Notizie della provincia di Ragusa e di Sicilia: Ragusa, Vittoria, Modica, Comiso, Scicli, Pozzallo, Ispica

Ragusanews.com, notizie della provincia di Ragusa e di Sicilia: Ragusa, Vittoria, Modica, Comiso, Scicli, Pozzallo, Ispica

Giovedì 09 Febbraio 2012 - Aggiornato 09/02/2012 08:55 - Online: 322 - Visite: 8388607

02/09/2010 16:13

Notizia letta: 5012 volte

In articulo mortis. La vita tra Otto e Novecento, a Scicli

"La povertà a Scicli si articolava in diversi livelli"

In articulo mortis. La vita tra Otto e Novecento, a Scicli

 "Friscàmu e battìmu i manu" questo era l'appello immediato fatto dalla "nanna" di turno se improvvisamente il lume a petrolio si spegneva durante la visita dello "zito". Questa pratica incominciò a diventare desueta con l'avvento dell'energia elettrica. Eppure a ogni black out, che a quell'epoca erano abbastanza frequenti, rispuntava. 
La povertà a Scicli si articolava in diversi livelli. 
C'era chi possedeva appena una grotta a Chiafùra, comprata con i pochissimi risparmi, tanto per non avere sopra la testa un tetto di stelle. 
C'era chi, più abbiente, poteva permettersi una casetta nei quartieri popolari che si addossavano al centro come foglie incollate di un carciofo. 
Una modesta abitazione composta di un'unica grande stanza, alla quale si accedeva solo dalla porta principale. In essa era ricavata un'alcova nella quale si ubicava il talamo nuziale. Sul talamo era sospesa la "naca a vientu", una culla volante per l'ultimo arrivato da poter dondolare direttamente dal letto senza doversi necessariamente alzare la notte se il bambino piangeva. Agli angoli dell'alcova jazzàne, cioè mensole di pietra, dove si riponeva di tutto. Dalle bottiglie di rosoli fatti in casa, da offrire agli ospiti durante le visite frequenti, ai ritratti dei defunti ammucchiati come lari intorno a una "lampa" perenne, ricavata in un bicchiere di vetro, alimentata da olio d'oliva scaduto dal sapore rancido ma ancora buono come combustibile per fare luce a un ricordo.
All'alcova spesso si affiancava un camerino. La ritirata, con la sua batteria di orinali e il catùsu (detto anche càntru e scherzosamente "u cunsumàtu"), maestoso e superbo, rigorosamente lavorato a Caltagirone, status symbol di una povertà dignitosa. Semicono di terracotta o di maiolica smaltata, alto circa un metro, spesso a quattro"naschi"(manichette), sormontato da uno straccio attorcigliato (u trizzùni), permetteva un'evacuazione comoda e rilassata. Là, nel camerino, la notte, dormiva nel fondo la "nanna" o la figlia già grande e in età da marito. I maschi, se adulti, rimediavano pagliericci nel sottotetto, un solaio al quale si accedeva grazie a una scala di legno mobile. In un angolo della casa il mulo o l'asino con la sua mangiatoia e la paglia a terra su cui sdraiarsi e riposare.
La "nanna" o la persona più anziana della famiglia provvedeva a pulire di primo mattino il catùsu, già collocato durante la notte dietro l'uscio, trasportandolo sotto lo scialle per svuotarlo nella "saja logna", appena un rigagnolo d'acqua che confluiva in una delle tre grandi fiumare. Dalla fine dell'Ottocento, i catùsi non si svuotarono più nella "saja logna" bensì in apposite botti chiamate latrine e ubicate in posti strategici, vicine al centro abitato. 
All'alba era, perciò, un muto viavai di criate e di popolane. Si affrettavano, nascoste dentro un lungo scialle nero, a liberarsi del contenuto di questo fardello mefitico e ingombrante, spinte da un pudore e da una fretta che temeva l'aurora. Più tardi, ritornavano a sciamare per le vie maleodoranti e infestate dalle mosche con un fardello diverso sotto il braccio, a trùscja, dirette al lavatoio (ubicato nell'odierno Largo Gramsci davanti a palazzo Papaleo), dove ciascuna aveva la sua pietra preferita. Tra una sciacquata e l'altra, il pettegolezzo volava insieme all'insulto e il canto si faceva rancore, nostalgia, lamento affidato all'acqua corrente e insensibile del fiume.
All'alba le strade si animavano anche di rumori chiocci di zoccoli che battevano il selciato, di scricchiolii stridenti delle ruote dei carri che cigolavano nel silenzio solenne delle mulattiere. Lumi a petrolio accesi dondolavano nell'aria come la testa bardata del cavallo e il capo assonnato del carrettiere. Ciondolavano tutti sotto l'ultima luna. Spesso accompagnava questo monotono viaggio una canzone arrabbiata, dedicata a una donna sospirata che tuttavia dormiva ignara fra morbidi cuscini e lenzuola odoranti di lavanda e d'issopo. 
