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Giovedì 17 Maggio 2012 - Aggiornato 17/05/2012 20:21 - Online: 194 - Visite: 8388607

13/01/2010 21:30

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Sognando Instanbul

Un Uomo Libero racconta

Sognando Instanbul

Nella cornice affascinante e decadente di una Istanbul misteriosa e lontana nella quale l'intrigo e la lussuria da sempre hanno giocato un ruolo determinante e unico, sul filo conduttore dell'intensa poesia di Hikmet, la storia di Elena, la protagonista di “Sognando Istambul”, il  nuovo racconto di Un Uomo Libero per RAGUSANews.com, vuole descrivere una sultana del nostro tempo, schiava del suo rimpianto. La presenza del mare, che agisce da vero e proprio medium, rievoca in lei memorie, uomini e storie della sua vita passata e i rimorsi si accavallano come onde pigre sui suoi ricordi fino a esplodere in un dramma esistenziale che non esclude il peggio. La ricerca del padre, amato e odiato, in un amore vissuto come capriccio e troncato senza un'apparente ragione, trova finalmente il coraggio di una confessione.

                                                             Socrathe

 

 

 

 

 

 

 

Nazim Hikmet 

 

 

Elena guardava il mare con occhi spenti, malinconici. Da quella terrazza aggettante su una spiaggia solitaria, la sua fantasia la trasportava per incanto al di là di un orizzonte fatto di onde pigre, verso un altro mare lontano. La sua sedia a rotelle la inchiodava a un presente che non avrebbe mai voluto vivere. Spesso abbandonava la testa reclinandola su un cuscino che una sorella timida, sottomessa, le poneva a forza, tra una bestemmia e l’altra, fra un improperio e l’altro.

-Lasciami morire, uccidimi!- Gridava a squarciagola fra le lacrime a intervalli. -Non voglio più vivere. Questa non è vita. –

Le sue mani, bellissime, con unghie dipinte, tremavano. Senza una ragione. Ribellandosi al suo comando. Tutto il corpo, statuario, se eretto, sembrava scuotersi come un albero investito dalla bufera.

Una donna ancora molto bella, gli occhi di un nero profondo, intelligentissimi; due labbra carnose e rosse in un volto accattivante e sbarazzino; i capelli, castani e lunghi, raccolti sulla nuca. Era ritornata dopo tanti anni, come un figlio prodigo, nella terra dalla quale giovanissima era fuggita. Aveva trovato intatti l’affetto e la generosità della sorella, l’unica persona al mondo che le restava. Dopo anni e anni di silenzio, si era materializzata come un fantasma nei luoghi che la videro nascere e crescere perché ora la aiutassero a morire. Era venuta a morire, sì.

Una lunga lettera, scritta in un momento di sconforto dopo una visita medica che non lasciava porte aperte alla speranza, indirizzata al vecchio domicilio, alla sua casa di paese. Dall’Ade l’aveva riportata in vita, l’aveva riesumata dal baule antico delle memorie per una donna che mai la aveva dimenticata, che mai aveva cessato di aspettarla e ora miracolosamente la ritrovava malata ma viva. La sorella era molto più piccola di lei. Soggiogata dalla sua figura imponente, dal suo carattere autoritario e forte, ne assecondava in silenzio i capricci, ne sopportava le isterie, ne mitigava le collere.

Una famiglia della piccola borghesia siciliana, la loro. Il padre autoritario e testardo. Due caratteri uguali, lui e lei, che s’incontravano solo per scontrarsi. Erano molto simili padre e figlia. La madre no. Contesa, viveva drammi quotidiani ai quali non sapeva sottrarsi. Neppure quando Elena decise di scappare seppe reagire, opporsi. Scelta strana quella di Elena, in controtendenza. Il padre, farmacista, aveva pensato per lei un’altra vita, un altro avvenire. Ma lei, cocciuta, aveva deciso d’inseguire un sogno e niente e nessuno -neanche le suppliche della madre!- erano riusciti a farle cambiare idea. Si era iscritta per questo alla facoltà di giurisprudenza dell’Università “La Sapienza” con la segreta intenzione di fare giornalismo e di girare il mondo.

Il giorno che partì per Roma fu un giorno molto triste. Il padre non le rivolse la parola, non la salutò e la madre si sciolse in lacrime per lei che sentiva già perduta. La sorella la accompagnò alla piccola stazione ferroviaria e rimase sotto la pensilina, immobile, fino a quando il treno non cancellò, dietro la curva, il pigro salutare della mano.

