02/09/2010 16:13
Notizia letta: 5244 volte
"Friscàmu e battìmu i manu" questo era l'appello immediato fatto dalla "nanna" di turno se improvvisamente il lume a petrolio si spegneva durante la visita dello "zito". Questa pratica incominciò a diventare desueta con l'avvento dell'energia elettrica. Eppure a ogni black out, che a quell'epoca erano abbastanza frequenti, rispuntava.
La povertà a Scicli si articolava in diversi livelli.
C'era chi possedeva appena una grotta a Chiafùra, comprata con i pochissimi risparmi, tanto per non avere sopra la testa un tetto di stelle.
C'era chi, più abbiente, poteva permettersi una casetta nei quartieri popolari che si addossavano al centro come foglie incollate di un carciofo.
Una modesta abitazione composta di un'unica grande stanza, alla quale si accedeva solo dalla porta principale. In essa era ricavata un'alcova nella quale si ubicava il talamo nuziale. Sul talamo era sospesa la "naca a vientu", una culla volante per l'ultimo arrivato da poter dondolare direttamente dal letto senza doversi necessariamente alzare la notte se il bambino piangeva. Agli angoli dell'alcova jazzàne, cioè mensole di pietra, dove si riponeva di tutto. Dalle bottiglie di rosoli fatti in casa, da offrire agli ospiti durante le visite frequenti, ai ritratti dei defunti ammucchiati come lari intorno a una "lampa" perenne, ricavata in un bicchiere di vetro, alimentata da olio d'oliva scaduto dal sapore rancido ma ancora buono come combustibile per fare luce a un ricordo.
All'alcova spesso si affiancava un camerino. La ritirata, con la sua batteria di orinali e il catùsu (detto anche càntru e scherzosamente "u cunsumàtu"), maestoso e superbo, rigorosamente lavorato a Caltagirone, status symbol di una povertà dignitosa. Semicono di terracotta o di maiolica smaltata, alto circa un metro, spesso a quattro"naschi"(manichette), sormontato da uno straccio attorcigliato (u trizzùni), permetteva un'evacuazione comoda e rilassata. Là, nel camerino, la notte, dormiva nel fondo la "nanna" o la figlia già grande e in età da marito. I maschi, se adulti, rimediavano pagliericci nel sottotetto, un solaio al quale si accedeva grazie a una scala di legno mobile. In un angolo della casa il mulo o l'asino con la sua mangiatoia e la paglia a terra su cui sdraiarsi e riposare.
La "nanna" o la persona più anziana della famiglia provvedeva a pulire di primo mattino il catùsu, già collocato durante la notte dietro l'uscio, trasportandolo sotto lo scialle per svuotarlo nella "saja logna", appena un rigagnolo d'acqua che confluiva in una delle tre grandi fiumare. Dalla fine dell'Ottocento, i catùsi non si svuotarono più nella "saja logna" bensì in apposite botti chiamate latrine e ubicate in posti strategici, vicine al centro abitato.
All'alba era, perciò, un muto viavai di criate e di popolane. Si affrettavano, nascoste dentro un lungo scialle nero, a liberarsi del contenuto di questo fardello mefitico e ingombrante, spinte da un pudore e da una fretta che temeva l'aurora. Più tardi, ritornavano a sciamare per le vie maleodoranti e infestate dalle mosche con un fardello diverso sotto il braccio, a trùscja, dirette al lavatoio (ubicato nell'odierno Largo Gramsci davanti a palazzo Papaleo), dove ciascuna aveva la sua pietra preferita. Tra una sciacquata e l'altra, il pettegolezzo volava insieme all'insulto e il canto si faceva rancore, nostalgia, lamento affidato all'acqua corrente e insensibile del fiume.
