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Martedì 22 Maggio 2012 - Aggiornato 21/05/2012 23:48 - Online: 291 - Visite: 8388607

19/11/2009 12:18

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Un omaggio poetico alla nostra storia: Baarìa

Un omaggio poetico alla nostra storia: Baarìa Un omaggio poetico alla nostra storia: Baarìa Un omaggio poetico alla nostra storia: Baarìa

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Baarìa è un atto d’amo­re e di poe­sia. Un at­to di amore per la Sicilia, quella Sici­lia magica dove esi­stono tre rocce che se colpite dal lan­cio di un’unica pietra la terra si spa­lancherà e ne verrà fuori un tesoro di immani proporzioni.   La Sicilia sì ma anche la piccola provincia e l’Ita­lia tutta che si fondono in un’unica dimensione.   La dimensione da cui viene fuori un bambino poverissimo che ha scarpe che neanche possono definirsi tali, un piccolo a cui una ca­pra divora il libro di testo e che la maestra punisce perché non sa l’ita­liano. Un bimbo che dovrà guada­gnarsi da vivere raccogliendo dieci panieri di ulive e se non ci riuscirà gli uomini del padrone, don Giacin­to, lo sbatteranno con violenza sul tronco di un albero.   Un bambino che promette di mangiare in quattro bocconi un enorme panino con le panelle (e ci riesce, a costo quasi di strozzarsi). E sullo sfondo c’è la ma­fia che uccide, misteriosa, guidata dai maggiorenti del paese con qual­che cenno degli occhi.

Negli Anni Trenta c’è l’antifasci­smo dello sberleffo: quello di un ven­ditore di salsicce che trova il modo di dire «porco» al podestà a passeg­gio nella via principale del paese e quello di un capocomico che into­nando una canzone, «Un’ora sola ti vorrei», sbeffeggia un’immagine di Mussolini.   E ci sono i fascisti che mettono a soqquadro un negozio al­la ricerca di libri di «Marsss». Poi c’è la guerra con quel che la­scia dietro di sé. La guerra è una bomba rimasta sepolta e che fa per­dere una gamba a uno dei ragazzi che erano in un frutteto a rubare le pere. È un contadino che si azzoppa per non andare al fronte. Ma anche un soldato americano che in cambio di cipolle regala un paracadute e con il tessuto bianco quella povera gente potrà fare grembiuli per i bam­bini.

E quando finisce la guerra Peppi­no Torrenuova, il protagonista di questo racconto, è un «comunista» che comprerà tutti i bottoni neri di una merceria per far sfilare i suoi concittadini a lutto dopo la strage di Portella della Ginestra.   Che infrange­rà l’usanza per cui gli uomini ballano con gli uomini e le donne con le don­ne, invitando Mannina la ragazza che diventerà sua moglie (dopo che lei ha respinto un pretendente im­pacciato e «borghese» e a seguito di una fuitina fatta dentro casa perché non ci sono i soldi per andare altro­ve).   Un comunista che dopo un viag­gio in Unione Sovietica — per com­piere il quale ha turlupinato un vec­chio compagno facendosi prestare il cappotto comprato a rate — accenne­rà agli orrori che ha intravisto. Un ra­gazzo, poi un uomo del Pci, che non riuscirà a «fare carriera» nel partito e anziché deputato sarà al massimo consigliere comunale. Sua moglie lo seguirà sempre con una devozione non subalterna, anche quando capi­rà che a differenza di altri compaesa­ni lei e lui ricchi non lo diventeranno mai e neanche benestanti; lo aspette­rà quando Peppino sarà costretto a emigrare a Parigi e avrà un rapporto di ammiccamento, quasi di solidarie­tà con un’altra moglie, quella di un carabiniere, vicino di casa, che sarà «nemico» di suo marito in uno scon­tro di piazza. È un comunista che re­citerà assieme ai suoi compagni una sorta di atto di contrizione quando un suo compagno passerà non già al­la sponda opposta ma al Partito so­cialista.

E sì che Peppino è un «riformi­sta». A una riunione di un collettivo extraparlamentare suo figlio sentirà risuonare questa parola, «riformi­sta», come un’accusa infamante. Chiederà lumi al padre e questi gli ri­sponderà: «Riformista è uno che sa che a sbattere la testa contro il muro è la testa che si rompe, non il muro. Uno che vuole cambiare il mondo per mezzo del buon senso, senza ta­gliare teste a nessuno».

Baarìa è anche un atto d’amore nei confronti del cinema. Si colgono omaggi a Sordi, Lattuada, Fellini, Vi­sconti e in particolare a Francesco Rosi. C’è l’emozione di un bambino, il protagonista, che a cinque anni vie­ne portato dal padre a vedere Uno sguardo dal ponte e da quel momen­to collezionerà fotogrammi: di Cate­ne, Salvatore Giuliano, Il Vangelo se­condo Matteo, Il buono il brutto il cattivo, Incompreso.

Ed è un atto di straordinario amo­re nei confronti della politica. La poli­tica fatta, come si diceva una volta, dal basso, da quelli che ci credono davvero, quel tipo di politica che è nei ricordi di chiunque abbia dai trent’anni in su. Descritta senza reto­rica: una donna cieca riesce a votare per la Dc nonostante l’accompagnato­re comunista provi a ingannarla e a farle mettere la croce sul simbolo con la falce e martello; un consigliere comunale democristiano protesta con Peppino perché i comunisti non lo attaccano mai e con ciò compro­mettono la sua reputazione. E anche il rapporto tra cittadini e politici è rac­contato con ironia.   C’è un uomo che per tutto il film rimprovera a suon di insulti i compagni che non riescono a fargli avere una pensione dall’Inps e che quando finalmente la ottiene non dice neanche una parola di rin­graziamento. Un assessore grasso e cieco che tasta casa per casa su un plastico il progetto che gli viene sot­toposto e poi con una mano prende la mazzetta da sotto il tavolo. Il popo­lo che a un comizio sfotte l’esponen­te comunista che alla fine di ogni fra­se chiede ai suoi compagni un sorso d’acqua.

E ancora. Una scena di sesso che l’insegnante autorizza a guardare dal­la finestra dell’aula a patto che i ragaz­zi assistano in silenzio. Il tema ricor­rente delle uova che si rompono e delle bisce nere presagi di sfortune e lutti. Una veggente identica alla non­na che assiste con dolcezza una fami­glia a cui pesa la progressiva scom­parsa degli anziani. Le statue mo­struose di villa Palagonia. Baarìa è un omaggio poetico al no­stro passato, che non stende veli sul­l’ipocrisia, sul male, sugli orrori. Ma l’omaggio di Giuseppe Tornatore è costruito in maniera tale da far emer­gere tra le righe e da farci riconosce­re i valori che sono andati smarriti e che ci piacerebbe ritrovare nel nostro futuro.

 

Paolo Mieli

Paolo Mieli

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