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Giovedì 17 Maggio 2012 - Aggiornato 17/05/2012 20:21 - Online: 150 - Visite: 8388607

15/02/2010 00:41

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Socrathe. La vera risposta di Andrea Camilleri a Centorrino

Giandomenico Castali, Duca di Monterosso, in arte Socrathe, gioca a immaginare la vera risposta di Camilleri all'assessore Centorrino, che lo ha accusato di portare sfiga

Socrathe. La vera risposta di Andrea Camilleri a Centorrino

 - Ma quanno minchia si decide a starisi muto 'stu grannissimo cornuto?

 Il maestro questa matìna era parecchio nirbusu, pinsava la criata Pinuccia. Da quando il giornale di paìsi aveva pubblicato quella mala parte nei confronti degli scrittori siciliani, al maestro non ci poteva pace. Mariuzzo Centoprino, figghio di una bona e santa fimmina, ‘strolucu comu a so’ matri e  considerato un principe dei cunti e anche di qualche foro, apparteneva a una delle meglio famiglie del paìsi di Messina: è un picciotto longo e sicco -nirbusiava il maestro, di capo matina- che ci ammanca di sicuro qualichi misi e qualche simana per addivintare cristianu.

La facenna di quella dichiarazione di Mariuzzo ai giornali, “non leggete più le opere di Camilleri, Sciascia e Lampedusa, perché portano svintura e mali cosi”, accussì intitolavano i giornali, aviva squasi fatto nesciri pazzu di raggia lu maestro e i quattro o cinque mangia lapuni allittirati che non aspettavano altro per avere tanticchia di parcoscenico nazionali. Ma al maestro non ci poteva pace per davvero. A iddu di scriviri articoli pi’ li giurnali, per fare passerella mediatica, come dicono i giovanotti d’oggiggiorno, nun ci passava manco pi’ la testa. Sulu ‘ndi ‘sta simana aveva sfornato setti romanzi storici e qualcosa come ventiquattro novelle brevi sulla Sicilia, Montarbano, e il Mediterraneo. Tempu di perdiri con la carta stampata dei giornali, il maestro ne aveva poco per davvero. Ma quella nisciuta di fondo di Mariuzzo Centoprino, lo aveva fatto nesciri pazzu per davvero. Caminava pi’ li stanzi di la so’ casa, scausu per giunta, si firmava davanti agli specchi, isava il vrazzo sinistro col pugno chiuso, sovrapponendogli, all'altezza del bicipite, il palmo della mano destra, e farfugliando a tempu di tarantella, gridava:

 

- Paisàni chi ci dàmu a Mariuzzo?

E iddu stissu in coro s’arrispunneva:  - ‘sta minchia!

 

E rideva da solo, e s’arricreava e ‘iva avanti. A ogni specchio si fermava, si allisciava li capiddi e ripeteva la litanìa:

 -Paisàni chi ci dàmu a Mariuzzo?

Si girava di spaddi, s’isava rittu e rispunneva: - ‘sta minchia!

 Accussì tutta la santa matinata, e, mai sia lu sapi la signora, manco lu filu vesperi si fici. Tantu era pigghiatu da questa farsa che lo aveva arraggiato. Poi all’improvviso si calmò. Si assettò davanti alla machina da scriviri, s’addumò ‘na sigaretta, si misi li scarpi nuovi, pulite, nere e lucenti di cirotto amiricano, e si misi  a scriviri.

 Mariuzzo beddo,

cosa fitusa e figghio di bona e santa fimmina, nella tua dichiarazione di guerra contro li scrittori siciliani, hai dimenticato quel jarruso di Luigi, paisano miu e tuo macari, e io ora vogghiu sapiri pirchì.  

 A ogni punto e a capo il Maestro si alzava, andava davanti allo specchio che è di fronte alla libreria del salone, si allisciava li capiddi, si sistimava li pantaloni e la camisa, pigghiva ciatu e litanìava:

 -          Paisàni chi ci dàmu a Mariuzzo?

Scoppiava a ridere e s’assittava di nuovo a scriviri. S’addumava la sigaretta e pigghiava a mali paroli la tastiera di la machina da scriviri, piena di cinniri e tabaccu.

 

Che per casu li parenti di Luigi ti hanno portato qualche tabbarè di cosi aruci? Sulu accussì mi spiego il fatto di non averlo trovato nella lista degli scrittori del mala augurio che hai apparecchiato pi’ la stampa.

