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Giovedì 24 Maggio 2012 - Aggiornato 24/05/2012 01:13 - Online: 152 - Visite: 8388607

15/08/2010 13:31

Notizia letta: 7334 volte

Laura è resuscitata

Ferita per sbaglio durante una sparatoria a Catania

Laura è resuscitata

Imola - Laura è bella. Bellissima. Lo è sempre stata. Ma in questa mattina d'agosto lo è ancora di più. Il cuore batte forte. Scalpita. Come se volesse liberarsi di quell'aggeggio grigio, di quei tubi, di quelle luci rosse, verdi e blu.

E poi è pure passata la parrucchiera, alle otto in punto. Giusto per una sistematina ai capelli: non sono più rasati a zero, stanno crescendo. Giorno dopo giorno. Proprio come la speranza di riprendersi la vita - la sua vita - che un folle poteva strapparle per sempre. La forbice, il pettine. E anche un filino di trucco, quasi impercettibile, con la civettuola complicità di un'infermiera.

«Oggi viene il mio fidanzato Antonio - ha confidato a quella premurosa signora col camice - e voglio che mi trovi bene, com'ero prima».

Già, proprio com'era fino a quella maledetta mattina di giovedì 1° luglio. Quando Laura Salafia, 34 anni, studentessa di Sortino iscritta a Lettere, è stata colpita in piazza Dante a Catania da quel proiettile. Che non era per lei, ma che è stato dentro di lei per una settimana intera. A pochi millimetri dal suo midollo, dal suo domani. Fino alla liberatoria operazione al Garibaldi.


I sorrisi di una ragazza straordinaria


Da un mese esatto Laura si trova a Imola, al "Montecatone Rehabilitation Institute", la migliore struttura italiana per accogliere chi ha subito danni al midollo spinale. E, alla vigilia del Ferragosto più angosciante della vita sua e dei suoi familiari, ci ha regalato i suoi sorrisi. La sua dolcezza. La sua speranza. La sua straordinaria lezione di vita. In un emozionante colloquio al suo capezzale. Seduti su una minuscola sedia, accanto al suo letto nella sala di terapia intensiva. Col taccuino inzuppato di sudore e le mani - non quelle di Laura - che tremano.


Un angelo in servizio permanente


Sei metri per due. È minuscola la saletta d'anticamera, attrezzata per chi deve entrare a far visita in rianimazione. Quando il cronista, dopo aver macchiato la camicia con uno schizzo di gel igienizzante, prova goffamente a infilarsi quel camice, mamma Enza - da un mese "angelo" di Laura in servizio permanente effettivo - ha un moto di tenerezza. E ci viene a soccorrere. Per lei sono gesti quotidiani, ormai. La cuffia, i copriscarpe, la mascherina, sono gli arnesi del suo mestiere: stare accanto a Laura. Cinge con materna dolcezza il cervellotico cinturino dietro la schiena, ma poi ci fulmina con lo sguardo: «I guanti, ha dimenticato i guanti». Ah, vero. I guanti. Che non vogliono entrare, appiccicati agli eterni attimi che ci separano dalla visita. Gli altri parenti si conoscono tutti. E ci guardano con curiosità, con educato sospetto. Fino a quando si apre la porta.


«Mi raccomando soltanto pochi minuti e uno per volta per ogni paziente», sbotta la caposala. Ed è come un secchio di acqua gelida. Dentro è tutto bianco. Otto lettini, otto vite spezzate. Otto germogli di speranza che provano a crescere in un prato di cardiografi, respiratori, tubi e sondini. Ognuno dei familiari corre dritto, si affretta a sistemarsi sotto una delle tende verdi che separano gli otto destini.


«Oggi c'è Antonio, sono felice»


Laura noi l'avevamo vista in fotografia, ma non è difficile trovarla, qui dentro. Secondo letto a destra, dove c'è quel sorriso meraviglioso che si spalanca alla vista di un estraneo: «Ciao, io sono Laura». Seguono un paio di interminabili secondi di silenzio: nella notte insonne prima di questo colloquio avevamo pensato a cosa dirle, alla prima frase da pronunciare quando l'avremmo incontrata. Ma adesso, con quegli enormi occhi marroni che ci fissano, l'unica cosa che si può farfugliare è una sola: come stai? «Sto bene, sto meglio. E poi oggi c'è Antonio, sono felice».


L'album della tragedia


Ci sediamo accanto a lei. Laura è lucida, parla con un filo di voce. Che si alza e si abbassa al ritmo delle sue emozioni. Dei suoi ricordi: «Quella mattina ero serena, avevo dato l'esame di Spagnolo, ho preso anche la lode. Mi ricordo quasi tutto: prima uno sparo, poi le grida, un altro sparo. Poi ho sentito un rumore sordo e subito un dolore fortissimo al collo. Mi volevo nascondere dietro a una macchina, ma non potevo muovermi. Non ho visto chi ha sparato, ma ho capito che qualcuno aveva sparato». Poi l'album della tragedia si fa più nebuloso: «Sentivo una voce, la voce di un uomo. Mi diceva di non preoccuparmi, che non era successo niente. Ma io ho cominciato a vederlo, il sangue che mi usciva. E ho avuto paura, tanta paura...». Parliamo dei giorni in ospedale, della sua consapevolezza di ciò che le era successo. «All'inizio mi hanno detto che non era successo niente, che ero stata colpita di striscio. Poi, un giorno, prima il dottore e quindi il mio ragazzo mi hanno detto la verità, ma io l'avevo già capita. All'ospedale di Catania sono stati tutti bravissimi: hanno trattato me e i miei come se fossimo a casa nostra. Devo ringraziare tutti: dal primario agli inservienti. Non dimenticherò mai quello che hanno fatto per me. Come persone, non solo come medici...».