All'alba le strade si animavano anche di rumori chiocci di zoccoli che battevano il selciato, di scricchiolii stridenti delle ruote dei carri che cigolavano nel silenzio solenne delle mulattiere. Lumi a petrolio accesi dondolavano nell'aria come la testa bardata del cavallo e il capo assonnato del carrettiere. Ciondolavano tutti sotto l'ultima luna. Spesso accompagnava questo monotono viaggio una canzone arrabbiata, dedicata a una donna sospirata che tuttavia dormiva ignara fra morbidi cuscini e lenzuola odoranti di lavanda e d'issopo.
Il sole spalancava finalmente i balconi dei salotti nei palazzi aristocratici del Corso.
Gli interni delle case più povere e il vicolo si animavano, allora, di una vita quotidiana che non conosceva il tempo, segnata com'era dalle nascite e dalle morti, dalla malattia e dal dolore.
Le drogherie ostentavano sacchi aperti sulla strada con il loro prezioso carico offerto a stuzzicare un appetito o una curiosità. Zucchero a pezzi; spezie dal profumo intenso e colorato; fagioli secchi, fave e lenticchie luccicavano come diamanti sotto la luce intensa e nuova del mattino. Il fruttivendolo esponeva la sua merce sotto veli di sposa per proteggerla dall'assalto delle mosche. Solenne e gracchiante arrivava da lontano, a Novecento inoltrato, la voce del ghiacciaro che vendeva ghiaccio sintetico a pezzi per confezionare in casa granite profumate di limone come rimedio all'intensa calura di un maggio che era già nell'aria, fra le mura imbiancate a calcina, fra le grotte di Chiafùra, murate a secco per custodire un ultimo segreto. Odori intensi di nepitella, di origano, di cappero selvatico fiorito profumavano l'aria e il pettine scorreva tra i capelli delle donne, splendenti d'olio, leggero e fresco come una brezza mattutina. Lontano, con il suo rumore ritmato, un telaio scandiva un'agonia lenta. Intrecciava tra la trama e l'ordito, insieme ai fili, sospiri e sogni.
Il racconto sulle labbra di mia madre si faceva ora dramma, ora romanzo, ora poesia. Povere protagoniste di un tempo passato risuscitavano, per la forza delle sue lacrime, dall'oblio della memoria e la sua voce me le restituiva palpitanti e vere.
-Mia nonna, come tutte le donne del suo tempo, era la cammarera del notaio tal dei tali. In effetti, non era la cammarera. Era la donna sua, la madre di un esercito di figli, al quale lui imponeva solo i nomi perché all'anagrafe il cognome era sempre e soltanto quello di lei.-
-Una donna devota, -raccontava ancora mia madre -sottomessa come una schiava. Si era sacrificata fino all'inverosimile pur di non "esporre" i piccoli appena partoriti, nonostante il pressante invito dell'amante.
Altre donne, però, non avevano avuto il suo coraggio. Si erano lasciate sopraffare, convincere.
Sul sagrato della Chiesa di San Giovanni Evangelista al Corso spesso l'aurora illuminava un fagotto in fasce, abbandonato nella notte, evitando la ronda. Si "esponevano" così i figli del bisogno nel desiderio di affidarli a un destino migliore. La sacrestana, all'apertura della chiesa, prendeva la piccola creatura, la portava dentro il convento alle suore di clausura che la accudivano con amore di madre per i giorni che la avrebbero separata dal brefotrofio. Accadeva ogni tanto che la madre vera si nascondesse all'ombra dei palazzi per accertarsi che quel pezzo di carne, suo, soltanto suo, sarebbe stato raccolto da mani buone e sicure.
A volte succedeva, invece, il contrario e cioè che la criata seducesse il padrone.