Il sole spalancava finalmente i balconi dei salotti nei palazzi aristocratici del Corso. 
Gli interni delle case più povere e il vicolo si animavano, allora, di una vita quotidiana che non conosceva il tempo, segnata com'era dalle nascite e dalle morti, dalla malattia e dal dolore.
Le drogherie ostentavano sacchi aperti sulla strada con il loro prezioso carico offerto a stuzzicare un appetito o una curiosità. Zucchero a pezzi; spezie dal profumo intenso e colorato; fagioli secchi, fave e lenticchie luccicavano come diamanti sotto la luce intensa e nuova del mattino. Il fruttivendolo esponeva la sua merce sotto veli di sposa per proteggerla dall'assalto delle mosche. Solenne e gracchiante arrivava da lontano, a Novecento inoltrato, la voce del ghiacciaro che vendeva ghiaccio sintetico a pezzi per confezionare in casa granite profumate di limone come rimedio all'intensa calura di un maggio che era già nell'aria, fra le mura imbiancate a calcina, fra le grotte di Chiafùra, murate a secco per custodire un ultimo segreto. Odori intensi di nepitella, di origano, di cappero selvatico fiorito profumavano l'aria e il pettine scorreva tra i capelli delle donne, splendenti d'olio, leggero e fresco come una brezza mattutina. Lontano, con il suo rumore ritmato, un telaio scandiva un'agonia lenta. Intrecciava tra la trama e l'ordito, insieme ai fili, sospiri e sogni.
Il racconto sulle labbra di mia madre si faceva ora dramma, ora romanzo, ora poesia. Povere protagoniste di un tempo passato risuscitavano, per la forza delle sue lacrime, dall'oblio della memoria e la sua voce me le restituiva palpitanti e vere.
-Mia nonna, come tutte le donne del suo tempo, era la cammarera del notaio tal dei tali. In effetti, non era la cammarera. Era la donna sua, la madre di un esercito di figli, al quale lui imponeva solo i nomi perché all'anagrafe il cognome era sempre e soltanto quello di lei.- 
-Una donna devota, -raccontava ancora mia madre -sottomessa come una schiava. Si era sacrificata fino all'inverosimile pur di non "esporre" i piccoli appena partoriti, nonostante il pressante invito dell'amante. 
Altre donne, però, non avevano avuto il suo coraggio. Si erano lasciate sopraffare, convincere.
Sul sagrato della Chiesa di San Giovanni Evangelista al Corso spesso l'aurora illuminava un fagotto in fasce, abbandonato nella notte, evitando la ronda. Si "esponevano" così i figli del bisogno nel desiderio di affidarli a un destino migliore. La sacrestana, all'apertura della chiesa, prendeva la piccola creatura, la portava dentro il convento alle suore di clausura che la accudivano con amore di madre per i giorni che la avrebbero separata dal brefotrofio. Accadeva ogni tanto che la madre vera si nascondesse all'ombra dei palazzi per accertarsi che quel pezzo di carne, suo, soltanto suo, sarebbe stato raccolto da mani buone e sicure. 
A volte succedeva, invece, il contrario e cioè che la criata seducesse il padrone. 
Ciccinedda fu regalata piccolina a don Brasi, un facoltoso e stimato commerciante di via della Giudecca. Ciccinedda e un esercito di fratelli e sorelle vivevano in una piccola grotta a Chiafùra. Condividevano allegramente lo spazio di quell'angusto alloggio con un piccolo gregge di pecore che era tutta la loro risorsa. Il padre stesso la condusse una mattina all'avito palazzo del possidente e la lasciò alla servitù senza pretendere nulla, visto che lui non poteva più sfamarla. La ragazzina crebbe in fretta e subito la fame le insegnò che il denaro non dava la felicità ma riempiva la bocca e la pancia. Quando si accorse che era diventata improvvisamente una donna e don Brasi le frugava con gli occhi ardenti del vedovo devoto il seno acerbo, non esitò un attimo a offrirglielo, a sacrificare la sua verginità per appagargli la voglia a lungo repressa durante un'esemplare vedovanza. In preda alla vergogna, don Brasi la sposò di nascosto dei suoi figli e dopo s'impiccò nel sottotetto della casa, là dove lei lo aveva sedotto. 
