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Lunedì 21 Maggio 2012 - Aggiornato 21/05/2012 15:44 - Online: 336 - Visite: 8388607

18/06/2010 11:16

Notizia letta: 1377 volte

Perchè non credo nel Partito della Nazione

Ci scrive l'ing. Giuseppe Spadola

Perchè  non credo nel Partito della Nazione

L’interessante articolo dell’Arch. Storniolo (Perché credo nel Partito della Nazione), offre lo spunto per tutta una serie di considerazioni, che brevemente mi accingo a fare.

Credo che la domanda fondamentale cui va data una risposta sia Perché nasce il Partito della nazione?

  1. Perché come dice Casini, “il Paese va  a rotoli e richiede una assunzione di responsabilità da parte di tutti, e bisogna cambiare per contare”?
  2. Perché il bipolarismo non funziona?

Ci sono alcune condizioni al contorno , alcune premesse di cui non si può tenere conto.

La prima è  che questo terzopolismo a cui pare si voglia arrivare, continua ad essere bocciato dagli italiani: l’UDC naviga sempre attorno al 5%, le altre forze centriste (Rutelli, Tabacci…) sono movimenti dello zero virgola qualcosa. 

Ricordo poi di passaggio, che in politica 2+2 fa quasi sempre 3.

C’è lo dice la storia degli ultimi 60 anni: dal Fronte Popolare del ’48, alla catastrofica unione PSDI-PSI del ’66.

Con queste precondizioni elettorali, non esiste credibilità sufficiente per innescare consistenti processi di novità nel sistema politica italiano; anzi il Partito della Nazione sembra più un espediente per ridare credibilità politica alla linea politica del né di qua né di la, sostanzialmente bocciata dagli italiani.

Questo bipolarismo, che difficilmente potrà diventare bipartitismo, per quanto rissoso e controverso, sembra essere gradito dagli elettori, che hanno chiaramente indicato di non gradire, la politica ondivaga tra destra e sinistra, che ha fatto richiamare in mente la politica dei due forni di andreottiana memoria.

In Italia il vero terzo polo di cui bisogna tenere conto, è rappresentato dal partito degli indecisi e di quelli che non vanno a votare.

La questione a mio avviso che qualcuno ha già fatto evidenziare, e che i delusi di destra e di sinistra, hanno già un partito alternativo che incanala il dissenso: e questo partito è la Lega, e in misura minore Italia dei Valori. 
 

 Certo il bipartitismo attuale è malato: da una parte e dall’altra vi sono fibrillazioni, quasi sempre derivate dall’eccessivo leaderismo.

Le critiche di Fini a Berlusconi, in sostanza di essere l’unico a decidere, sono le stesse che qualunque iscritto ad Alleanza Nazionale, avrebbe potuto rivolgere a lui.

Lo stesso vale per l’UDC, IdV e così via.

Credo che il problema centrale della crisi della politica e della sua scarsa credibilità, sia quello della crisi dei partiti: tutti o quasi, hanno tradito il dettato costituzionale secondo cui (art. 49 della Costituzione) “ i cittadini possono associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la Politica Nazionale”. La crisi politica dei partiti nasce proprio dal fatto che il metodo democratico non funziona.

Nessuno è  esente o senza colpa.

Ricordo la battuta efficace di Giancarlo Pajetta su Berlinguer:  si iscrisse giovanissimo alla Direzione del PCI.

Le leadership inamovibili dei partiti coinvolgono un pò tutti e sappiamo come siano già preconfezionati e predecisi tutti i momenti cosiddetti democratici che portano alla formazione delle dirigenze: dai congressi di sezione, a quelli provinciali, a quelli nazionali.

In fondo se ci pensiamo,  questa crisi del sistema partitico è una faccia di quella questione morale, tutt’oggi irrisolta di cui parlava proprio Berlinguer nel 1981 dalla quale, diceva, dipende la effettiva governabilità del Paese e la tenuta del regime democratico.

In definitiva la mia tesi è che il sistema è malato, perché sono malati i partiti.

E non sarà  certo la sommatoria di tanti zero virgola, che potrà fare la differenza. 
 

Ing. Giuseppe Spadola

 

Già  amministratore dei primi anni ’90 del Comune di Pozzallo, attualmente è il Presidente provinciale di Inarsind, il Sindacato degli Ingegneri e Architetti liberi Professionisti.

Lettera firmata

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