Ciccinedda fu regalata piccolina a don Brasi, un facoltoso e stimato commerciante di via della Giudecca. Ciccinedda e un esercito di fratelli e sorelle vivevano in una piccola grotta a Chiafùra. Condividevano allegramente lo spazio di quell'angusto alloggio con un piccolo gregge di pecore che era tutta la loro risorsa. Il padre stesso la condusse una mattina all'avito palazzo del possidente e la lasciò alla servitù senza pretendere nulla, visto che lui non poteva più sfamarla. La ragazzina crebbe in fretta e subito la fame le insegnò che il denaro non dava la felicità ma riempiva la bocca e la pancia. Quando si accorse che era diventata improvvisamente una donna e don Brasi le frugava con gli occhi ardenti del vedovo devoto il seno acerbo, non esitò un attimo a offrirglielo, a sacrificare la sua verginità per appagargli la voglia a lungo repressa durante un'esemplare vedovanza. In preda alla vergogna, don Brasi la sposò di nascosto dei suoi figli e dopo s'impiccò nel sottotetto della casa, là dove lei lo aveva sedotto.
Ciccinedda ebbe poi tanti uomini ma non amò nessuno come aveva amato quel vecchio. Così voleva far credere. Dedicò tutta la sua vita a reclutare fra le grotte e le casette di Chiafùra povere adolescenti da offrire a chi poteva pagare, a chi poteva dare un aiuto alle famiglie di origine che erano indigenti. Cammarere, o meglio piccole schiave, che all'occorrenza avrebbero saputo essere docili e accontentare le voglie del padrone di turno. Tutto per un pezzo di pane e un piatto di minestra e per la rabbia di spegnere fra le cosce inesperte la virilità prepotente di un uomo ricco e navigato che non avrebbe potuto mai meritare il loro amore. Perché di rabbia si trattava. Ciccinedda, con le sue donne bambine che non erano puttane, cercava di umiliare il desiderio dell'uomo dal quale ben volentieri si era lasciata possedere per fame. Ogni volta che ne procurava una al porco di turno. Ogni volta che qualcuno gliene facesse richiesta.
Quando la giovinezza sfioriva, le vecchie criate erano abbandonate al loro destino. Rifiutate dal padrone e anche dalla loro famiglia che non le riconosceva più.
Prendevano allora in mano una scopa e, per un tozzo di pane, spazzavano le vie cittadine, eseguivano i lavori più umili e degradanti. Dimenticate si lasciavano morire di miseria dietro il vicolo, senza il conforto dei sacramenti, prive anche della consolazione dei figli partoriti che per bisogno avevano rinunciato a crescere.
In una società quasi tribale, fortemente articolata in classi e sottoclassi, -continuava a raccontare mia madre- non era permesso infrangere le barriere sociali. E chi lo faceva, era presto segnato a dito. "Pìgghja fumièri ro tò munnizzàru e si nun lu puòj avìri, accàttilu caru" recita un antico proverbio. Una popolana, anche se molto bella, non poteva sperare di sposarsi con un giovane di estrazione sociale più elevata. Poteva invece diventarne la concubina. I figli cadetti della borghesia con frequenza evitavano accuratamente il matrimonio per non disperdere la roba di famiglia. Era consuetudine mettersi in casa una criata che appagasse l'istinto sessuale senza doverle nulla.
Restava l'ombra di un rimorso, però, a lungo nascosta tra le pieghe di una baldanzosa coscienza. Si trasformava presto sul letto di morte in un vero e proprio terrore del giudizio finale che si appressava imminente e ineludibile. Era quello il momento più favorevole nel quale l'idea del peccato riusciva a infrangere tutte le regole e a compiere il miracolo. Si chiamava, allora, il prete per l'unzione ma anche per udire quel "si" che avrebbe sbarrato per sempre al peccatore pentito le porte dell'inferno. I bastardi, se non erano stati esposti, erano là, affranti e grati al capezzale di un uomo che finalmente avrebbero potuto chiamare padre. La criata, sotto le lacrime ipocrite e le vigili occhiate dei congiunti, esprimeva un mormorato consenso già in gramaglie, riconoscente per quel gesto finale di umana compassione, di cristiana pietà. Senza fiori d'arancio, senza balli, il maschio siculo chiudeva gli occhi non per un ultimo coito ma per l'abbraccio devastante della morte.