«Spero che a Catania cambi qualcosa»


L'infermiera romena ci osserva con circospezione, ma Laura la rassicura con uno sguardo. Ormai riusciamo a sopportare quell'insopportabile ticchettio della macchinetta gialla. Le chiediamo della persona che ha sparato, di ciò che prova per lui: «Ho saputo che l'hanno arrestato, se penso a lui provo tanta rabbia, ma non odio». Le stiamo per chiedere se lo perdona, ma la sua flebile voce ci sovrasta: «Non so se un giorno riuscirò a perdonarlo. Ma spero che quello che è successo a me non capiti a nessuno. Vorrei che questa mia storia servisse a qualcosa, a risvegliare le coscienze - e qui i suoi battiti suonano come un tamburo - a far sì che a Catania cambi qualcosa. Tutti noi abbiamo dei problemi, ma se ci mettiamo a sparare per vendicarci... Non funziona così. E poi che esempio diamo ai più piccoli. Io ho fatto l'insegnante alle elementari, supplente a Padova per quattro anni. Lo so bene che i bambini guardano sempre cosa fanno gli adulti, non dobbiamo sbagliare se no li roviniamo per sempre...».

Laura ha saputo delle tante manifestazioni di solidarietà, dell'affetto di migliaia di persone: «Ho pianto quando mi hanno raccontato quello che stavano facendo per me. Antonio mi ha detto che su Youtube c'è pure un video con Salvo La Rosa e Litterio che leggono delle frasi per me... L'affetto delle persone lo vedevo anche in ospedale, quando dall'altra parte del vetro osservavo gli occhi di tanti sconosciuti, forse i parenti di altri ricoverati, che mi sorridevano e mi davano coraggio». Socchiude gli occhi, li riapre. Ancora più intensi, ancora più lucidi. E arriva la più straordinaria e immeritata dichiarazione d'amore per la città: «Io, quando uscirò da qui, voglio tornare a Catania. Vivere ancora a Catania, dove ci sono tante persone perbene. A Sortino c'è la mia famiglia, i miei affetti, ma ormai Catania è la mia città e non voglio lasciarla. Non vedo l'ora di riprendere a studiare, quando mi sposteranno fuori da qui mi faccio mandare i libri. Voglio laurearmi, realizzare tutti i miei sogni».


«Vorrei qui con me la mia cagnetta»


Entra la psicologa, Laura le regala un sorriso che quasi l'acceca. Poi la ragazza Ci parla di sé. Dei suoi affetti: «Ho una famiglia bellissima, siamo molto uniti. E poi mio padre ha costruito un forno gigante: l'anno prossimo ti invito a mangiare le migliori pizze e 'mpanate del mondo...». Delle sue passioni. «La musica? Tutta: dai Deep Purple a Mozart, ho tutto qui dentro», dice sfiorando con gli occhi il lettore Mp3. E poi i fiori: «Sono fissata. Ogni tanto compro dei semi e li do a mio papà per piantarli a Sortino. Vedere i fiori e le piante che crescono è una cosa che mi rende felice». Ma soprattutto gli animali: «La mia cagnetta Shona, chissà come sta? Per me è come una figlia, se potesse entrare qui dentro la terrei con me, sotto le lenzuola». Ma in questi giorni che non passano mai ha ripensato a quel riccio selvatico che l'aspetta in campagna, a Sortino: «L'ho visto tre anni fa, per la prima volta. Era come tante persone: sospettoso, scappava ogni volta che mi avvicinavo a lui. Poi ha cominciato a fidarsi di me, accettava l'acqua e il cibo, siamo diventati amici. Quest'estate però io non ci sarò, spero che non si sentirà tradito...».

«Scrivilo: voglio sposare Antonio»


I nostri quattro occhi sono ancora più umidi. Ci scappa una carezza, interrotta senza pietà da una voce che arriva dal centro della stanza: «Signori, per cortesia, il tempo delle visite è finito». È passata mezz'ora, ma sembra di essere entrati qui dentro una vita fa. C'è giusto il tempo per chiederle qual è la prima cosa che vuole fare quando quest'incubo sarà finito. «Sposare Antonio. Il prossimo capodanno facciamo tredici anni di fidanzamento, se lui non si decide... mi decido io. Scrivilo, sul giornale così non può tornare indietro. Scrivi: "Laura sposerà Antonio". Lo incastro, stavolta lo incastro...». Dalla stanza sono usciti quasi tutti gli altri parenti. E nel ritrovato silenzio il cuore di Laura è il crescendo di una sinfonia, l'aggeggio grigio che misura i battiti sembra scoppiare. Una carezza, l'ultima. Ricambiata con un luccichio di pupille che equivale a un abbraccio. Usciamo. E proviamo a trasferire quella stretta ad Antonio. Che da oggi è l'incastrato più felice della storia dell'umanità.

 

Mario Barresi

La Sicilia

Redazione

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