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Martedì 22 Maggio 2012 - Aggiornato 22/05/2012 16:41 - Online: 355 - Visite: 8388608

20/06/2010 23:31

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Jarrusi, mafiosi e semidei. Palermo, l'ultima città felice

I misteri e i piaceri della Favorita

Jarrusi, mafiosi e semidei. Palermo, l'ultima città felice

Madrid - Una sera di molti anni fa ero a Caltagirone, ricordo, ospite del Seminario vescovile che si trova in piazza San Francesco proprio nel cuore del centro storico.

Com'era mia abitudine, quando finivo il lavoro prima del previsto, gironzolavo per le botteghe artigiane che popolavano la via Roma curiosando nei loro retrobottega, chiacchierando con gli operai o con i maestri ceramisti.

Mi fermai, passeggiando, davanti alla vetrina di un'importante libreria, avido come sempre di novità letterarie e editoriali. In quel preciso istante un dipendente, dalla parte interna, posava su uno scaffale un libro dalla copertina molto allegra, di un rosso vivo, che voleva essere una guida divertente e disinvolta ai misteri e ai piaceri di Palermo.

Autore del testo Pietro Zullino. Più che il titolo fu il nome dell'autore ad attirarmi. Leggevo da un pezzo con molto interesse questo giornalista scrittore e non mi parve vero trovarmi sotto il naso proprio un lavoro suo che per giunta mi parlava di Palermo. Entrai subito nella libreria, indicai al signore il testo e lo comprai.

Ritornai nella mia stanza in seminario e mi misi a sfogliarlo. Mi resi conto immediatamente dell'importanza di quella pubblicazione che già era alla quarta edizione. Pensai allora di comprare qualche altra copia per regalarla. Il giorno dopo mi recai di nuovo in libreria ma con mio grande stupore il signore negò di avermi venduto il giorno precedente il libro.

Andai in seminario, prelevai la copia che avevo comprato e ritornai da lui per mostrargliela. Il signore fu irremovibile nella sua verità. Dimenticai il fatto e portai il libro a Scicli. Più tardi seppi che quella pubblicazione era stata spesso rastrellata sul mercato.

La lessi per ciò con più interesse e mi resi subito conto del perché. Era un libro scomodo. Analizzava misteri e sospetti siciliani, offriva intelligenti e probabili chiavi di lettura di fatti che avevano segnato la storia moderna dell'isola. E non solo dell'isola. Di tutta una politica forse che dell'isola aveva fatto il suo campo di battaglia, che nell'isola aveva trovato menti, humus e ragioni storiche per una gestione disinvolta del potere.

Già tutto questo lo aveva sperimentato molti anni prima Cicerone che della Sicilia aveva condiviso, per un periodo storico ben definito e lungo, destini e lacrime.

In seguito ho ripreso in mano la guida spesso e volentieri. Ogni volta che la mia memoria è stata lì lì per vacillare. Ogni volta che ho sentito il bisogno di ricordare fatti e misfatti di una storia che, anche se mia, tuttavia percepisco estranea, non condivisibile, altra.

Palermo è lontana. E' stata sempre lontana. Disperatamente lontana dalla realtà provinciale nella quale vivo. Anche se ha influenzato e influenza attualmente la sua vita, il suo futuro, il senso di una sicilianità sprezzantemente definita "babba", cioè stupida.

Palermo nei millenni ha raccolto l'eredità di Delfi, cioè si è autoconsacrata senza l'aiuto o l'intervento di un dio complice e amico, "ombelico del mondo", centro di tutti gli intrallazzi, deposito di una memoria e di una coscienza che solo l'arroganza dei "panormiti" ha potuto elevare a unica e originale filosofia di vita. Sì, la sindrome panormita come la chiama ironicamente Pietro Zullino nella sua "Guida ai misteri e piaceri di Palermo".

Il Conte duca De Olivares, l'onnipotente "valído" (primo ministro) di Felipe IV di Spagna amava ripetere ai nuovi Viceré destinati alla Sicilia: "Con i baroni siciliani a fianco sarete onnipotenti. Senza di loro, non potrete muovere nell'isola neppure un dito della mano." Ed era vero. Perché Palermo non era e non è una città. Palermo era ed è un modo di sentire, una filosofia come già ho scritto, una "felice" contraddizione della Storia.

La società dell'apparenza e dell'opulenza -lezioni queste molto ben metabolizzate, apprese durante la lunga dominazione spagnola- ha saputo poi sapientemente elaborare regole, stili per imporli al mondo. Un'ipocrisia sottile ha rivestito di perbenismo anche le cose più strane, anche i fatti più difficili da accettare e credere.

Dall'invenzione della cosiddetta "acqua di Palermo", un veleno micidiale con il quale si eliminavano dissenzienti e nemici, alla leggenda di Santa Rosalia: una finta e pietosa scoperta abilmente confezionata da un clero spregiudicato e pappone per catturare ancora una volta l'immaginario sacro e la devozione del popolo.

