Sabato 11 Febbraio 2012 - Aggiornato 10/02/2012 22:03 - Online: 122 - Visite: 8388607
28/01/2010 20:52
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Chi si aspetta da questa lettura un ritmo del racconto e una trattazione diaristica come si ritrova in "Viaggio in Sicilia 2002" avrà una delusione!
Nel riportare questa nuova esperienza di scoperta, è stato privilegiato quel repertorio di sensazioni di un cuore che batte, e non solo per trascinare innanzi la mia vita. Ho cercato di trarre da quello che sono abituato a guardare tutti i giorni i segreti che, a causa della routine, non riesco a vedere. Ho sistemato lo scandaglio verso altre e più intime profondità, alla ricerca dei motivi che sorreggono il gesto: la voglia di ri-cerca, il desiderio di misurare le proprie capacità alla sofferenza, l'eccitazione e l'ansia del rischio. Sì, rischio! Perché un'avventura in bicicletta porta con sé lo stesso incosciente pericolo: del ballare al buio in un balcone senza ringhiera. L’impegno del pedalare in topografie sconosciute è esercizio ardimentoso. Del resto nessun gioco piace abbastanza, senza il fascino del rischio e la prima grande virtù di chi intraprende un simile cammino: è il coraggio. Quel coraggio che cancella la pigrizia.
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Gli anni - si sa - passano, hanno lo stesso movimento dei luoghi. Perché anche i luoghi hanno un’anima, un’identità, un carattere. In questo viaggio della "cura di sé" mi sono mosso – io sedentario per forza ma innamorato dell’avventura - con in testa una mappa letteraria dei luoghi, che presto ho verificato non corrispondeva alla verità. Per me era lo stesso verità, anche se dietro ad una bugia, perché non credo le giustezze si trovino sempre per terra: alcune volte per raggiungerle ci vogliono le ali e la loro collocazione a molti è inaccessibile. Sono in ogni modo stato in balia dei sogni e della nostalgia. Rischiosa condizione, quest'ultima, che porta a muoversi in bilico sul ciglio del profondo abisso delle illusioni, che fin'ora ho sempre saltato senza precipitarci
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Nel pedalare, la solitudine, anche se tra gli altri, è quasi totale. È come stare dentro un alone di luce vivida che protegge e racchiude pensieri e sentimenti, che si muove alla mia velocità non risentendo dei fatti intorno. Quando cadi dalla pelle dentro l'anima, cerchi, cerchi e non trovi nessuno. Mi ha sempre accompagnato la mia stessa stramba ombra in movimento che originava dal filo di contatto delle ruote con la strada. Nelle giornate di sole più forte … lei era più chiusa. L'allungata piramide scura nella proiezione del mio stesso essere nelle ore dell'alba, aveva come vertice lontano la testa e le ruote di un'ellisse perfetta. Poi … con il proseguire del giorno si accorciava e gli pedalavo sopra. In quei momenti ero convinto: io ero solo un'ombra e la passione il sole!
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In bicicletta è tutt'altro scoprire. La libertà e l'autonomia dei gesti del forestiero - vissute con felicità e coraggio - sono ricchezze introvabili altrove, rendono più vive le giornate e più futili i rischi. Nel mio cammino soltanto il sonno e la fame scandivano il tempo. Alle ore della necessità e quindi non per convenzione fissate, mi sono alimentato di ciò che la strada, appeso ai suoi rami, mi offriva: i fichi dell'agrigentino, l'uva del trapanese, le mele dei Nebrodi, le pere dell'Etna. Il vedere inconsueto dell'adagiarsi dei fecalomi sull'erba secca e il loro dividersi al contatto con l'arido terreno, il bere dalle fonti trovate per caso, il lavarsi per strada, bivaccare senza fretta, la ricchezza del fare a meno della vita nota per dei giorni: è un'ubriacatura di libertà! Difficoltà, intemperie, imprevisti, costituiscono il prelibato sapore di un’avventura in bicicletta. La pioggia, come fatto naturale, cadendo torna al luogo della sua origine; il vento custodisce sapori, rumori strappati ad altri luoghi e porta via le ragnatele del tempo; le salite, dalle fatiche asprigne, irrimediabilmente misurano l’arte della pazienza e la capacità a superarle; il freddo, con la sua frustata, sveglia i sentimenti e ci fa sentire vivi. Del resto la vita stessa è come una gara ciclistica.
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Ho vissuto per strada. Nastro indifferente che attraversa realtà sempre diverse e che pulsa di vita come un meccanismo a molla. Transito di merci, di saperi, di poteri, di civiltà millenarie. Filo d'asfalto che attraversa gli eventi della storia dei luoghi, idealmente cucendoli tutti.
Sì, tutto potrebbe iniziare così, qui, in questo modo, una maniera un po' pesante e lenta, nel luogo neutro che appartiene a tutti e a nessuno, dove la gente s'incontra quasi senza vedersi, in cui la vita si ripercuote altrove, lontana e regolare. Lo spazio pubblico, luogo deputato allo svolgimento di attività comuni: la strada! Non la strada come solo mezzo di transito, quasi un condotto idraulico, nata per evitare il centro, quanto quella che con la storia degli abitati e degli abitanti trova un confronto, un'interazione. La strada delle bancarelle dei fruttivendoli senza licenza, delle stagionali attrezzature balneari, che attraversa piazze, o si perde tra le campagne; quelle nuovissime e le altre dove ogni rattoppo racconta una storia di lavoro, di fatica.
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Tanto ho combattuto come un "Guerriero della luce", contro avversità meteorologiche e altimetriche.
Riflettevo, in quelle condizioni, come il soffrire o come il godere è cedere alle passioni: l'unica differenza è che il godimento somiglia alla serenità e perciò inganna e fa perdere del tempo, mentre il soffrire costringe subito a indurirsi e tendersi. Apprezzo la vita che si svolge dolorosamente e non voluttuosamente; ho semplificato il mondo in una galleria di gesti di forza nel sentimento, dove si trova lo spettacolo della vita e non la vita.
E poi, chi ha detto che la vita fosse da godere?
Pasquale Bellia
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