Scarica Adobe Flash Player

Notizie della provincia di Ragusa e di Sicilia: Ragusa, Vittoria, Modica, Comiso, Scicli, Pozzallo, Ispica

Ragusanews.com, notizie della provincia di Ragusa e di Sicilia: Ragusa, Vittoria, Modica, Comiso, Scicli, Pozzallo, Ispica

Martedì 22 Maggio 2012 - Aggiornato 21/05/2012 23:48 - Online: 309 - Visite: 8388607

03/12/2009 14:22

Notizia letta: 2293 volte

Firenze-Sampieri, 1300 km di avventura coraggiosa. L'arrivo

Firenze-Sampieri, 1300 km di avventura coraggiosa. L'arrivo Firenze-Sampieri, 1300 km di avventura coraggiosa. L'arrivo Firenze-Sampieri, 1300 km di avventura coraggiosa. L'arrivo Firenze-Sampieri, 1300 km di avventura coraggiosa. L'arrivo Firenze-Sampieri, 1300 km di avventura coraggiosa. L'arrivo

Firenze - Pubblichiamo un estratto (la conclusione) del racconto di viaggio di Ellj Nolbia, protagonista, nell'agosto 2002, di un singolare viaggio in bicicletta. Da Firenze a Sampieri in cinque giorni.
In due interventi si racconta parte di una complessa pubblicazione diaristica riferita ad un Viaggio dal titolo “VIAGGIO IN SICILIA, diario di un itinerario coraggioso” ed. autoprodotta, Firenze, 2002. pag 100 con illustrazioni e disegni.
Questa prima parte riporta una sintesi dell’introduzione al libro.

L’itinerario da Firenze a Sampieri (1.300 chilometri) è stato coperto nei cinque giorni dal 4 all’8 agosto del 2002, con le seguenti tappe:

4 agosto - Firenze / Vetralla (VI) km 240
5 agosto – Vetralla / Castelvolturno (CE) 280 km
6 agosto – Castevolturno / Palinuro (SA) 220 km
7 agosto – Palinuro / Rosarno (RC) 280 Km
8 agosto - Rosano / Sampieri  280 km

Per ogni tappa è stata osservata la “sosta troppo caldo”, dalle ore 12 alle 14.

 

Sopra, l'itinerario del viaggio in bici. In copertina, il passaggio

in traghetto Villa San Giovanni-Messina


Conclusione (tratto dal libro "Viaggio in Sicilia")


Appena arrivato, seduto sulla sdraio di tela a strisce estive all'ombra del pergolato di casa, cercavo di lasciar scivolare fuori dal mio corpo la fatica di un itinerario troppo duro. La vita - nella sua normalità - per cinque lunghi giorni si era come fermata. Prima occupazione era diventata passare la giornata a pedalare, sperando di trovare il modo di arrivare a sera. Imparando a far senza della vita nota che si era come allontanata.
L’avventura - finita da un’ora - mi ha regalato tante emozioni. È stata per me motivo di grande gioia e come sempre più spesso mi accade - specie da quando ho dovuto smettere di correre - la commozione mi sorprende nel ricordare cosa vedevo e rivederle mentre vedo. Dopo cinque giorni d'intenso pedalare, mi osservo così segaligno come un albero rinsecchito, di quelli che molto hanno combattuto contro la furia del vento, il volto smagrito scolpito dalla fatica, gli occhi stanchi, ma il morale alto.

