffandosi dei vivi di ogni età, sesso e condizione, della stessa storia del progresso umano, è una malattia imprevedibile e spesso letale. Una malattia, vera e propria contro la quale possiamo poco nonostante gli sforzi. Chi resta a soffrire per la perdita di un caro che il tumore ha rapito, nel primo momento di lucidità concesso dal dolore, si trova generalmente davanti a un bivio: da un lato un’altra strada di morte, quella del ripiegamento su se stessi; dall’altra quella della vita, dello sfruttamento dell’esperienza dolorosa a fini costruttivi. È una questione di scelte. Decidendo per la seconda, un giorno il prostrato si sveglia e dà un colpo secco al guscio di calcare creatosi attorno a lui, sopra di lui, sotto di lui, e ne viene fuori: vive per se stesso e per chi vivo, purtroppo, non è più. Vive e lotta contro le piccole morti (per fortuna non letali) che ogni giorno gli vengono “regalate” per il solo fatto di essere vivo! È l’unica rivincita concessa a chi quotidianamente può ancora sentire l’inevitabile brivido mattutino nel lasciare il rassicurante torpore dell’incavo che il suo corpo ha creato nel materasso. Colui che il cancro o qualsiasi altro morbo ha finora scansato, ha a sua volta la possibilità di scegliere tra la vita e la morte. Ecco perché c’è vita e vita, c’è morte e morte. Si può morire anche vivendo; è una scelta. Non la migliore, certo, se ci è stato dato di scegliere anche dell’altro che va in senso diametralmente opposto. Ci sono mostri obiettivi e mostri creati dalla fantasia, e dalla presunzione: bisogna saper discernere
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07/11/2009 13:12
LA SOLITUDINE...VERO MALE DELL'UOMO!
Francesca Cianci
LA SOLITUDINE…VERO MALE DELL’UOMO! Mi scuso preventivamente se a tratti è possibile che il mio pensiero scivoli in una sorta di retorica. In linea di massima rifuggo da quanto abbia a che fare con “mielosità e scontatezza”. Il tipo di lavoro che svolgo, al di là delle mie vicissitudini di vita, anch’esse dipinte a tratti da sofferenza morale e psicologica, mi porta quotidianamente a toccare con mano la malattia psichica che spesso nulla o poco ha a che fare con il malessere di tipo strettamente fisiologico; spesso addirittura ne è la causa. Conosco gente devastata da malanni del corpo le cui conseguenze morali non hanno gli effetti che invece riscontro in persone annientate dai mali dell’anima e della psiche. Da circa 25 anni svolgo un’attività che mi tiene a stretto contatto ogni giorno con i dolori più grandi che attanagliano gli individui e vi meraviglierete se dico che negli ultimi anni questo tipo di malessere ha assunto connotati ulteriormente significativi. I risvolti di tali sofferenze orbitano attorno ad un grande unico universo che oggi si stà purtroppo ingigantendo in modo fagocitante e le cui maglie si avviluppano morbosamente attorno alla gente che ne è vittima… sempre di più… sempre più frequentemente. Questo “cancro” che serpeggia in modo strisciante si chiama SOLITUDINE. Se il concetto formale può apparire banale, la realtà di contro è assai drammatica. La solitudine che avvolge oggi l’uomo prescinde da ogni età, da ogni sesso, da ogni cultura, da qualsiasi tipo di malattia organica. Spesso quando mi capita di consigliare a qualche paziente di rivolgersi ad un medico, la prima domanda che mi viene posta è: “ma è umano?!”. A rigor di logica ci si aspetterebbe “è bravo questo medico?”. Se si hanno occhi aperti e orecchie attente, non è difficile constatare quanto malessere e quanta solitudine c’è attorno a noi e dentro di noi… Non sono convinta che la sofferenza dia forza e rinvigorisca, piuttosto il tipo di malessere a cui faccio riferimento annienta fino all’ultimo briciolo di risorse umane, corrode e inaridisce, porta la gente a chiudersi e isolarsi sempre di più… si diventa desiderosi di un sorriso, si brama una parola dolce, un alito di conforto, un po’ di partecipazione emotiva… si alterano le percezioni, nel tentativo di sfuggire al terrore di rimanere soli… di essere soli nel mondo! La condizione di chi percepisce questa realtà attorno a sé è drammatica…è da panico. Ci si rivolge agli psicologi nella speranza di lenire tale sgomento e gli psicologi diagnosticano… processo depressivo, ansia generalizzata, sintomi psicosomatici, attacchi di panico… soggetto fobico… Non di rado i miei pazienti “migliorano” prima ancora di attraversare il percorso nodale della terapia e sapete perché? Semplicemente perché hanno trovato qualcuno che si occupa di loro, che li ascolta, che dà loro quell’attenzione e quel calore che non è facile trovare altrove… Oggi più di ieri gli psicologi hanno da lavorare! Oggi più di ieri l’uomo ha perso il valore del sé, il rispetto per la propria interiorità e per quella degli altri. E’ una società malata quella in cui abitiamo, una società che non ci permette di conoscersi l’un l’altro, di amarci, di considerarci. Ci allontaniamo sempre più da noi stessi, dai nostri pensieri, dalle nostre emozioni, dalla nostra intimità, terrorizzati dalla nostra stessa condizione, quella di uomini soli a cui non è permesso di arricchire la propria esistenza, altresì bisogna sopportarla come un penoso fardello… questo è il vero cancro di oggi! e le cellule di questa malattia vagano dentro e fuori di noi. Il dramma che grava sugli uomini oggi orbita tra “la voglia di vivere” e “il bisogno di morire”. Tra le tue righe, caro Lino, da quando ti leggo, riconosco un’anima vera e sofferenza viva. Distinguo con una certa facilità chi ha sofferto e la fatica di “dare un senso” alla propria sofferenza. La tua vita stessa e il tuo esistere danno un senso a tutto ciò! Con grande stima e AFFETTO. Francesca Cianci