Ciccinedda ebbe poi tanti uomini ma non amò nessuno come aveva amato quel vecchio. Così voleva far credere. Dedicò tutta la sua vita a reclutare fra le grotte e le casette di Chiafùra povere adolescenti da offrire a chi poteva pagare, a chi poteva dare un aiuto alle famiglie di origine che erano indigenti. Cammarere, o meglio piccole schiave, che all'occorrenza avrebbero saputo essere docili e accontentare le voglie del padrone di turno. Tutto per un pezzo di pane e un piatto di minestra e per la rabbia di spegnere fra le cosce inesperte la virilità prepotente di un uomo ricco e navigato che non avrebbe potuto mai meritare il loro amore. Perché di rabbia si trattava. Ciccinedda, con le sue donne bambine che non erano puttane, cercava di umiliare il desiderio dell'uomo dal quale ben volentieri si era lasciata possedere per fame. Ogni volta che ne procurava una al porco di turno. Ogni volta che qualcuno gliene facesse richiesta. 
Quando la giovinezza sfioriva, le vecchie criate erano abbandonate al loro destino. Rifiutate dal padrone e anche dalla loro famiglia che non le riconosceva più.
Prendevano allora in  mano una scopa e, per un tozzo di pane, spazzavano le vie cittadine, eseguivano i lavori più umili e degradanti. Dimenticate si lasciavano morire di miseria dietro il vicolo, senza il conforto dei sacramenti, prive anche della consolazione dei figli partoriti che per bisogno avevano rinunciato a crescere.
In una società quasi tribale, fortemente articolata in classi e sottoclassi, -continuava a raccontare mia madre- non era permesso infrangere le barriere sociali. E chi lo faceva, era presto segnato a dito. "Pìgghja fumièri ro tò munnizzàru e si nun lu puòj avìri, accàttilu caru" recita un antico proverbio.  Una popolana, anche se molto bella, non poteva sperare di sposarsi con un giovane di estrazione sociale più elevata. Poteva invece diventarne la concubina. I figli cadetti della borghesia con frequenza evitavano accuratamente il matrimonio per non disperdere la roba di famiglia. Era consuetudine mettersi in casa una criata che appagasse l'istinto sessuale senza doverle nulla. 
Restava l'ombra di un rimorso, però, a lungo nascosta tra le pieghe di una baldanzosa coscienza. Si trasformava presto sul letto di morte in un vero e proprio terrore del giudizio finale che si appressava imminente e ineludibile. Era quello il momento più favorevole nel quale l'idea del peccato riusciva a infrangere tutte le regole e a compiere il miracolo. Si chiamava, allora, il prete per l'unzione ma anche per udire quel "si" che avrebbe sbarrato per sempre al peccatore pentito le porte dell'inferno. I bastardi, se non erano stati esposti, erano là, affranti e grati al capezzale di un uomo che finalmente avrebbero potuto chiamare padre. La criata, sotto le lacrime ipocrite e le vigili occhiate dei congiunti, esprimeva un mormorato consenso già in gramaglie, riconoscente per quel gesto finale di umana compassione, di cristiana pietà. Senza fiori d'arancio, senza balli, il maschio siculo chiudeva gli occhi non per un ultimo coito ma per l'abbraccio devastante della morte.
Il matrimonio "in articulo mortis" riconosceva finalmente alla criata lo status di moglie senza tuttavia riconoscere i figli. La famiglia non lo ostacolava per il semplice motivo che lasciava intatta la roba ai parenti. Perché sì è vero che "l'anima è di Dio ma la roba no, quella deve andare solo ed esclusivamente a chi tocca!"
Mia nonna - concludeva amaramente mia madre -segretamente coltivò, per tutta la sua vita, la speranza di udire quel sì che avrebbe trasformato nel pensiero della gente i suoi bastardi in figli legittimi. Quel sì, purtroppo, non venne mai. Un ictus paralizzò la gola dell'uomo e impedì che si celebrasse il matrimonio riparatore che avrebbe reso possibile il miracolo. I parenti, alla morte del notaio, la scacciarono di casa senza un riguardo, senza un'elemosina. Affamata e sconfitta, vagò pazza di dolore per la campagna solitaria e fredda di gennaio fino a lasciarsi morire. La piansero loro, i figli, che la trovarono esanime dopo averla cercata a lungo. A loro aveva lasciato l'unico bene che aveva posseduto: il suo cognome.-

Alla nonna di mia madre, a Ciccinedda e a tutte le altre eroine senza nome del racconto queste righe vogliono rendere giustizia. Che il loro ricordo non muoia! Che il loro sacrificio sia finalmente capito e riconosciuto come tale.

Un Uomo Libero©Riproduzione riservata



Foto Viviana Pitrolo

Un Uomo Libero

Commenta la news

La redazione di Ragusanews.com non è responsabile di quanto espresso nei commenti. Il lettore che decide di commentare una notizia si assume la totale responsabilità di quanto scritto. In caso di controversie Ragusanews.com comunicherà all'autorità giudiziaria che ne facesse richiesta, tutti i parametri di rete degli autori dei commenti.