Guardo la bicicletta - poggiata all’ombra del muro scabro del patio di casa - che mi ha condotto fin qua: umanizzandola. La osservo come un individuo di quelli che si sono confrontati con le intemperie, gli imprevisti e le avversità della strada. Considero come la pazienza che io ho avuto con lei, è niente rispetto a quella che lei ha avuto con me: nel sopportarmi, nel sorreggermi. Mi verrebbe voglia di coccolarla, di accarezzarla, come un essere stanco perché reduce da un pellegrinaggio durato poco, ma intenso di valori che solo io posso conferirgli.
Ha addosso - nelle parti anteriori del telaio esposte alla ventilazione - la polvere di 1.300 chilometri che non voglio togliere, perché le rende onore. Dalla fine argilla senese, all’asfalto di mille strade, alla cenere vulcanica dell’Etna, alla sabbia africana di Sampieri.
Ha guardato con me cosa io ho visto: monumenti e paesaggi, mare e montagne, vegetazione spontanea e coltivazioni accurate, e tante automobili. La pioggia campana, gli schizzi del Cilento, gocce dell’acqua della borraccia, il sudore salato come acqua benedetta che scendeva a santificare un’azione dai significati per me importanti.
Ha ascoltato con me cosa io ho ascoltato: i diversi dialetti delle zone attraversate, il rombo delle automobili e il ruggito dei camion in difficoltà, gli incitamenti entusiastici e affettuosi di sconosciuti, il respiro del mare e il canto degli uccelli che ci accompagnavano svolazzandoci intorno, il brusio indistinto delle città attraversate, il bisbiglio del vento e il fischio della ventilazione nella velocità.
Ora riposerà i suoi ingranaggi logorati da un intenso uso e ossessionati da ore di roteazione. La sgraverò dal fardello dei bagagli per farla risollevare e respirare di nuovo, libera dopo giorni d’oppressione dovuta al peso di Kg. 10 di utensili e necessità solo mie, che lei diligentemente con pazienza, senza accennare ad un minimo lamento, ha sopportato. Quel peso, riconosco, è stato un’offesa alla sua natura e classe di leggerezza. L’alluminio aeronautico, leggero e resistente, con cui è realizzato il telaio, mortificato da tanto peso: è stato un insulto. 

5-8-2002, Latina, dal moleskine

Io, tutto sommato, non sto male. Sono calato ancora rispetto ai 68 Kg di partenza, di 2 o 3 chili. Devo averli lasciati per le strade percorse. Sembro un osso di prosciutto di montagna, quando la polpa viene pian piano asportata. Le braccia secche e spellate, le gambe bruciate nella parte del quadricipite, con i muscoli come in un manuale d’anatomia. Rimangono segni visibili di una fatica intensa e lunga e anche gioiosa. Mi sorregge la gratificazione indescrivibile per essere riuscito a portare a compimento quanto mi ero prefissato.

Non sono riuscito a dare misura al mio impegno, sempre genuino e generoso. Ho pedalato come in corsa, nella smania di fare presto, prima possibile. Sì, ho preso questo viaggio - che all’inizio aveva i connotati del pellegrinaggio di ringraziamento - come una lunga e gioiosa cronometro. Di quelle delle quali si conosce la partenza e se ne intuisce molto distante la fine, in territori sconosciuti e mai visti. È stata la passione, solo lei, a spingere sui pedali. La passione, sono da sempre convinto, motiva molti dei gesti della vita. È l’alimento genuino che da vigore a tutte le nostre azioni. La saggezza successiva favorisce un vivere a lungo.

Quando la sera mi sono fermato, il freno è stato tirato da quel senso di pietas che avevo nei confronti della mia persona e dal senso di misura verso una fatica che mi è stata sempre amica e di conforto. Sì, ho corso, ho corso da solo. Contro: i chilometri parziali, e totali; le velocità medie e istantanee; i battiti di un cuore che ha accompagnato ogni battuta di pedale. Per quell’entusiasmo che mi proveniva da lontano, composto da una strana mistura di solidarietà, ammirazione e affetto. Ma ho corso, principalmente, contro me stesso, alla ricerca di una prova da superare, di un limite da riconoscere e valicare. Dentro la mia mente quell’itinerario, di un chilometraggio che ha poco dell’umano: c’era tutto e disegnato a chiare linee. Dentro la mia mente le tempeste e gli uragani della fatica, le ansie e gli abbattimenti saltuari, si alternavano a percezioni serene e luminose. Tante ruote sconosciute mi hanno superato veloci. Ma io, spesso indifferente, guadavo l’asfalto scivolarmi sotto, mentre facevo finta d'essere me stesso.
L’avventura si è svolta secondo un suo preciso e lucido programma. Come una traccia impressa su quelle carte geografiche sempre a vista, quella traccia ho colmato con determinatezza e con il coraggio della passione, riempiendola con la voglia di gioiosa fatica, senza sbavature. Questa pedalata non credo è classificabile come stravaganza, è avventura allo stato puro da vivere e ripensare, un’impresa, una felicissima fatica che rimarrà a lungo nella mia storia sportiva e che spero, quanto prima, di replicare.