I primi giorni nella Capitale furono difficili ma a poco a poco lei si abituò. S’immerse subito nella vita universitaria. Il desiderio di dare una risposta al padre era la molla convincente del suo delirio. Telefonate rare a casa, rimesse in denaro, di conseguenza, sempre più esigue. Le prime collaborazioni con un giornale famoso e importante poi un concorso in RAI brillantemente superato. Finalmente un incarico all’estero come inviata speciale. Prima tappa Istanbul. Fu in questa città che Elena conobbe Ferzan.

Uomo magnifico, Ferzan, addetto al Consolato d’Italia. Due baffi neri e folti, un volto anatolico e paffuto, due occhi, sotto una fronte stempiata, grigi e ascetici, da patriarca. Era di Bursa, una grande città, importante e antica, distante da Istanbul duecentocinquanta chilometri. A Bursa Ferzan ritornava per qualche giorno dopo settimane solitarie trascorse in un modesto appartamento, spesso evadendo un lavoro arretrato che nel suo ufficio faticava a smistare. Viveva là la sua famiglia. Due bambine che crescevano in fretta e una moglie paziente e devota. Di proposito le aveva tenute lontane dal bailamme della grande metropoli turca, prolungando consapevolmente e di una forma discreta la sua mai celata vocazione di scapolo.

Per Elena fu un colpo di fulmine. Lui era molto più vecchio di lei e forse l’età era la chiave maledetta della sua attrazione. Una segreta ricerca del padre faceva di quell’uomo la meta del suo desiderio, l’obiettivo irrinunciabile della sua conquista.

Dapprima solo timidi inviti, poi, col passare del tempo, un amore imperioso ed esigente s’impadronì della loro ragione, dileguò ogni comprensibile indugio, giustificò ogni insano egoismo. Lui, completamente pazzo, le offrì la chiave del suo appartamento per godere là, con più tranquillità e sicurezza, l’intimità dei loro corpi, senza nessun rimpianto, senza nessuna colpa, liberi di dare sfogo alla passione.

Nella penombra delle gelosie, mentre lo aspettava, Elena guardava la strada sottostante pullulare di vita e di baldoria; le cupole e i minareti della Moschea Blu; la vite aggrappata al muro della casa di fronte per una pergola alta che dava ombra a una terrazza sospesa sulla tozza copertura di un antico hammam. Le cantilene dei muezzin diffondevano la preghiera della sera e il cuore le batteva forte forte, quando i fanali accendevano le luci e proiettavano l’ombra di lui caracollante verso una porta che si sarebbe spalancata presto sulla sua felicità. Gli incontri s’infittirono durante la stagione calda, umida e appiccicaticcia. Il Bosforo con i suoi traffici offriva quotidianamente lo spettacolo di una vita esuberante, povera e variopinta, riflessa da un mare immobile, d’oro liquefatto.

Elena lanciò un profondo sospiro e spinse la sua sedia a rotelle proprio a ridosso della balaustra nel frustrato tentativo di sentire quella stessa brezza che un tempo saliva alle sue finestre sigillate, dove l’amore sapeva di fragole mature, di sudori acidi, di profumi rilasciati da incensi che bruciavano come speranze in molte case di quella piccola e povera via.

Nelle sue scorribande mattutine spesso amava perdersi per il Gran Bazar. Le sue pupille si riempivano di scintillii e di luci. I profumi si miscelavano con odori forti di spezie e il tanfo dell’aria viziata mentre il vociare della gente le restituiva un caratteristico stato di trance che la faceva sentire unica, speciale, paradossalmente viva.

Davanti ai suoi occhi socchiusi passavano adesso come nelle scene di un film i fantasmi del passato. Gioie, sofferenze, addii e tristezze, l’amore come spasimo dei sensi: la vita. Quella stessa vita che ora rifiutava e che invece aveva vissuto intensamente fino a consumarsi.

