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Mercoledì 23 Maggio 2012 - Aggiornato 23/05/2012 15:30 - Online: 254 - Visite: 8388607

07/07/2010 12:02

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Madrid, orgoglio e pregiudizi

Sabato, 3 luglio 2010, Madrid ha festeggiato il suo giorno dell’”Orgoglio gay”

Madrid, orgoglio e pregiudizi

Madrid - Sin dal primo pomeriggio la città è stata letteralmente invasa da un mare di persone accorse nella capitale spagnola non solo da ogni angolo della Spagna ma anche da molti stati d’Europa e soprattutto dell’America Latina. La lunga teoria di carrozze (grossi tir noleggiati per l’occasione) incominciò a snodarsi dalle sei del pomeriggio, attraverso la Gran Vía, da Puerta de Alcalá fino a Piazza di Spagna, approdo irrinunciabile di tutto il corteo.
Si celebrava, in questo “Orgullo”, il quinto anniversario del matrimonio gay e si promuoveva la lotta per l’uguaglianza dei transessuali.
Una folla stimata quasi un milione di persone aveva riempito gli alberghi, le pensioni, qualsiasi ostello della Capitale per testimoniare con la sua presenza il desiderio di un’uguaglianza che andasse al di là delle apparenze, dei credi religiosi, dei condizionamenti sociali. Al di là dei pregiudizi insomma che, soprattutto nel secolo passato, hanno fatto strage di vite di uomini e donne. Uomini e donne normali che avevano avuto solo un torto, amare di un amore intenso qualcuno appartenente al loro stesso sesso.
La Gran Vía, la più trasgressiva delle strade europee, la più newyorkese fra tutte, faceva da degna cornice alla variopinta carovana.
Ero con amici proprio all’ingresso di questa celebre strada. Guardavo sfilare i carri, senza parole. Fuori posto, impacciato, frastornato dal rumore di quel carnevale. Ferocemente resistente a un’allegria che contagiava con rapidità uomini e donne, ragazzi e ragazze, vecchi che asciugavano furtivamente una lacrima.
Lo spirito Di Federico Garcia Lorca aleggiava come il mitico “duende” della sua poesia in quella strada che tante volte lo aveva visto protagonista indiscusso e indomabile di una testimonianza che precorreva i tempi, tipica del suo genio.
Percepivo la sua presenza. Sentivo la musica dei suoi versi raggiungermi attraverso quel baccanale pacifico che altro non era che il frutto della sua lotta. Capivo solo ora il suo coraggio di imporsi ed esistere in una Spagna dominata da una cultura bacchettona e bigotta. Una Spagna strangolata da una Chiesa onnipotente e collusa con le forze più torbide che espressero, foraggiarono e sostennero il dittatore.
Davanti a me, in ordine ma anche dimenandosi, danzando, a una a una, marciavano le bandiere impugnate da mani libere, ormai senza catene. Ogni gruppo con la sua. Tutte le regioni spagnole prima, poi gli stati sudamericani preceduti dalla bandiera degli States e, dopo, in un delirio di musica da discoteca e sulle note dell’indimenticabile “Tu vuò fa l’americano” di Renato Carosone, trentacinque carrozze, non una di più, tante quante autorizzate dall’Ayuntamiento(1).
La prima grande carrozza, quella di Barcellona, enorme, tra il nero e il rosso, entrò nella Gran vía con un urlo. Centinaia di ragazzi e ragazze catalani in slip festeggiavano così la loro appartenenza a una nazione in barba agli sterili campanilismi e alle oziose rivendicazioni territoriali che hanno, negli ultimi tempi, incrinato il rapporto tra la città condal(2) e la sua capitale.
E poi tante altre. Carrozze cariche di fan delle più famose discoteche spagnole, dei club storici del quartiere di Chueca dove nacquero, frutto consequenziale della movida, la consapevolezza e la necessità di una lotta contro la discriminazione sessuale. Il club storico degli “orsi” di Madrid, il “Hot”, con la sua numerosissima rappresentanza barbuta. La carrozza della discoteca Spartacus gremita da ragazzi e ragazze vestiti come antichi romani in toga e mantello rosso, la testa cinta da corone di alloro e ghirlande di fiori.
E finalmente una, dietro la carrozza dell’esercito con ragazzi e ragazze in abiti militari succinti, mi colse di sorpresa, quasi come uno scandalo. Era la carrozza di Roma, con enormi bandiere tricolori sul bianco delle quali qualcuno aveva scritto con un pennarello molto grosso: “Sorry for Berlusconi”. Gli amici spagnoli strattonarono la mia polo, ammiccando maliziosamente alla scritta sulla bandiera e alla nutrita rappresentanza.