Il matrimonio "in articulo mortis" riconosceva finalmente alla criata lo status di moglie senza tuttavia riconoscere i figli. La famiglia non lo ostacolava per il semplice motivo che lasciava intatta la roba ai parenti. Perché sì è vero che "l'anima è di Dio ma la roba no, quella deve andare solo ed esclusivamente a chi tocca!"
Mia nonna - concludeva amaramente mia madre -segretamente coltivò, per tutta la sua vita, la speranza di udire quel sì che avrebbe trasformato nel pensiero della gente i suoi bastardi in figli legittimi. Quel sì, purtroppo, non venne mai. Un ictus paralizzò la gola dell'uomo e impedì che si celebrasse il matrimonio riparatore che avrebbe reso possibile il miracolo. I parenti, alla morte del notaio, la scacciarono di casa senza un riguardo, senza un'elemosina. Affamata e sconfitta, vagò pazza di dolore per la campagna solitaria e fredda di gennaio fino a lasciarsi morire. La piansero loro, i figli, che la trovarono esanime dopo averla cercata a lungo. A loro aveva lasciato l'unico bene che aveva posseduto: il suo cognome.-
Alla nonna di mia madre, a Ciccinedda e a tutte le altre eroine senza nome del racconto queste righe vogliono rendere giustizia. Che il loro ricordo non muoia! Che il loro sacrificio sia finalmente capito e riconosciuto come tale.
Un Uomo Libero©Riproduzione riservata
Foto Viviana Pitrolo
Un Uomo Libero
21/05/2012 - 15:35
AttualitàScicli
18/05/2012 - 12:28
CronacaRagusa
22/05/2012 - 16:41
CronacaScicli
14/05/2012 - 21:51
AttualitàScicli
13/05/2012 - 16:23
AttualitàScicli
11
14/05/2012 - 23:40
CulturaUn Uomo Libero racconta
2
21/05/2012 - 15:35
AttualitàScicli
2
17/05/2012 - 11:55
AttualitàScicli
2
Per poter commentare i post devi essere registrato al sito di Ragusanews.com
Se sei già nostro utente esegui il Login nel form sottostante oppure registrati ora se non sei ancora registrato.
Se non ricordi più le tue credenziali di accesso clicca su recupera password.
La redazione di Ragusanews.com non è responsabile di quanto espresso nei commenti. Il lettore che decide di commentare una notizia si assume la totale responsabilità di quanto scritto. In caso di controversie Ragusanews.com comunicherà all'autorità giudiziaria che ne facesse richiesta, tutti i parametri di rete degli autori dei commenti.
20
05/09/2010 15:46
E' VERO.
lidia coria
Direi che, in tutta onestà, ha ragione messa così, è partito un copia incolla sbagliato...ma quelle poche righe mi fanno vedere quel paese che non c'è più. tutto qui. proust è lontano da tutti, comunque.