Ferzan la lasciò in un autunno triste e malinconico dopo averla aspettata a lungo e invano. Con lei lasciò anche una città nella quale non sapeva più vivere, nella quale tutto aveva perduto i colori e le magie di un tempo che solo la presenza di lei aveva reso magnifico e incantato. Non le scrisse una lunga lettera ma qualche rigo e una poesia di Hikmet, trascritta con una calligrafia nervosa e un po’ calcata. “Ti sei stancata di portare il mio peso/ti sei stancata delle mie mani/dei miei occhi della mia ombra/le mie parole erano incendi/le mie parole eran pozzi profondi/verrà un giorno un giorno improvvisamente/sentirai dentro di te/le orme dei miei passi/ che si allontanano/ e quel peso sarà il più grave.”(2)

Ora e solo ora ricordava di aver sorriso sguaiatamente, nervosamente, dopo aver letto il biglietto, contenta di aver umiliato ancora una volta in quell’amante il padre.

Lale la aiutò a dimenticare. Un’anziana prostituta che Elena aveva conosciuto per caso. Il suo bordello era frequentato da uomini d’affari, di passaggio in una città, dove perdersi era così facile come trovarsi. Spesso, da uno spioncino, Lale le mostrava i suoi clienti migliori e questo gioco finì per intrigarla. La affascinava l’idea di guardare gli uomini non vista. Per un voyeurismo improvviso, spiarne i vizi, le perversioni, le debolezze e i corpi nudi. Un mondo per lei sconosciuto e ambiguo, affascinante e strano nel quale il sesso segnava il tempo della vita e le pulsioni facevano scoppiare il cuore.

 Là conobbe Ismet e poi Ibrahim, Melik, Ozan, Aral, Dursun, e tanti tanti altri dei quali aveva perduto ormai il ricordo. Uomini bellissimi che lei sceglieva dopo averli osservati a lungo e con i quali intrecciava storie passeggere ma intense, amicizie libere che non chiedevano compromessi o regole perché facevano del sesso un’allegra opportunità nel reciproco giogo del possesso.

Riviveva ogni volta e con ognuno lo spasimo dell’harem che in lei si faceva grido, vendetta, riscatto e abbandono. Dopo alcuni incontri, abilmente si volatilizzava dalle loro vite. Un incantesimo strano la possedeva perché a sua volta possedesse. Teodora, la famosa e licenziosa consorte di Giustiniano, riviveva nella sua carne, ne plagiava lo spirito, ne condizionava l’umore e le scelte.

Elena riaprì d'un tratto gli occhi e afferrò i braccioli della sedia a rotelle nel disperato tentativo di alzarsi per lanciarsi, di là della balaustrata, nel vuoto. Ma non ci riuscì. La sorella subito accorse per impedirglielo e calmarla con la sua presenza, col suo sorriso buono.

-Che ne sai tu? - Le gridò furiosa seguendo il suo segreto filo di pensieri. -Quella poesia, quella poesia mi tormenta, m’impedisce di pensare. Come una maledizione, inquieta le mie notti insonni. I suoi passi. I suoi passi li sento ancora sul selciato di quella stradina colorata e triste dietro la grande moschea mentre i suoi occhi mi guardano come mi guardavano gli occhi di mio padre prima che io lo lasciassi, prima che io vi lasciassi… Vorrei tornare indietro per raccogliere ancora una volta il loro respiro, per fare pace con una memoria che non vuole e non può dimenticare, per ricevere una carezza, l’ultima, di perdono, da chi nella mia vita ho voluto umiliare e vincere. Ferzan e nostro padre, due volti di un unico amore, che la mia natura di donna non riuscì a comprendere e ad amare.-

Elena piangeva lacrime calde e disperate davanti a una sorella impotente, muta, inespressiva.

-Vorrei poter gridare loro –continuò - con il poeta, che il più bello dei mari è quello che non navigammo, i più belli dei nostri giorni non li abbiamo ancora vissuti e quello che vorrei dire loro di più bello non l’ho ancora detto(3), ma è tardi, è tardi, troppo tardi!-

Si coprì il volto con le mani e con voce supplichevole ancora una volta chiese alla sorella: -Perché mi lasci vivere?- 

 

(1) 1945, Poesie d’amore, Lettere dal carcere a Munevvèr, Nazim Hikmet, trad. Joyce Lussu.

(2) Mosca, 1962, Poesie dall’esilio, Nazim Hikmet, trad. Joyce Lussu.

(3) Il più bello, Poesie d’amore, Lettere dal carcere a Munevvèr, Nazim Hikmet, trad. Joyce Lussu.

 

Un uomo Libero

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