Lunedì 06 Febbraio 2012 - Aggiornato 05/02/2012 21:09 - Online: 110 - Visite: 8388607
30/01/2010 16:06
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Firenze - Non possiamo non essere d’accordo sul fatto che il nostro territorio ibleo è intriso di beni culturali, che non sono per pregio da esso distinguibili. Il lavoro nelle campagne, gli impianti urbanistici spontanei o pianificati, ne sono chiara testimonianza. Il supporto - il territorio – ha qualità dello stesso valore dei suoi manufatti. I territori del barocco, hanno si rilevanze architettoniche notevoli, ma anche assetti urbanistici e caratteri del paesaggio di altrettanto valore.
I cataclismi territoriali, riportati con sempre maggiore frequenza sulle pagine di questo giornale, sono prova sicura di manomissioni dissennate di equilibri millenari, di alterazioni a coralità di eventi che convivevano in prossemia amichevole.
Da tempo si gioca infelicemente la carta dello sviluppo economico utilizzando la risorsa territorio. Ci sono molti Comuni – Scicli compresa - che intendono lo sviluppo ancora in modo regressivo: come consumo dei suoli e cementificazione. Intendiamoci, innanzitutto è necessaria in ogni agire la misura e l’attenzione, non si vuole, con questo intervento, suggerire vincoli incondizionati, si vuole solamente consigliare la giusta pianificazione, con opportune regole e giusti limiti. Il rispetto delle leggi e dei piani, deve essere garantito dalle istituzioni rappresentative. Senza favoritismi o addirittura complicità.
Un ulteriore principio al quale è incardinata l’attenzione dei beni culturale è costituito dal legame tra il bene culturale e il suo intorno fisico prossimo. Questa attenzione informa le dichiarazioni della inalienabilità come divieto di estrarre un bene culturale dal suo contesto. Non è più tempo di agire per “oggetti” architettonici per quanto notevoli, anche se di riconosciuto pregio, da questa nuova applicazione si deve sviluppa l’attenzione al paesaggio come bene culturale, come palinsesto da leggere nelle sue tracce testimonianza della storia dei luoghi.
Rilevante, si diceva giusto sopra, è ruolo della storia nella formazione del paesaggio, ciò significa porre l’accento su l’azione dell’uomo, che trasforma il paesaggio da naturalità a culturalità, da sito in luogo. Occorre, a questo punto, riconoscere che l’intervento dell’uomo sulla natura ha avuto, ed ha, segni diversi. In certe epoche, in certe società, in certi luoghi, il suo ruolo è stato positivo: ha costruito artifici urbani, paesaggi agrari, attenzioni alla naturalità. Quegli interventi oggi li eleviamo a valore d’insegnamento e valore estetico: con la manutenzione della naturalità (salvaguardia); oppure con l’impianto di nuovi sistemi colturali (sistemi colturali sostenibili, a fronte di nuovi possibili scenari orografici o climatici); oppure con la realizzazione di opere di riassetto territoriali integrate nel paesaggio preesistente (attente opere di idraulica, di adattamento sensibile all’uso del territorio), così l’uomo ha aggiunto valore alla forma della Terra.
Purtroppo altre volte, con pratiche poco virtuose, ha sottratto valore e distrutto il patrimonio culturale e storico costituito dal paesaggio. Ha ridotto la ricchezza della comunità, annullato il senso relazionale e storico dei luoghi.
Per arginare questa deriva, per re-imparare a governare la natura senza disconoscerla, occorre che la cura del paesaggio diventi una priorità comune perché bene sociale.
Per quale ragione dovremmo avere questa prioritaria attenzione?
E poi ancora, perché mai e a chi dovrebbe servire il paesaggio?
Prioritariamente, il paesaggio è memoria.
Il paesaggio è il sedimento della storia, il deposito della cultura sia rurale che inurbata. In esso è trascritto e reso visibile il nostro passato, il passato della nostra civiltà. Esso è il fondamento della identità delle diverse comunità che hanno abitato i nostri stessi luoghi e ne hanno lasciato testimonianza del passaggio. Il grande valore del paesaggio, risiede nella sua insostituibile qualità di civiltà trascorse, è la materia vitale che alimenta il futuro. Il Paesaggio, saputo leggere, può dare le indicazioni per sviluppi successivi nel rispetto dei suoi equilibri ed essere ispiratore di attenti interventi per le generazioni future. Proprio ai nostri discendenti bisogna rivolgere il nostro pensiero, a loro noi lo lasceremo questo bene irriproducibile - quando, quali ospiti che siamo, abbandoneremo questa terra –, proviamo a lasciarlo in buona salute. Credo si comprende come una società che vuole continuare ad esistere, deve custodire il paesaggio come una propria risorsa primaria.
A Scicli il paesaggio sempre più si tende a considerarlo come risorsa economica. Sempre più, nell’economia moderna, tendono ad accrescere il loro peso i settori legati alla produzione di “beni immateriali”. A Scicli i comparti legati alla ricreazione, al turismo assumono crescente rilievo. Si pianifica in funzione di quelle attrezzature sempre più invasive e spesso virulente. L’agire insaziabile progressivamente sta devastando la risorsa primaria motivo dello stesso progetto economico. Fondamentale deve essere l’agire per la conservazione del valore universale che rappresenta il paesaggio, come bene culturale nella pluralità degli interessi collettivi.
ph: P. Bellia
Pasquale Bellia
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