7-8-2002, Paola (Cs), dal moleskine


 Ora, ho tempo di rimediare i piccoli problemi generati dall’intenso viaggio. L’infezione al labbro dovuta al bere ossessivo dalla borraccia, la curerò e spero, innanzitutto, mi si riduca il gonfiore. L’intorpidimento del dito medio della mano sinistra dovuto al trauma locale da posizione: tornerà nella norma. I fastidi al soprasella, l’infezione all’occhio, le cervicali, l’anca e il ginocchio: so che rientreranno, appena rallentato l’esercizio. Il sole per cinque giorni mi ha consumato la figura rendendomi inquietante fantasma diurno, ma quello di qui che conosco, mi accarezzerà come un amico antico, mi scalderà le spalle e mi scioglierà, per un poco, la fatica.
Durante le tante ore di benedetta solitudine, tante sono state le domande che andavo ponendomi ad ogni pedalata. Le risposte sono state appese nell’aria sono un istante superandole, per proseguire nel vortice dell’entusiasmo. Poi, delle volte, credevo e mi convincevo di averle tutte quelle risposte che cercavo, senza accorgermi che si erano modificate, a mia insaputa, tutte le domande! Comunque sono stato dentro allo spettacolo dei miei ricordi ormai remoti e sacralizzati. Intimi e dolorosi e anche gioiosi che in ogni modo, hanno costruito e definito la mia esistenza in ogni sua parte e in ogni sua piega, anche se stretta e inaccessibile agli altri. Ho parlato a me stesso mentre pedalavo. Ho riflettuto sul mio passato che ormai è stirato come un gruppo in fuga in fondo al rettilineo. E del mio futuro che sento accorciarsi come un drappello di scalatori avvantaggiatisi in salita.

La fine della prima tappa è stato il momento di massima crisi. A nulla servì provare un respiro lungo, per cercare di portare ossigeno ad ogni luogo nascosto dei polpacci e portare un pensiero leggero alla grande pompa del generoso cuore. Avevo lasciato qua e là pezzi di forza e mi ero afflosciato lentamente, come si sgonfia in pallone bucato, ripiegandomi su me stesso e il mio avvilimento. Certo lo scoraggiamento e la paura di non farcela, erano forti; pensavo di stare cucinando il mio lento suicidio. Ma nel mio sguardo intravedevo la mia lunga storia in sella, il sapore amaro del duro pane della fatica limite, che mai mi ha impaurito, mai ho rigettato. Dalla Learco Guerra* in poi, dai malleoli feriti**, alle ferite del cuore: voglia di arrivare a tutti i costi, amore per la bici, senza paura di morire.

Chi ha camminato nel dramma, chi ha convissuto con la Bella Signora col vestito Nero, sa di poter sopravvivere allo scontro, anche il più duro. Incassato il primo calcio di rigore dalla vita, sa che un’avventurosa fatica in bicicletta è solo quella, anche se carica di significati altri, che tutto mettono in gioco.

Sapevo bene che la soglia dei 200 chilometri rappresenta le Colonne d’Ercole. Chi si avventura oltre quella distanza, sa che la luce può spegnersi da un momento all’altro. Ho visto buio più volte, ma ho voluto continuare. Ho tenuto accesa la candela dell’orgoglio e della caparbietà a rischiararmi la prova da portare comunque a termine. Potevo crollare a terra come Dorando Pietri! No! Io non abbandono mai, e poi la sfida doveva essere onesta e con me stesso, con quel personaggio che dentro ospito, fatto di tabelle programmate e numeri e tanta determinatezza.

Ho sentito il fuoco d’agosto bruciarmi il viso e il fiato rompersi nel petto. E tutto si è verificato come nei sogni, che non hanno i limiti della nostra logica abituale, vanno e vengono nel tempo, cambiano luogo e persona a tradimento. Ma ho voluto continuare!
Traslando il ciclismo da quello dei numeri a quello del cuore. Ho pedalato sempre con il sole nel cuore, anche quando per la terza tappa (mentre attraversavo Napoli, NTA) un cielo di piombo prometteva solo nuvole e pioggia. Pioggia che progressivamente e lentamente si adagiava a lungo sul fuoco della mia entusiastica fatica senza spegnerla.

