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Mercoledì 23 Maggio 2012 - Aggiornato 22/05/2012 20:22 - Online: 279 - Visite: 8388607

22/05/2010 18:35

Notizia letta: 4092 volte

Mi Manda Rai Tre, è giornalismo obiettivo?

Ci scrive Lidia Coria

Mi Manda Rai Tre, è giornalismo obiettivo?

Spettabile Redazione,
ho assistito alla trasmissione di ieri sera 21 maggio.
Sorvolo sulla prima parte, la storia delle "suore riottose"  su cui faccio fatica a trovare le parole per esprimere un parere.
Il motivo della mia mail riguarda il piccolo Giuseppe Brafa, i cani di Virgilio Giglio, Scicli e gli invitati in trasmissione per chiarire o riportare in evidenza un caso di cronaca che ha rattristato tutti, un caso come mille altri casi in cui la morte, soprattutto di un bambino, non può non far soffrire oltre che riflettere .
Sono nata a Scicli anche se da più di 30 anni vivo e lavoro, in una grossa città del nord.
Conosco Scicli, il calore, la laboriosità delle persone, la loro generosità, il loro rispetto profondo per il dolore e per la morte.
Ho conosciuto Virgilio Giglio molti anni fa e ho provato per lui, in questa occasione, un dolore che, pur non essendo paragonabile a  quello provato per il piccolo Giuseppe e i suoi familiari, è comunque enorme.
Mi rifiuto di pensare che Virgilio, affacciato alla sua terrazza, abbia fatto spallucce su quello che stava succedendo, come è stato detto ieri sera.
Presumo, comunque, che prima di dare per scontata questa affermazione, chi ha il dovere di informare, “Mi manda rai tre", in questo caso, si sia prima documentato sui luoghi, sulle distanze, su cosa può essere visto da quella terrazza. Dubito fortemente che sia andata così, come superficialmente è stato più volte ripetuto.
Non voglio difendere Virgilio Giglio, non spetta a me, anche se penso che insieme al piccolo Giuseppe sia la seconda vittima di tutta questa storia, il capro espiatorio comodo, ideale, in una vicenda fatta di “io non c'ero, io non so, io sono venuto dopo, non spettava a me”. Virgilio Giglio, che la vita e chissà cosa della vita ha fatto diventare un uomo solo, forse anche un barbone come ho letto in qualche giornale, un selvatico, come si racconta e come le foto, accuratamente scelte, di lui e della sua abitazione mostrano, vive adesso da solo il suo dolore per una morte non immaginata, sicuramente non voluta, per quella morte che lo ha  trascinato in un frastuono da cui era volontariamente fuggito.
Virgilio non ha, però, verità da dire a nessuno. La verità è lampante, lui non centra in tutto questo e ho anche seri dubbi che i responsabili fossero proprio quei cani, che lui accoglieva, che nutriva a sue spese, con il tacito, comodo e omertoso consenso di chi avrebbe dovuto provvedere.
Se anche fossero stati quei cani, non suoi, ma ospitati da lui, non è certamente colpevole, né della morte del piccolo, né della superficialità e indifferenza di cui lo si accusa.
La verità è sotto gli occhi di tutti, lo ripeto.
Fa comodo a molti non vederla.
Mi rammarica, inoltre, pur consapevole della necessità  di dare lo spazio dovuto alla famiglia Brafa, che non si sia lasciato assolutamente parlare l’avvocato Francesco Riccotti, difensore di Virgilio.
Rientra nella consuetudine di molte trasmissioni televisive, certamente, e mi rendo perfettamente conto che fa più audience la patetica vicenda, neanche tanto chiara delle anziane suore, o il dolore di una madre e di un padre che hanno perso un figlio. 
Mi chiedo, però, perché sia stato invitato l’avvocato Riccotti se poi non gli si è concesso di spendere una parola, non solo a difesa del suo assistito, ma anche a difesa della verità.
Mi piacerebbe saperlo.

                                            Cordialmente
                                             Lidia Coria
 

Lettera firmata

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