Poi Cuba, con trattori enormi caricati su un lunghissimo tir e mulatti quasi nudi che sparavano acqua sulla folla con pistole giocattolo.
Sotto una pioggia di manifestini, di coriandoli, di pacchetti di preservativi, di secchi d’acqua fredda, la Gran Vía ritrovava, in questo caldissimo sabato di luglio, la sua vecchia atmosfera, il suo giusto ruolo.
Tanti anni durò il lungo braccio di ferro tra i Gesuiti e la Corona perché l’Ordine accettasse l’indennizzo per l’esproprio della sua Casa Professa che sorgeva proprio dove oggi la strada s’incrocia con la via San Bernardo. Tanti ricorsi e tante cause. Avvocati e politici, traffichini e ruffiani per cominciare a risanare un quartiere dove la prostituzione dilagava e l’intrallazzo fioriva indisturbato. E alla fine quest’opera vide la luce. Federico Chueca, il famoso compositore di “zarzuela”(l’operetta tipica di Madrid), aveva scritto nel 1886 la sua celeberrima “Gran Vía”, conscio che mai avrebbe potuto riferirsi a una realtà concreta. Oggi, invece, la Gran Vía è questa stupenda realtà. Un’anziana signora che ha compiuto cent’anni ad aprile. Bon ton vuole che non si riveli mai l’età delle signore e meno che meno se già sono anziane.
Per questa splendida “aristocratica” il comandamento non vale. I giovani della carovana lo sapevano, infatti, e per questo urlavano quando ogni carrozza la imboccava. Da sempre i giovani, leoni e no, hanno fatto parte della sua vita, della sua storia. Questa strada ha saputo accogliere uomini di scienza come Alexander Fleming; le parate di Franco con Eisenhower; Hemingway e Orson Welles; Sofia Loren e Rita Hayworth; Ava Gardner e Frank Sinatra e molti dei grandi del jet set internazionale ma anche oggi questa allegra brigata, un po’ alticcia sicuramente felice.
Le luci incominciarono a illuminare i palazzi. Ci allontanammo, io e i miei amici, per calle Alcalá. Un boato scosse una lunga fila di persone.  Guardavano alla tele di un caffè la partita tra Spagna e Paraguay per la coppa mondiale della Fifa, che si svolgeva in contemporanea della sfilata. Aveva segnato un goal la Spagna.
La metropolitana era vuota. Da tre giorni gli operatori del Metro di Madrid scioperavano per dire “no” all’abbassamento degli stipendi del 10%, dovuto alle misure intraprese dal Governo per far fronte alla crisi.
Antonio Poveda, il presidente del collettivo FLGBT spagnolo, non aveva autorizzato a sfilare nel giorno dell’”Orgoglio” la rappresentanza omosessuale e lesbica di Tel Aviv, criticando pesantemente la rappresaglia israeliana contro i pacifisti che volevano raggiungere qualche mese fa la striscia di Gaza.
Chiacchiere a non finire negli ambienti intellettuali e della sinistra a proposito di questa discriminazione e anche a proposito del contributo richiesto dall’organizzazione per concedere il permesso di sfilare ai carri.
Cori esortavano Mariano Rajoy, presidente del PP(la nostra vecchia Democrazia Cristiana), a “salir del armario”. A dichiararsi cioè omosessuale.
Gli abitanti di Chueca e dintorni, intanto, avevano sporto nei mesi passati denunce e denunce per essere lasciati in pace e fuori da tutta questa colossale baraonda.
Gli alberghi di Madrid pare che abbiano incassato sui 42 milioni di euro per l’occasione.
Mi chiedevo dubbioso, allora, a chi e a che cosa sarebbe servito tutto questo.
A liberare chi è incatenato dai suoi pregiudizi?
Non so.
A liberare chi è già libero?
Forse.
Mentre mi dirigevo con gli amici verso casa, guardavo un gruppo di ragazzi che festeggiavano in piazza Puerta del Sol. Si erano rivestiti della bandiera spagnola e di quella arcobaleno. Mi fermai. Come Don Fabrizio ne “Il gattopardo” per un attimo l’idea della morte mi sfiorò.
-Che hai?- Mi chiese un compagno, vedendomi improvvisamente triste.
-Nulla. –Risposi. – Solo penso, guardando questi giovani, che il mio domani è già il loro passato e mi viene una gran voglia di piangere.-
 
(1)Comune
(2)Appellativo che si dà a Barcellona perché anticamente retta da un Conte-re.

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