Dalle orge consumate alla marina sotto la luna ai cadaveri ingombranti prodotti da un'Inquisizione né santa né giusta. Il "sepultus est", scandito con drammatica teatralità dal Bianco di turno dopo la recita del Credo, mandava in delirio le folle durante le impiccagioni.

Processioni di donne di malaffare erano ospitate, per una commistione curiosa, singolare, da principesse scrupolose per un bisogno di mortificazione e di espiazione.

Il gioco d'azzardo e le prostitute d'alto bordo rovinavano giornalmente i migliori rampolli delle famiglie più aristocratiche e importanti senza che nessuno vi ponesse rimedio. Molti trovatelli "colorati" erano frutto di notti brave allietate da schiave arabe.

Tutto questo e altro ancora era ed è stata Palermo.

Ho sorriso quando ho letto di un gay pride proprio a Palermo.

Il "màsculo siculo e per giunta palermitano" mai avrebbe potuto accettare e tollerare pubblicamente una simile sfida. Eppure in passato non è stato mai così virilmente irreprensibile.

La città nel Cinquecento pullulava di schiavi e di sodomiti, volgarmente chiamati "jarrùsi", retaggio di un costume musulmano nient'affatto dismesso. Spesso le due realtà si confondevano nello stesso soggetto. I gesuiti erano fra i compratori più eccellenti nel mercato degli schiavi e come padroni erano intransigenti e spietati. Giovanetti e uomini compiacenti, "jarrùsi" appunto, impunemente riempivano di sospiri e di ogni genere di atti perversi i letti dei loro padroni amanti per un vuoto legislativo che lasciava allegramente dilagare in città "il vizio nefando". Così lo aveva chiamato, scandalizzato, il Viceré, il Duca di Terranova, in una relazione al re di Spagna nel 1577.

La sodomia, in effetti, essendo una pratica molto diffusa soprattutto nel clero, tra i religiosi, era raramente considerata e repressa dall'Inquisizione.

E poi il culto dell'immortalità, di faraonica memoria. S'imbalsamavano i morti per un bisogno istintivo di prolungare col corpo, oltre la vita naturale, la permanenza nella città felice.

Mi ha fatto sempre ridere la lunga diatriba sorta tra la nostra minuscola, ingenua Scicli e "la città" per eccellenza, decisionista e malandrina, in merito all'oro di Busacca. Quando, obtorto collo, l'eredità fu restituita, era ormai dilapidata e quasi scomparsa. Restavano " i sbièzzi fini", cioè pochi spiccioli e questi, sì, furono consegnati. Palermo aveva vinto. Come sempre. Come doveva essere. Sulla piccola città babba, presuntuosa e lontana.

Da questa società così particolare e strana, così avvezza al potere e al comando, considerati questi ultimi indiscussi e indiscutibili, non poteva non nascere la più grande tra le invenzioni partorite dall'uomo nel corso dei secoli: la mafia.

La mafia fu il frutto del camaleontico pensiero panormita, di quel pensiero particolare che trova la sua sintesi nel motto "u cumannàri é miègghju ro fù-ittiri". Fu l'ultima grande trovata di un'intelligente astuzia che riuscì a trasformare il suicidio dei gattopardi, la definitiva perdita cioè del potere temporale della casta baronale per l'annessione dell'isola al nuovo Regno d'Italia, in un moderno business al passo con i tempi.

Palermo capì che poteva rimanere sempre ombelico del mondo inseguendo il potere, non importa chi lo avesse detenuto e dove. Infiltrò, difatti, panormiti nel nuovo Parlamento dello Stato Regio; poi tra le file del Fascio agendo tuttavia con molta discrezione e cautela; nel nuovo Parlamento dell'Italia repubblicana; fra le alte cariche dello stato americano, conquistando città chiave come New York, Boston, Chicago.

Trattando la resa del vecchio continente, la mafia scippò, in effetti, a Mussolini l'idea di sedersi al tavolo dei vincitori. Suscitò e ancora suscita uomini carismatici e rozzi ma anche efferati e sanguinari pur di tenere in pugno l'unica ragione per la quale, dai tempi di Ruggero, Palermo è esistita: il comando. Il monopolio sentimentale dei traffici e delle coscienze.

I misteri, gli intrighi, le guerre tra famiglie, l'elettorato pilotato a richiesta, non sono stati altro che il frutto di questo antico affanno: vecchie e nuove metamorfosi, infatti, del pensiero di Ruggero che, da sempre, guida e regge le sorti della sua città e del suo popolo di semidei.

 

                                       Un Uomo Libero

 

 

 

Nella foto, Wim Wenders, in Palermo Shooting

Un Uomo Libero

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