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Mercoledì 08 Febbraio 2012 - Aggiornato 08/02/2012 17:12 - Online: 271 - Visite: 8388607

15/08/2010 20:39

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Silvana Grasso: Racconto di Ferragosto

Tormenti di mezza estate

Silvana Grasso: Racconto di Ferragosto

È il tramonto la mia ora, in vita e in metafora. Il tramonto, quella passamaneria di luce che, evasa dalla furia del giorno, chiede asilo alla notte come un innocente in fuga dal suo sicario, un oreste matricida che implora Apollo di non abbandonarlo alle erinni vendicatrici, assetate del suo sangue. Ignaro, il tramonto, che proprio la notte salvatrice lo ammazzerà, di lì a un'ora, o solo un secondo, quando la sua nera placenta scivolerà sulla terra quasi il tendone d'un circo a spettacolo finito.

Domani si ricomincia,anche se gli attori sono vecchi stanchi e balbettano la parte, anche se i vestiti di scena sono sfiniti logori, anche se non ci sono più spettatori, anche se solo è il riflesso di luna a creare sagome false corpi menzogneri vite mai nate sulle sedie pietosamente vuote.


La fatica spaventosa dell'inizio, l'alba, si compensa con la leggerezza del congedo, il tramonto, l'infinita poesia del niente che è tutto, del tutto che annega nel pacato silenzio del niente.


Ferragosto, come tutte le altre feste, cristiane o pagane, consacrate dal consenso popolare, è il rovesciamento della clessidra che mette in corsa granelli sempre più sapienti, sempre più veloci nella calca del passaggio, alla ricerca d'uno spazio minimo dove posare dove aspettare dove vegliare o solo scomparire sotto la catasta d'altri granelli invasori, condannati al pieno che diventa vuoto solo per l'impercettibile gesto d'una mano.

Una magnifica metafora dell'esistenza, del suo trasformismo da funambolo, del suo transitare, quasi ludicamente, dal pieno al vuoto.

Di questa, come di tutte le estati che l'hanno preceduta, non lasceranno in me segno quegli eventi che la considerazione comune stima «grandi», se pesati sulla bilancia del successo personale fatto di dati, numeri, cursus honorum: il nuovo romanzo in primavera, un importante film da un mio racconto per un'ottima casa di produzione, la mia piece teatrale «Manca solo la domenica» sul palcoscenico di mezza Europa, a conferma che un talento, nato in Sicilia, può nei linguaggi universali dell'Arte parlare a un belga, uno spagnolo, un olandese , un francese, a un'anagrafe umana mondiale,oltre ogni catena d'ignoranza "razziale", oltre ogni pregiudizio di natività. Non questi, che considero solo fausti accadimenti, legittimati esclusivamente dal merito, sono l'evento della mia estate, perché a «evento» do il valore d'uno stigma, d'una cicatrice da vaiolo, d'un angioma dell'anima contro cui non vale potenza di laser.


Esito dunque se raccontare o no, se guastarla la festa o assecondare il suo banditore che, da costa a costa, là dove ancora infuriano incatenate sullo Stretto le due fanciulle, ormai vecchie, Scilla e Cariddi, oppure là dove i tonni della tonnara in epilessia di morte insanguano le onde, chiama alla festa tutti, grandi e piccini, mafiosi e timorati, signori e poveri cristi. Ovunque purché sia festa, perché di tutti è la festa, di chi sguscia aragoste, di chi arrostisce salsicce, di chi beve champagne, di chi si gode il vino rosso sfuso nel bidoncino.

Decido che sì, che è tempo di raccontare, che non guasterò nessuna festa, ma solo quel simulacro di festa che scandisce anni feroci, «età del ferro» come direbbe Esiodo, il poeta saggio e contadino. Feste comandate (Ferragosto Capodanno Carnevale) onorate a che resti in piedi l'illusione che, come nelle fasi lunari si ricomincia dopo il quarto di luna, si ricominci anche in questa vita dopo l'impietosa carestia, materiale non meno che morale. Tutti in festa, in pellegrinaggio al santuario della speranza, convinti che esseri credenti è più importante che essere fedeli nei tornanti faticosissimi della Speme, quando il Diritto, nella propria Terra, è solo uno sconosciuto extracomunitario senza permesso di soggiorno.


E' proprio tempo di raccontare prima che la festa finita possa indurmi a nuovo pensiero, pensiero di silenzio, di prudenza. Prima che un'altra mareggiata, scartavetrando questa costa, dove vivo, faccia nuovo scippo di sabbia, tra discarica d'alghe imputridite. Prima che altra orda di calcagni cancelli ogni traccia di bellezza, prima che il vespaio dei villeggianti rapini quel che resta della spiaggia, della sua orfanezza.


L'alba squarcia del suo abbaglio un trofeo di nuvole grasse basse minacciose. Difficile capire se sono nuvole di natura o fumi cagliati del petrolchimico, dopo trent'anni non so più far la differenza, neanche chi qui c'è nato sa far la differenza. Poco a poco, la tempesta di mare si cheta, l'onda tamburìa la riva con cadenza di percussione, come Sacerdoti latini Salii per onorare il dio guerriero Marte e vincere in battaglia.


