05/06/2010 17:24
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Sul Corriere dell'1 giugno di quest'anno 2010, nelle pagine dedicate alla Cultura, un articolo di Paolo Mieli mi ha fatto ricordare antiche letture e strani turbamenti giovanili.
Paolo Mieli recensiva un libro di Giovanni Sedita di prossima pubblicazione. Titolo del suo "saggio": "L'Italietta intellettuale a libro paga del Duce".
Gli emolumenti elargiti dal regime fascista a noti intellettuali, a esponenti della letteratura e della poesia contemporanee, erano da tempo noti. Da quando gli archivi sono stati liberati dal segreto e aperti alla ricerca, le sorprese sono state veramente tante. Inattese, incredibili, raccapriccianti.
Paolo Mieli scrive bene quando scrive di "Italietta", di libro paga, di lista di postulanti. Tutte frasi scultorie e obbligate che da sole identificano il trasformismo politico della "nuova classe dirigente" italiana del Dopoguerra. Opportunista, sfrontata, vergognosamente piegata al potente di turno poi regolarmente vilipeso e osteggiato nell'attimo della sua caduta.
Gli intellettuali spagnoli fuggirono al dissolversi della Seconda Repubblica e mai più ritornarono in una Madrid e in una Spagna occupate da Franco. Sprezzantemente rifiutarono le proposte più allettanti del dittatore spagnolo andando incontro a una vita di stenti, ad anni di miserie, a malattie e umiliazioni in terre straniere.
Tra pochissimi, il grande filosofo Ortega y Gasset ritornò per necessità familiari in una patria franchista che lo ignorò, lo controllò, quasi ne perseguitò la riluttanza a piegarsi. Morì in una Madrid straniera, dimenticato dalla stampa ufficiale e collusa, ma non dal popolo che aveva servito con le sue idee e il coraggio della sua testimonianza.
Non così i nostri intellettuali. Il mestiere e l'arte di arrangiarsi li condussero a ben lontani traguardi.
Né disdegnarono l'accattonaggio politico e la svendita delle loro coscienze per accaparrarsi dal regime non tanto l'agognata e invocata libertà di stampa bensì delle vere e proprie elemosine, prebende con le quali tentavano di sbarcare il lunario per menare una vita spesso dissipata, poco incline a sacrifici e rinunce, tronfia di egocentrismi e di vanagloriosi atteggiamenti.
Molte verità inconfessabili nel libro di Sedita, riportate con l'abituale e asettica implacabilità da Paolo Mieli.
Da Ungaretti, entusiasta convinto dell'Asse a Vincenzo Cardarelli che scrive a Galeazzo Ciano perché faccia presente al Duce la sua lunga miseria e ne impetri un soccorso immediato. Da Quasimodo che sollecita "urgentemente un aiuto per coprire i più elementari bisogni cotidiani di vita" a Libero De Libero che chiede addirittura "un aiuto mensile", a Rosso di San Secondo che denuncia l'avversione de "la Plutocrazia ebraica" nel disperato tentativo di ingraziarsi le simpatie di un Mussolini nient'affatto razzista convinto. A Vitaliano Brancati, pronto a denunciare addirittura "scrittori mediocri e antifascisti" aiutati dalla generosità del regime, pur di candidarsi spregiudicatamente alla direzione del "Popolo di Sicilia", giornale che si stampava a Catania. Da Vasco Pratolini che offre i suoi servigi come membro dell'OVRA, la temibile e famigerata polizia politica, ad Alfonso Gatto già a libro paga da un pezzo; e poi ancora ad Achille Campanile, a Enrico Falqui, a Sem Benelli nonostante la sua scarsa confidenza con l'OVRA. Da Sandro Penna che accetta dure censure alla sua lirica pseudo libera a Vittorini, dulcis in fundo, che scrive al Duce "nella qualità di scrittore fascista". ("Da quando ho la penna in mano, l'ho adoperata al servizio delle idee fasciste"). (sic!)
Segue, infatti, un lungo elenco di intellettuali in camicia nera, meschini tutti, famosi e non, nella loro piccola statura di uomini. Non importa se fra questi spicchino premi Nobel e talenti riconosciuti e celebrati dall'allegra Italietta repubblicana. Per non parlare poi della quasi totalità dei professori e baroni universitari che firmarono il documento sulla razza, salvo poi a far perdere le testimonianze e a rinnegare come Pietro un passato dal quale le parole incominciano a saltare fuori per colpire come pietre. Mezzi uomini, marionette senz'anima di un puparo che, solo, in quel teatrino italico e mediterraneo manifestava carisma e attributi, qualità, coraggio e batteva pugni sul tavolo.
