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Cultura >> Scrive Pasquale Bellia

Alla ricerca dell’anima dei luoghi: Scicli, Ravello

Ai miei studenti in vista dell’esame: ultima cura


 

Firenze - Premessa

Cercherò  di essere, nell’argomento, quanto più possibile divulgativo e stringato insieme.

L’esercizio del progetto d’architettura è un’arte difficile. La difficoltà non risiede nell’ingegneristico ardimento strutturale, no! Quello si risolve sempre. La difficoltà non è da identificare con le procedure, né nelle soluzioni tecnologiche. La difficoltà è riferita all’argomento del progetto, perché narra l’intero universo dell’abitare, del sistema delle relazioni che noi stabiliamo con la terra. La difficoltà maggiore del progetto è determinata nella capacità individuali nella lettura del luogo e della misura nella trasformazioni del luogo.
Tutti i luoghi hanno un’anima.

L’anima di chi quel luogo ha vissuto e lentamente adattato ai propri bisogni,  in tal senso trattiene significati profondi non trasgredibili. Si tratta di relazioni durevoli (funzionali, simbolici, rappresentativi, produttivi) tese a continuare i valori dei luoghi per trasmetterli alle generazioni future. Progettare architetture significa, innanzitutto, entrare in sintonia con ciò che il luogo – attraverso la sua propria storia geologica e la storia dei suoi abitanti - trasmette. Ma per far quest’azione di rispetto, necessitano progettisti con sensibilità non comuni. Sensibilità che non si possono affidare al possesso del titolo accademico e neppure dall’abilitazione all’esercizio della professione. Le sensibilità necessaria al progetto, da una parte fanno parte delle sorgive virtù personali, dall’altra scaturiscono dalla cura del “sé”.

Il luogo – urbano o paesaggistico – il progetto lo detta. Per saperlo ascoltare, per sapere interpretare la poetica del luogo, ci vogliono orecchie attente e capaci organi di senso. E poi, non ultimo, una grande umiltà nel rispetto della storia e della sua collettività.

Il riferimento


Oscar Ribeiro de Almeida Niemeyer Soares Filho, brasiliano, è un grandissimo (ultracentenario) architetto moderno e contemporaneo. La sua massima espressione è riferita alla realizzazione di manufatti utilizzando in maniera plastica il cemento armato. Le forme curve rappresentano il suo campo espressivo. Le sue sono manifestazioni del Movimento Moderno, che hanno lasciato una pesante impronta nella cultura successiva.

Brasilia, pianificata da  Lúcio Costa negli anni dal 1956 al 1960 è città di fondazione, insieme alle coeve  Chandigarh, firmata da Le Corbusier e la cittadella del potere politico di Dacca, progettata da Louis Kahn. Le architetture della nuova città brasiliana, vennero affidate a Oscar Niemeyer. Città di fondazione, vuol dire che Brasilia nasceva su un terreno senza altre presenza architettoniche intorno, e quindi il luogo veniva aggredito con la disinvoltura progettuale come per un deserto. Certo, il territorio, il paesaggio non sono “un vuoto di senso”, trattengono sempre tracce millenarie di un vissuto sociale fatto di lotte contadine e di lavoro, di trasformazioni naturali e geologiche. 

I casi

Nel progetto d’architettura esiste da sempre la necessità del riferimento formale e culturale. In ambito accademico, questo procedere si accetta ed a tratti si incoraggia perché ispiratore. L’inventiva, la capacità ideativa, l’urgenza immaginifica, però necessitano successivamente la messa a confronto, la “misura” con gli elementi  geomorfologici che l’anima del luogo riporta come tracce cariche di senso assoluto. Senso della storia e senso del luogo sono materiali progettuali, perché sono la narrazione dell’identità del luogo stesso e con quei tracciati il progetto deve trovare confronto ed assonanza, interazione, concertazione nella innovazione per stabilire contestualità profonde.


Scicli

Degli architetti hanno formato scuole di stile e determinate architetture modelli.

A Scicli, in piazza Italia, c’è una applicazione insensibile di modelli presi a prestito da contesti lontani e sovrapposti a stati di fatto di delicatezza storica senza comprenderne il senso del luogo. In ambiente di sensibilità, dove gli edifici all’unisono raccontavano la storia della società, della morfologia urbana ed architettonica, è stato inserito, negli anni sessanta, dall’arch. Cilia, un manufatto preso a prestito dai progetti di Oscar Niemeyer per Brasilia (città nata – vale ricordarlo - su un terreno considerato come un vassoio indifferente). Quell’edificio in cemento e vetro, tra quinte scenografiche coerenti di nobile pietra locale, è un insulto. Una tipologia che non trova continuità alcuna con gli edifici intorno, né tanto meno con il linguaggio espressivo. 