 

8-8-2002, Sampieri, incrocio della litoranea

E penso che pedalare è un esercizio crudele, praticato da chi adora la fatica, che non concede niente all’improvvisazione.
In questo mondo la gente ha ancora bisogno delle favole e di innamorarsi del Principe Azzurro. Ma i Principi sono finiti e allora ecco i calciatori, i divi del cinema e della musica. Di quel mondo di una modernità falsa e opulenta, volta al vuoto “cazzeggiare” e povera di valori solidi e duraturi. Il ciclismo resta uno sport povero. Perché la fatica non è un ingrediente da favola. Picchia il cuore e ingobbisce la schiena e ti lascia aggrappato solo all’orgoglio. Perché la bici non è né un cavallo, né una moto. Il ciclista pedala e se pedala, … pedala!
Non sono riuscito a spegnere in tanti anni e tanti chilometri pedalati, il sacro fuoco adolescenziale della sfida agonistica. La necessità di fare presto non era - in effetti - necessità vera. Non sono riuscito, però, a contenere quell’entusiasmo e gestire la sfida all’ultimo watt di potenza con quell’irriducibile agonista che vive in me. Così i giorni programmati da 7 si sono ridotti a 5.

Vincere da giovani è alla portata di tutti. Tutti sono eroi quando la forza è fresca, le ossa intatte, la vita davanti; ma quando hai sorpassato tante tappe dell’esistenza, ogni cosa all’improvviso rallenta e si ghiaccia dentro, perde senso. Vincere allora è un’impresa che nessuno può capire, non si può spiegare.
La pioggia e l’acqua hanno la strada segnata, cascano, scivolano e finiscono nel mare. Io ho corso contro tutto e tutti. Ho percorso tutte le strade e ancora non so dove andrò ad arrivare. Non ho avuto una vita tranquilla; e poi, nel tempo ormai lungo della mia esistenza, non ho corso né troppo, né troppo forte, ma alla giusta velocità. L’itinerario è stato impegnativo, forse si può fare meglio, si può resistere ancora più a lungo, bisogna provare.
Difficilmente le cose straordinarie nascono in modo lineare ed elegante. E anche questo viaggio necessario è nato in modo più contorto, viscerale e disordinato di quanto non appaia dai ragionamenti che precedono.

Non credo di essere persona di tante parole, ma di ampi silenzi, della strada ho respirato il sangue, la solitudine mi è giovata. Mi ha permesso di concentrarmi sui miei pensieri e riflettere su ciò che vivevo nel momento in cui quel “vivere” avveniva.
Tutto il resto è passione. Solo passione!


                                     Ma io pedalavo e pedalavo forte, più forte che potevo.
                                            In modo sfrenato e senza capire il perché.


                                                                                                                 Ellj Nolbia

 

 

 

 * La Learco Guerra è stata la prima bicicletta avuta da bambino. Aveva le ruote da 16, pollici. Citata nel libro. (NdA)
  ** I malleoli feriti si riferiscono alle corse in discesa da bambino, quando la trazione per l’alta velocità non era più possibile e scappava il piede dal pedale, ferendo sulla pedivella i malleoli interni del piede stesso. Citato nel libro (NdA)

Ellj Nolbia

News Correlate

Più Commentati

Commenta la news

Per poter commentare i post devi essere registrato al sito di Ragusanews.com
Se sei già nostro utente esegui il Login nel form sottostante oppure registrati ora se non sei ancora registrato.
Se non ricordi più le tue credenziali di accesso clicca su recupera password.

La redazione di Ragusanews.com non è responsabile di quanto espresso nei commenti. Il lettore che decide di commentare una notizia si assume la totale responsabilità di quanto scritto. In caso di controversie Ragusanews.com comunicherà all'autorità giudiziaria che ne facesse richiesta, tutti i parametri di rete degli autori dei commenti.