19
05/09/2010 12:45
PER LIDIA CORIA
Partiamo da qui: "da una parte c’erano i colli, ornati dagli ulivi argentati, anneriti, a tratti, dai poderosi carrubi e imbiancati, in primavera, dai mandorli in fiore. dall’altra c’era il mare, inquietato, a volte, dal vento, rasserenato, spesso, dalla brezza leggera. ed in mezzo il paese, con la sua piazza, i suoi quartieri". e secondo lei questa è potenza evocativa? e un lettore che fa, si mette a zompettare tra le virgole? senza trovare la via d'uscita? poteva scegliere un esempio migliore per la potenza evocativa, non crede? pescando nel mare dei classici, a esempio. veda lidia, ognuno ha il suo modo di scrivere, ed è vero, verissimo, ma l'arte di sapere scrivere non si acquista al mercato dei corsi creativi. mi fermo qui, e cambi romanziere. - socrathe@hotmail.it -
18
05/09/2010 10:52
EVOCARE E RIEVOCARE
lidia coria
Sì, direi che è così. rievocare ed evocare sono due cose che possono andare di pari passo, ma non necessariamente. ho notato che i suoi racconti hanno sempre un taglio giornalistico, pur non avendo mai la freddezza e il rigore della pura cronaca, anzi sono addolciti e ammorbiditi dall’avere “dentro” quel mondo di cui racconta, dall’averne condiviso momenti, emozioni, sentimenti. come le dicevo, ognuno ha il proprio modo di scrivere, quindi la mia non è una critica nel senso brutto del termine. semplicemente per potenza evocativa intendo quella magia della parola, della frase che ti fa dimenticare che stai leggendo e che ti fa entrare in quello che stai leggendo condividendone le emozioni. conosco una persona che ha scritto un romanzo in cui racconta quello che ha raccontato lei, racconta di un paese che non c’è più … “da una parte c’erano i colli, ornati dagli ulivi argentati, anneriti, a tratti, dai poderosi carrubi e imbiancati, in primavera, dai mandorli in fiore. dall’altra c’era il mare, inquietato, a volte, dal vento, rasserenato, spesso, dalla brezza leggera. ed in mezzo il paese, con la sua piazza, i suoi quartieri…” ecco quella persona, forse, ha scritto qualcosa con una buona potenza evocativa a scapito di quella rievocativa. ameno, per me è così. ripeto, ognuno ha il proprio modo di scrivere ed ognuno ha il proprio modo di leggere.. i suoi racconti sono belli, davvero. hasta pronto! ( non ricordo se è giusto).
17
05/09/2010 08:51
PER NON DIMENTICARE
petralianino@virgilio.it
Complimenti all'autore. sono di modica e anche da noi succedevano queste cose. anche se non tutti i datori di lavoro di comportavano in questo modo, lo dico per esperienza dato che mia madre per sopravvivere, essendo rimasta vedova in giovane età mise me e mio fratello il brefotrofio e lei andò a fare la cameriera a due anziani ex maestri. era rispettata e pagata puntualmente. anche una zia di mia moglie fu affidata da piccola ad una famiglia benestante: diventò la "mamma" dei bambini di quella casa e tutti la piansero quando chiuse gli occhi all'età di 80 anni. non bisogna fare di tutta l'erba un fascio. ci furono (e ci sono) casi e casi. nelle bellissime pagine del prof. nino barone (scomparso nel 2009) su modica ci sono storie come queste.
16
04/09/2010 21:12
EVOCARE E RIEVOCARE
Un Uomo libero.
Immagino che lei si sia riferita a una capacità di suggestione quando scriveva di "potenza evocativa" a proposito del racconto. a quel "richiamare alla mente per suggestione della memoria, della fantasia o del sentimento". ebbene io aggiungo qualcosa di più. il racconto ha la presunzione di "rievocare" non di "evocare". vuole cioè "ritornare col pensiero o nel discorso a fatti o persone del passato" nel senso più intenso di "richiamare direttamente alla memoria" e non per suggestione della stessa. non c'è in tutto questo un mio malcelato desiderio di apparire. almeno non era nelle mie intenzioni. il mio stile più o meno coinvolgente non è influente a questo punto. la chiusura è esplicita, infatti. il "pezzo" vuole "rendere