Dopo aver letto l'articolo di Paolo Mieli, ripresi in mano un vecchio documento, "Colloqui con Mussolini". Un piccolo volume che fu pubblicato dalla Mondadori, facendo immediatamente il giro del mondo, nel lontano 1932. Fu un testo che scatenò allora passioni e deliri non perché descrisse un Duce segreto ma perché diede di lui un ritratto sostanzialmente autentico e vero. Emil Ludwig, un intellettuale tedesco raccolse quelle confessioni nella primavera di quell'anno, in un momento di vera apoteosi del regime. Ricordo che, tanti anni fa, ero ancora molto giovane quando lo lessi, fui stranamente sorpreso. Come del resto si meravigliò il mondo del 1932. Dalle sue pagine emergeva una forte personalità di Mussolini. Un uomo dalla smisurata cultura, dall'ambizioso e lungimirante progetto politico. La laicità del suo pensiero, nietzschiano e bismarckiano fino al midollo delle ossa, si muoveva con abile destrezza intorno a tre grandi spiriti di riferimento, figure guida dell'avventura fascista di cui fu protagonista e vittima: Cesare, Dante e Machiavelli.
Rilessi ora, a distanza di quasi quarant'anni, quel testo e una rabbia impotente, incontenibile e strana s'impadronì della mia anima.
Ripensai a mio nonno, irriducibile rivoluzionario socialista, a mio padre che dovette emigrare lontano per non incappare nella provocazione fascista, a me stesso, figlio di una famiglia proletaria che aveva condiviso un'identica sorte, nei primi anni del novecento, con la famiglia Mussolini e con lo stesso Duce. In che cosa differiva il desiderio di mio nonno dal desiderio di Mussolini, m'interrogai? In nulla. Entrambi muovevano dalla stessa utopia. Entrambi sognavano un futuro migliore, onesto e giusto per i loro figli. E allora perché il disastro di una guerra mondiale e la farsa di una politica che dura fino a tutt'oggi?
"Dovetti nel primo anno disfarmi di 150.000 fascisti per rendere più intenso il partito. Solo più tardi potei cominciare ad attrarre un'élite per trasformare sempre più la violenza in ordine" Confessava Mussolini a Ludwig. E ancora: "Ho conquistato gli uomini più per l'onore e con la convinzione che con il denaro e la violenza. Io lodo con misura..."
" La massa per me non è altro che un gregge di pecore, finché non è organizzata. Non sono affatto contro di essa. Soltanto nego che essa possa governarsi da sé. Ma se la si conduce, bisogna reggerla con due redini:entusiasmo e interesse. Chi si serve solo di uno dei due, corre pericolo. Il lato mistico e il politico si condizionano l'un l'altro. L'uno senza l'altro è arido, questo senza quello si disperde nel vento delle bandiere".
Ritrovai questo vecchio testo di un'attualità e di un modernismo sconvolgenti. In esso l'uomo politico s'interrogava anche sulla possibilità e le difficoltà di costruire un'Europa unita, assemblando culture e razze, storia e desideri.
Uno spirito tollerante e saggio emergeva da quelle pagine, rispettoso delle diverse etnie, suggeritore di comportamenti civili e onesti ai compatrioti emigrati che vivevano in paesi transatlantici. Innamorato della musica e dell'arte. Religioso non credente, perfettamente convinto di un fato che governa i destini degli uomini.
"Di fato parlano sempre gli uomini di Stato, quando essi stessi hanno commesso qualche errore".
All'interlocutore che lo interrogava sulla gloria, alla fine della lunga chiacchierata, rispondeva:
"La gloria?...Io non l'ho veduta davanti a me da ragazzo e non la ritengo il più forte motore (della mia opera). Io stesso non ho affatto fondata la mia opera soltanto sulla gloria; La immortalità è il pegno della gloria. Ma essa viene in seguito. " E fece un gesto realistico verso un'incontrollabile lontananza.- Riportava l'autore.
Come Cesare, sappiamo tutti ormai, l'uomo fu coinvolto in fatti più grandi di lui. Tradito dai suoi stessi gregari, distrusse con la sua vita la vita di un popolo, l'identità di una nazione. Morì, non come Cesare, fucilato da qualcuno che sicuramente aveva l'interesse di far tacere insieme alla sua voce verità imbarazzanti che emergono ora con fatica dalla polvere del tempo, che la risacca della Storia restituisce a tratti come ossi di seppia sulla spiaggia dei ricordi.
Che cosa è rimasto, allora, di un grandissimo intellettuale, che il mondo a lungo ammirò e c'invidiò, mi sono chiesto senza voler fare sconti alle sue responsabilità o apologia del suo regime?
L'odio. Non l'odio per la disfatta subita, non l'odio per le innumerevoli morti causate dalle sue ultime tragiche scelte strategiche, ma l'odio per chi sa e potrebbe parlare, per chi è stato il duce di un popolo di pecore che si erano credute per un attimo lupi e lupi rapaci.
Un Uomo Libero
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3
07/06/2010 14:28
RICAMBIO
Un Uomo libero.
gentile Romana.
2
06/06/2010 22:33
LA RENTRéE
Romana
Saluto il narratore Un Uomo Libero.
1
05/06/2010 19:39
dopo il 25 luglio del 1943i nostri intellettuali divennero magicamente apostati, non della querula, ma del fascismo.complimenti Un Uomo Libero, come sempreS.the