Lo vedo a una trentina di metri, trapassato da una durlindana d'onde, quello strano fagotto scuro, forse un ammasso d'alghe, o la prua capovolta d'una barchetta abbandonata per vecchiaia al pontile o solo perché il suo vecchio pescatore è morto pensando ancora di sciogliere l'ancora. Guardo, la nuvolaglia mi ferisce gli occhi, continuo ad azzardare, forse è un castelluccio d'assi che mani infantili hanno ceduto al mare nel crepuscolo morente del giorno prima, quando la tirannia delle madri impone la ritirata con paletta e secchiello, perché è ora di cena, ora di grigliata, mentre il bambino ha fame solo di manieri torri castellane e cavalieri.


Forse è solo l'ombra sinistra d'un palazzo fatiscente diroccato alle mie spalle che, nella chiaria dell'aurora, riflette in mare la sua focomelia di cemento.


Dopo la tempesta è scirocco nell'alba infettata di fumi, ha vaga sagoma d'uomo il fagotto nell'acqua, un pupo nìuru d'una sconosciuta compagnia di pupari, ma non ho notizia d'un simile spettacolo in paese, dove si canta si conta ma non si cunta. Spero allora nel fantasma d'Ulisse resuscitato per nuova ninfa o nuova Nausicaa o nuova magica avventura di sirene, cui abbandonarsi ora che non ha compagni da rimpatriare ad Itaca. Alzo gli occhi, il cielo è già fuggito mentr'io cedevo, stolta, alla magia del mito che trasforma oliose zattere draganti in velieri alati. Il cielo fuggito vaticina orrore. Nel drappo nero degli scogli neri, il pupo niuro, gettato in mare, può confidare solo nella misericordia dello scirocco che lo accuccia a riva come al petto d'una madre, ove riparare sempre e comunque, ove s'arrende anche la ddraunàra. Non è lontana l'alba, tra qualche minuto, che pur mi sembra eterno, con le sue sorbe di luce matura darà certezza al pupo niuro in mare. Penso alla menzogna dei poeti che poetavano metriche d'onde, non di cadaveri e d'ossa di sconosciuti clandestini, affatturati dalla costa siciliana maga e majara, ingannatrice, o solo giocoliera.


Un vagabondo raspa, tra i rifiuti in spiaggia, relitti di villeggianti, paesani o forestieri, dimenticati o forse lasciati come ipoteca d'un altro ritorno all'inferno del paese, d'un'altra volta di... non si sa che. Ora è un anello il suo bottino, ora una croce massiccia in oro 18 carati, o un paio d'orecchini che luccicano nell'utero di sabbia. Il vagabondo affretta il passo, ma è vecchio e il piede cede sotto la sfoglia di sabbia che non ne sopporta peso. Bisogna far presto, è domenica, tra un'ora o due della spiaggia non ci sarà più traccia, naufragata nel mare d'ombrelloni tendoni bidoni d'acqua e vino, sdraio, carbonella fornacella salsicce e castrati. Il barbone ce l'ha fatta, non sono gemme né oggettini d'oro, fantasmi del giorno prima.

Occhi sono, non occhi di Rinaldo né d'Ulisse l'itacese, naufrago o avventuriero in questo mare. Occhi di magrebino sono, o marocchino o tunisino ruttato da una zattera o un barcone mentre, nella sua lingua ignota, forse chiamava Madre, chiamava Madre e Dio.

Occhi di nero sono, occhi sgomenti che fissano il cielo fuggito, occhi per cui tardò l'aurora e provò grande vergogna. Occhi di straniero, pensa il barbone infastidito, occhi di pupo niuro e clandestino venuto in avventura di ricchezza sulla terra siciliana, in cerca di bottino, ma ormai solo in cerca di pietà.

Presto presto bisogna che la sabbia ritorni immacolata senza il fagotto nero. Bruciarlo non si può,il corpo gonfio d'acqua non prende vampa, non arde come a Natale in piazza i tronchi asciutti di vecchio legno. Se corre fama del morto annegato in spiaggia, saranno giorni di magra, senza signore senza anelli d'oro o bracciali da recuperare all'alba e farci una decina d'euro. E' stremato il barbone, col remo d'una barca lo spinge dentro l'onda, ma la marea è bassa, s'avventa allora a calci contro il clandestino inerme. Col petto in fiamme per la fatica ce la fa,l'inabissa, e sperando nella complicità di Dio prega e bestemmia Padre nostro che sei nei cieli...


Ce la fa, prima che sia Sole il pupo niuro scioglierà in Mare la sua cera di giovane carne tra amplesso d'alghe putrefatte. Dà un ultimo sguardo all'orizzonte, è nero ovunque, gran furia d'altri pupi, niuri e corsari, invade il Mare. Cento forse mille giungeranno in spiaggia, neri e morti, a sciogliere altra cera sulla costa siciliana, a infettare l'occhio in festa di chi fa festa al mare.

C'è tempo ancora prima che s'accampino sulla sabbia color di madreperla, fortino di villeggianti bianchi e distratti. La giornata è salva, salvo è il suo piccolo bottino d'oro, pensa il barbone, spossato e soddisfatto, domani tornerà a raccogliere ferro vecchio fino alla prossima estate.

Domani.

Silvana Grasso

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