Mariuzzo, ma che hai ricevuto mali da noialtri scrittori paisàni? Vedi che Luigi è un porta svintura di prim’ordine. Ti devi immaginare che un arbiro di Pino girgentese ci avevano chiantato vicino alla sua tomba, quando la buon’anima se ne andò, e quello stesso arbiro, addopo quasi cent’anni si siccò, vuoi pi’ lu scantu e la jattura di fari ombra al suo sepolcro, vuoi pirchì Luigi quannu scrissi di li maschiri e di lu tiatru, lu dissi chiaramenti che arberi al suo sepolcro ce ne dovevano stare uno o nessuno, altrimenti centomila, e lu poviru arbiru, lassatu sulu, siccò. Dopo cent’anni, ma siccò per davvero.  Luigi purtava sfortuna sulu a pinsarlu. È giustu che lo sai. E tu nun lu mintisti ‘nda la lista de’ pinni niviri? Allura abbiamo a pinsari che sotto sotto, li parenti so’, ti hanno fatto la vuccuzza aruci. E te ne sei approfittato di me, di Leonardo e di Pinuccio di Lampedusa che biscotti di mennule, arricciati e zuccherati, non te ne abbiamo mai spirùti.

 

Il Maestro era davvero aspiritato, il fumo delle Mabboro ci usciva anche dalle orecchie e dalle nasche, che sembrava il drago di San Giorgio prima di finire ingessato e imbalsamato, come un simulacro, per il piacere dei modicani di Modica di portarselo a spalla per le vie del corso. E pinsava, pinsava e pinsava. Si isava solamente per andare allo specchio, e nirburìava:

-          Paisàni chi ci dàmu a Mariuzzo?

 

In quella pinsàta di raccoglimento per Mariuzzo, il maestro Camilleri, prufissuri di storia siciliana e scrittori di penna fina e caminanti, pregava pure a Santa Rosalìa, perché senza aiuto di la Santuzza a Centoprino lo avrebbe mannatu a fari 'n culu morto e sparato com'è, a lui e a tutti i comunisti che Raffieli Lombardo s’acchianò a Palermo. E non sarebbe pinseru di cristianu mannari a fari ‘nculu un collega prufissuri e assessuri, e guvernaturi di la Sicilia, con Raffieli in testa! Già, non sarebbe pinseru di bonu cristianu. E lu fumu ci acchianava per le nasche fin sopra gli occhi che manco ci vedeva, tantu sbuffava comu ‘n trenu  a vapuri!!

 

Caro Mariuzzo, lu sai che manco io sono comunista?

E lo sai che manco Lionardo e Pippino lo erano? O megghio, lo siamo stati come te, comunisti, quando il vento sciosciàva sulle bannere russe, però adesso con questo lustro di luna  a fari pupjati nelle chiazze non conviene, ci si si appizzano sordi e tempu, e come scrisse Lionardo nel giorno della Civetta, la ricotta della cassata se la mangiano sempri li democristiani, Bellusconi in testa e macari Raffieli, l’amico tuo. E tu mi dici che devo abbandonare l’ideologia? Ma quando mai ce l’ho avuta io un’ideologia. Se non fosse per la mia criata Pinuccia che rompe i cabasisi dalla matina alla sira , e anche adesso mentre ti scrivo mi controlla la prissioni, te la farei avvidiri io la mia ideologìa astampata in corsivo e macari incorniciata!!

Ti confesso che questa tua uscita sulle pinne del malaugurio non l’ho capita, e se c’è qualcosa che possiamo fari, me la intesto io a nomi di Pinuccio di Lampedusa e di Lionardo, buon’anime, per rimediari all’offesa di li viscotti di mandorla che non hai arricevuto, arrimedieremo volentieri, parola d’onore.

Nel frattempo, Mariuzzu beddu, ti auguro una felice permanenza a Palazzo D’orleànz, attentu a li scaluna a Raffieli e ai 'mmuccalapùna, nun si sa mai.. e ti lascio con un detto del mio paisi, che è pure lu to’ paìsi:

 

ti auguro di non trovare mai sulla tua strada ‘n mulu, pirchì a prima occasioni ti la ritrovi …  

 

La tua affezionatissima pinna nivira e porta jattura

 

 

Giandomenico Castali, Duca di Monterosso

 

Socrathe

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