giustizia" a donne che hanno sofferto l'insulto del tempo prima ancora di sperimentare l'umiliazione degli uomini. non a caso il titolo del documento é "in articulo mortis". il matrimonio riparatore, che si offriva un tempo in punto di morte, era l'insulto più grande che l'uomo avesse potuto fare alla donna. non a una donna qualsiasi ma alla donna con la quale aveva condiviso il viaggio dell'esistenza. sposava "quella donna" non per le sue qualità, non per l'amore di cui era stata capace, non per i figli che gli aveva partorito ma solo per una paura ipotetica di un inferno inventato ad arte da chi ha usato sempre la fede nel soprannaturale come artificio logico per sottomettere dio alla coscienza degli uomini. dio prostituito alla volontà di una classe intellettuale che, agitando lo spauracchio di un giudizio finale, ha voluto sostituirsi al destino per tracciare il difficile percorso della storia. richiamare alla mente per suggestione, allora? no. ritornare invece col pensiero a fatti o persone del passato. la potenza rievocativa non sta nelle mie parole, dunque. sta in quelle vite narrate, nel loro sacrificio anonimo senza del quale oggi non avremmo speranza. ecco il vero dramma della società di fine ottocento e d'inizio novecento. il suo "conflitto", particolarmente significativo nell'ambito delle esperienze sociali, irrompe prepotentemente in quel momento storico sulla scena della nostra vita cittadina e sviluppa una dialettica che, dopo, sarà fondamentale per tutte le successive conquiste. una dialettica per indirizzare e definire tensioni che alla fine hanno trovato il loro giusto e onesto epilogo. la donna di oggi è una donna emancipata, libera, padrona della sua vita. quante lotte ha dovuto affrontare, però, per raggiungere quest'ultimo definitivo traguardo? come il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani, questo sosteneva l'illuminato tertulliano, così il sangue di quelle donne è stato il vero protagonista dell'attuale riscatto, della moderna emancipazione femminile. nulla senza la loro tristissima parabola esistenziale, tutto nel segno del loro dramma e del loro ricordo. la ringrazio per la gentilezza con la quale ha commentato il mio lavoro.
15
03/09/2010 22:48
giovanni 3 9 10
complimenti sei grandissimo
14
03/09/2010 18:00
COMPLIMENTI
lidia coria
Mi è piaciuto. forse manca un po' in potenza evcativa, ma non è un difetto...ognuno ha il proprio modo di scrivere. bello.complimenti
13
03/09/2010 00:03
NON FORESTO
Un Uomo libero.
Ma cittadino a pieno titolo. lei sa ascoltare la voce del passato tra le mura della sua casa. e lo fa col pudore del fanciullo. per lei le pareti, gli spazi non sono anonimi. c'è una magia in essi che solo la poesia sa cogliere. e chi possiede un'anima semplice.
12
02/09/2010 23:44
AMICO DONNALUCATESE
Un Uomo libero.
Il riferimento al casino non l'ho fatto perchè ho fatto già un precedente riferimento al vecchio casino (non al nuovo) nel pezzo "l'amore al tempo della prima guerra". comunque prima o poi qualcosa su quest'argomento la scriverò.
11
02/09/2010 23:39
TUTTO TANTINO
Un Uomo libero.
La seconda parte è tutta vera. ho solo provveduto a cambiare qualche nome. non è squallido il racconto, era squallida la vita. forse non l'ha ancora capito. io catùsi ne ho due. uno in terracotta e l'altro molto antico in ceramica smaltata " a quattru naschi". bellissimo questo. non sarà magari alto un metro però si sta seduti comodamente. e poi. che importanza ha un centimetro più o un centimetro meno?
10
02/09/2010 23:34
Santhippe
Bellissime queste storie che riportano in vita sensazioni e atmosfere di tempi antichi. un uomo libero è sempre un magnifico affabulatore.
9
02/09/2010 20:52
STAMPATO
Bellissimo
8
02/09/2010 17:29
amica di un tempo
La prima parte del racconto molto bella, la seconda un po' squallidina. ps: l'altezza di un metro per il catuso mi sembra un po' tantina.
7
02/09/2010 15:43
UN UOMO LIBERO, GRAZIE.
