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Martedì 22 Maggio 2012 - Aggiornato 22/05/2012 19:17 - Online: 294 - Visite: 8388607

10/08/2010 13:04

Notizia letta: 1111 volte

A Ragusa l’ospite è sacro ma solo se invitato

“Mi sa dire dove posso trovare gli arancini di Montalbano?”. “Boh”

A Ragusa l’ospite è sacro ma solo se invitato

Ragusa - “Caballo? Ay caballo, ma està malado”. A Cay Largo, come in ognuno degli isolotti che fanno di Cuba un paradiso, non c‘è nulla che non si possa trovare. Almeno a sentire i cubani indigeni, avvezzi promotori di un mondo che soffoca loro almeno tanto quanto ossigena il turista. In realtà del caballo e di mille altre cose, in quell’angolo di mare incontaminato, non c’è nemmeno l’ombra.

Esistono però servizi e strutture in cui il tentativo di rispondere alla più insolita richiesta ne soddisfa l’assenza. La cultura del turismo è insita negli abitanti.


“Mi sa dire dove posso trovare gli arancini di Montalbano?”. “Boh”. Risposta da ragusano doc al turista, lo stesso che con un sorriso immediato risponde “A casa mia” all’invitato. Qui vige la cultura dell’accoglienza, lontana anni luce da quella turistica. Il territorio è vissuto come cosa nostra, pardon casa nostra. Nel senso che l’ospite è sacro ma solo se invitato. Le visite a sorpresa e non richieste, invadono privacy e polis. Pertanto, servizi zero e quelli che ci sono, seguono i ritmi indigeni. Eppure qui, dove si promuove il turismo e se ne pratica l’antitesi, c’è tutto. Mare, monti, campagne e tutti i pezzi delle origini della terra vivono frantumati nei dodici piccoli Comuni più isolati della Sicilia. C’è tutto e non serve a nulla.


Le amministrazioni locali, per la verità, abbozzano tentativi promozionali che hanno lunga gestazione, nascita lampo e morte lentissima. Un arco di tempo che in economia indica investimenti astronomici,  incassi ad personam e perdite stratosferiche. Senza volere leggere le pagine del libro dei sogni, citato e corposo quanto la Bibbia, basta lanciare lo sguardo sulle evidenze che si attorcigliano nel rapporto tra pubblico e privato. L’uno insegue l’altro, evitando con sagacia una collaborazione concertata e produttiva.


Accade così che l’ambita fascia costiera iblea, ricca di perle da far invidia ai cubani, viva in estate il suo momento di gloria. L’attesa stagione del sole dispensa bandiere, ordinanze e turisti. I ragusani adorano le bandiere, invocano le ordinanze e traducono turismo in caos. Quello che ha fatto la fortuna di Rimini e Riccione. By day e by night. Qui invece i locali devono chiudere all’una. Praticamente un’ora dopo l’inizio della serata per tutti quelli che il mare lo vivono fino al tramonto del sole. Cioè le venti. Poi doccia,  riposino, cena e via. I più veloci sono pronti a dibattere sul classico “Dove andiamo stasera?” non prima delle 23. La decisione fa scoccare la mezzanotte. Il tempo di organizzarsi ed è già tardi. I locali, mica poi così tanti, devono chiudere. E il litorale è già diviso.


Da un lato l’esercito di villeggianti. Quelli che hanno lavorato tutto l’inverno e nella casa al mare vogliono trovare silenzio. Niente musica, niente parole né tantomeno rombo di motori. Dall’altro, i figli dei villeggianti. Quelli che superano l’inverno provinciale aspettando l’estate metropolitana. Per divertirsi. Obiettivo condiviso dai turisti. Considerato il disinteresse dei giovani per la politica e che il turista non vota qui, è chiaro che la lotta è impari. Aiutata dall’impropria equazione locali, alcol e droga uguale incidenti. Alle battaglie, che cominciano a giugno e finiscono a settembre, con i classici colpi a cerchio e botte, sopravvivono tutti. O quasi. Sul campo restano gli esercenti dei locali pubblici, vittime di quell’estate che rappresenterebbe una piccola dispensa per l’inverno. E così di anno in anno, il popolo delle formiche lascia sempre più spazio alle cicale che sulle note di “Ci sarà un’altra estate”, sostituiscono Mameli con Paoli e si consolano con l’immarciscibile Orietta di “Fin che la barca va”. E il turista? Mai come qui ed ora sente la mancanza di Rino Gaetano, urla “Nun te regge cchiù”. E scappa.

 

Franca Antoci

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Franca Antoci

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