03/01/2010 16:36
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Scicli - Il museo della pietra, ideato e realizzato con tanta passione ed entusiasmo dal dottore Mormina, medico in pensione, consente al visitatore un tuffo nel passato e propriamente nel passato della terra iblea, terra arida , ma ricca di forza e di energia, come i suoi abitanti, la cui pelle arsa dal sole avvizziva prima del tempo, di un tempo scandito da difficoltà sofferenza del vivere e stenti.
Qualcuno che ha vissuto da protagonista l’ansia di cambiare il proprio destino, combattendo contro una sorta di fatalismo esistenziale, ma certo della vittoria su una vita che si prospettava misera e sempre uguale nella monotonia della quotidianità, giunto nell’età che avrebbe potuto consentire la quiete ed il meritato riposo, riscopre, per una sorta di illuminazione, le sue radici.
Nel nostro caso il dott. Gaetano Mormina recupera i suoi ricordi di ragazzino, che aiutava il padre nel duro lavoro della pietra, pensa di poter riportare in vita conoscenze che sembravano sopite nel profondo dell’anima e del proprio vissuto e cosi inizia un percorso nuovo che riduce la dura pietra e la plasma dandole forme antiche e sempre nuove. Non è solo la forma che si vuole dare alla pietra, perché in essa si scoprono abitudini, tradizioni, battaglie per la sopravvivenza da parte di tanti uomini, che invecchiavano prima del tempo, ma il cui vigore, la cui voglia di resistere, divenivano pietra viva che ora parla e racconta………
Tante sono le forme che la pietra prendeva e prende,tanti i messaggi che i nostri avi ci tramandano, ma quanto in questo momento “hic et nunc” balza all’attenzione è la bellezza, la perfezione ed non ultima l’utilità della macina da mulino ad acqua.Erano di varie dimensioni e tutte comunque indispensabili per trasformare il grano,cereale prezioso per il soddisfacimento delle prime necessità, alimento integrale e completo per l’alimentazione.Cosa ci racconta oggi la macina familiare?
Inizialmente venivano utilizzate dagli abitanti di Chiafura, in Scicli.
In un secondo momento il suo utilizzo si estese sempre più crescente.Chi usava la macina familiare per fare il caturru, per esigenze economiche, voleva e doveva evitare di pagare la tassa sul macinato,che era proprio insopportabile per le famiglie più povere.
Nel paradosso della storia e dei suoi eventi,le classi più povere costrette dal bisogno ad evadere la tanto odiata “tassa sul macinato”, definita da qualcuno “tassa della miseria”, utizzavano le macine familiari per fare il caturru, che rimacinato diventava farina, mentre qualcuno, all’esterno della propria abitazione, controllava che nessuno scoprisse tale infrazione alla legge imposta dai baroni.
La storia è fatta di paradossi: oggi i ricchi evadono il fisco per arricchirsi sempre di più; ieri erano i poveri ad evadere il fisco per sopravvivere.
Oggi la passione per il recupero delle nostre radici ha indotto il nostro dottore a riportare a tavola il caturru la polenta dei poveri; ma questo recupero è, però,per pochi privilegiati, per pochi che hanno le possibilità di essere invitati a casa del dottore per gustare questo nostro cibo genuino e saporito, arricchito ora da contorni semplici, ora raffinati.
Ancora è un paradosso che in un momento in cui la globalizzazione ha annullato non solo le distanze tra paesi, ma anche le diversità dei singoli paesi, solo pochi hanno la possibilità di gustare questo piatto abbastanza ricco e nutriente. Questo è il desiderio di Gaetano Mormina: far conoscere a quante più persone possibili il gusto dei tempi antichi e nello stesso tempo far comprendere quanta fatica e sudore c’era dietro la bellezza di un piatto vivace e variopinto,tanto da essere definito da Vittorio Sgarbi “un bene dell’umanità”.
Giovanna Diraimondo
Giovanna Diraimondo
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