 


Ravello

Da qualche giorno è stato inaugurato l’auditorium di Ravello (costiera amalfitana), nato da uno schizzo “telefonato” di Oscar Niemeyer, che mai aveva visto il luogo del suo schizzo. Sul poco coinvolgimento al progetto di Oscar Niemeyer riporto: “Il progetto è opera dell’ufficio tecnico comunale, che ha poi redatto un regolarissimo, completissimo progetto definitivo, firmato dall’arch. Rosa Zeccato”, Corriere del Mezzogiorno del 15 gennaio 2004.

Anni di ricorsi di Italia Nostra, e sentenze del TAR che riconosce l’illegalità rispetto al PUT (piano urbanistico territoriale) che si appella “con specifica considerazione dei valori paesistici e ambientali”. Finché il Consiglio di Stato annulla la sentenza del TAR: così l’auditorium si è realizzato, e “la camorra ringrazia”, come dice Vezio De Lucia. A che valgono i piani urbanistici quando si trasgrediscono e poi – per rendere sanabile l’abuso - si approntano varianti a misura della speculazione?

Vorrei portare l’attenzione più che sulla questione della legalità – importantissima ma che porterebbe lontano - sul linguaggio adottato e sulla disattenzione del caso che ha delle similitudini con la scuola Lipparini di Scicli.


I due esempi sono imbarazzanti


A Scicli, dentro una piazza di trine e merletti, in un salotto di pietra, è stato incuneato un disturbo notevole. I progetti – che in due mandate concorsuali successive – hanno cercato di risolvere, alcuni tendevano ad innescare un ulteriore malessere. Con chi non è stato capace di leggere quanto il luogo suggeriva, ma ha confidato sull’eclatante idea innovativa: abbiamo rischiato un altro danno. Eppure, sia l’aspetto del controllo formale quanto dell’uso dei materiali: è dettato. A saper interpretare il luogo, con le sensibilità prima espresse, tutto questo è visibile.
L’intervento a Ravello è un errore. Perché? Dove risiede il senso, la necessità, della modifica della forma di un paesaggio collinare, che è già ricco di senso di per sé e che non ha bisogno di aggiunte. L’aggiunta di quell’”oggetto anomalo” in quel paesaggio è un impoverimento del senso storico, naturale e antropico della collina. (potremmo parlare a lungo sul senso della forma e come una forma chiusa, quale la sfera, non può mai avviare relazione con l’intorno prossimo).

E poi, parliamone chiaramente, a me che il progetto l’abbia ispirato l’architetto di grido che è nella storia o altro progettista, è attenzione secondaria. L’aspetto che ci deve fare riflettere è che dietro il nome altisonante si sia nascosto un’operazione illegale. Il paesaggio non si salva se si avalla la teoria secondo la quale la legalità è qualcosa che si può aggiustare dopo. (mi riprometto di farne tema di altro intervento).

Sconcertanti al riguardo sono le affermazioni di Cesare De Seta: è "grottesco opporre all'atto creativo le ragioni della legalità”. Ecco, non è ammissibile una simile espressione, inaccettabile. È la stessa che ha prodotto città disperse, oggetti autoreferenziali come monumenti ai progettisti, espressioni autocentriche come testimonianza di bisogno di affermazione del “sé”. “Gesti” in nome di una progettualità repressa, che ha bisogno di visibilità, di urlare paternità riconoscibili, gran parte del mondo degli architetti è insensibile alla legalità ed ha poche attenzione per il “fatto urbano”. Forse non si è capito che aderire a quel filone, alimenta l'illegalismo che trova buoni consensi ed interesse nella criminalità.

La città  è una bene comune e tutti – nella prassi delle scelte partecipate e condivise - siamo progettisti del nostro habitat. Tutti con la stessa responsabilità.

Negli ambienti disciplinari urbanistici – ormai da anni – le parole d’ordine sono di tipo sartoriale: cucire, legare, riammagliare. Questo misurato ed attento procedere nel tentativo di instaurare un processo di recupero nelle relazioni tra la diffusa dispersione edilizia urbana. Non è più accettabile – in nome di una vanità individuale dei progettisti – aggiungere oggetti su oggetti, fino a generare un glossario di parole senza sintassi di frasario certo o comprensibile.

Da anni mi esprimo per un avvicinamento tra architettura e urbanistica, tra architettura e paesaggio. Non sono per uno contro l’altro, quanto per un procedere in assonanza e come derivazione di scala interpretative e di analisi a cascata.

Non sono più sufficiente i piani urbanistici, se dopo vengono trasgrediti e si edifica nell’illegalità. Sono necessari progetti urbanistici, che dettino l’agire e che suggeriscano anche le relazioni e i materiali per una migliore qualità di un bene comune: la città!.

                                    Pasquale Bellia




Tags: facciata scuola media lipparini ,
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    Pasquale Bellia - RagusaNews.Com - 18:32 06/02/2010

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