Giovedì 09 Febbraio 2012 - Aggiornato 08/02/2012 22:51 - Online: 151 - Visite: 8388607
23/05/2010 09:42
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«In Sicilia il Pd è in profondo imbarazzo». Così Nando Dalla Chiesa, ex parlamentare del partito di Pierluigi Bersani ed esponente del movimento antimafia, definisce la situazione che si è venuta a creare sull'isola. Qui infatti il Pd ha avviato un confronto con la nuova maggioranza delineatasi dopo l'azzeramento della giunta deciso dal presidente della Regione giusto un anno fa. Il sostegno del Partito democratico, seppur limitato alle riforme, ha aiutato la sopravvivenza della nuova maggioranza che per ora comprende l'Mpa, Pdl siciliano (che riunisce i finiani e i consiglieri vicini a Gianfranco Miccichè) e l'Alleanza per l'Italia di Francesco Rutelli. Diversi provvedimenti, tra cui l'importante piano rifiuti, sono passati grazie al voto del Pd.
Il partito, comunque, resta formalmente all'opposizione, non essendo stato formalizzato per ora alcun accordo per un sostegno esterno. Ma la collaborazione sulle riforme in Sicilia inizia ad andare stretta a diversi esponenti del partito. Soprattutto dopo che si è saputo che il governatore Raffaele Lombardo, suo fratello Angelo, due deputati regionali, Fausto Fagone (Udc) e Giovanni Cristaudo (Pdl-Sicilia), e l'assessore regionale al Turismo, Nino Strano, sono indagati per concorso esterno in associazione mafiosa dalla procura di Catania. Le ultime indiscrezioni apparse sui giornali, che parlavano di un'imminente richiesta d'arresto per il leader dell'Mpa, hanno surriscaldato il clima, già parecchio teso. Il procuratore capo di Catania, Vincenzo D'Agata, ha smentito Repubblica annunciando, sul tema, il silenzio stampa. Da parte sua il governatore è convinto che dietro gli attacchi nei suoi confronti ci sia la stessa criminalità organizzata. Questo in sostanza il suo ragionamento: gli interessi mafiosi nel business dei rifiuti sono stati duramente intaccati dai provvedimenti recentemente adottati dalla sua giunta. Di qui l'attacco politico, mediatico e giudiziario nei suoi confronti. Per avere maggiori indicazioni occorrerà attendere le richieste dei pm che, ha detto il procuratore capo D'Agata al quotidiano La Sicilia, potrebbero arrivare «prima delle ferie estive». Nel frattempo all'interno del Pd cresce il malcontento di quanti, anche prima che si sapesse dell'inchiesta, avevano mal digerito la collaborazione con Raffaele Lombardo. Tra questi appunto c'è Dalla Chiesa, figlio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, ucciso dalla mafia nel 1982.
«Il Pd deve capire che Lombardo non è Orlando», dice l'ex senatore, che fa un parallelo tra l'attuale situazione in Regione con quanto avvenuto alla fine degli anni 80 a Palermo. «Allora il partito comunista decise di sostenere la parte sana della Dc di Leoluca Orlando, per combattere quella collusa con la criminalità organizzata rappresentata da Salvo Lima (ex sindaco del capoluogo ucciso nel 1992) . Ma oggi la situazione è diversa e l'inchiesta che coinvolge Lombardo mette il Pd in imbarazzo con i suoi elettori. Capisco le ragioni di realpolitik, ma forse il gioco non vale la candela». Di diverso avviso il segretario del Pd siciliano Giuseppe Lupo che difende la collaborazione con la giunta Lombardo sul tema delle riforme. «Con Lombardo - dice al Sole24Ore.com - non c'è nessun inciucio ma un confronto chiaro e trasparente. Il partito ha dimostrato un forte senso di responsabilità. In una fase difficilissima, con una crisi economica che ha colpito duramente la nostra regione, non ci possiamo permettere una situazione di ingovernabilità. Per questo abbiamo fatto le nostre proposte e votato le leggi che riteniamo nell'interesse esclusivo della Sicilia e per i siciliani. Detto questo voglio ricordare che il Pd non fa parte della maggioranza e non ha i numeri per sfiduciare la giunta. Per quanto riguarda l'inchiesta, noi aspettiamo che la magistratura si pronunci. Se ci sarà una richiesta di rinvio a giudizio noi saremo i primi a chiederne le dimissioni».
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