S.the
Che emozione leggerti! sei unico, indiscutibilmente unico: "un pezzo stile -amarcord-. l'ho scritto per tanti ragazzi che come te che non hanno mai conosciuto questo passato, che non immaginano niente di questo mondo. oggi non ci sfiora neppure il ricordo di questa vita trascorsa, testimoniata in silenzio solo dalle pietre, dai vicoli antichi, dalle case in rovina. eppure questo mondo è veramente esistito. spesso e con leggerezza demoliamo gli antichi ruderi per un intimo bisogno di cancellare ogni visibile traccia dell'antica miseria, che lì ha vissuto e che là albergò". parola di un uomo libero (grazie, ancora, e ancora)
6
02/09/2010 14:18
UNA STORIA CHE CONTINUA
sandro foresto
Ho letto con grande interesse e piacere queste pagine preziose perché illustrano con grande efficacia e forza un passato che appare lontano e sfumato. le ho lette con vera partecipazione perché tante volte mi sono chiesto, e mi chiedo ancora, chi e come abbiano vissuto i costruttori della casetta che ho a scicli, dove ho trovato il soppalco descritto da uomo libero, la scala a pioli per salirvi, la greppia e l’anello di ferro per l’asino, così come l’anello scavato nella roccia che sarebbe servito per appendervi la culla. nel camerino era il forno e un rozzo gabinetto e un rubinetto per l’acqua. tutto parlava di una vita povera, ma di grande dignità: le pietre della casa abilmente squadrate, il pavimento di roccia scavato con cura, stipiti di pietra alle alte porte sapienti di un’architettura elegante, dove le proporzioni erano misurate con grande gusto, archetti sopra le porte costruiti da gente che sapeva bene come trattare la pietra. una casa mezza scavata nella roccia e mezza costruita con grosse pietre, muri spessi, con una sola apertura, la porta con al sommo una finestrella, sempre innondata di luce, di sole. povere case, costruite una appresso all’altra: una povertà che si capisce essere stata di grande compostezza. povertà, non miseria. certo, vi immagno il dolore, a volte la fame, la malattia, le lente agonie dei vecchi. ma associo l’atto, il lavoro del costruire la casa, la perizia industriosa adoperata, l’evidente desiderio di costruire una casa bella, associo tutto questo alla speranza, alla giovinezza di giovani sposi, all’attesa di figli, allo scorrazzare di bambini. ancora, ancora oggi sento con amore il vociare fino a tardi dei bambini dei miei vicini: alcune famiglie ancora abitano nel vecchio quartiere quasi tutto abbandonato, e d’estate oltre ai pochi ragazzi che vi stanno tutto l’anno, vengono qui, su da noi, i nipoti dei nonni, vengono da jungi e dai quartieri moderni a passare i pomeriggi e le serate, giocano come rondini quando il calore è attenuato al tramonto e continuano fino a sera tarda, mentre i genitori e i nonni cenano fuori, su improvvisate tavole all’aperto. ringrazio il cielo di avere questi vicini: il quartire sarebbe morto, arreso alla precarietà dei bed and breakfast, tra case abbandonate e abitanti anonimi. così, io, anche se foresto, mi sento a casa, parte di una storia che, anche se mutata, continua: continua la storia di queste case di pietra che non devono essere lasciate crollare e che dovrebbero essere vive, senza dimenticare mai chi le ha costruite. per questo, le pagine di uomo libero sono per me importanti. un po’, vorrei facessero parte ache della storia di noi foresti
5
02/09/2010 12:05
donnalucatese
Uomo libero mi è piaciuto molto il suo racconto, testimonianza di vite vissute tragicamente. mi chiedevo se lei potesse scrivere qualcosa sul "casino" che si trovava alla fine di via san nicolò, sulla strada per andare a modica, ne sono sempre stato incuriosito ma non ho mai trovato qualcuno o qualche scritto che ne parlasse. saluti!
4
02/09/2010 11:10
BELLO
Uno che sa
Complimenti mi piace tantissimo sia la foto sia il racconto mi fa rivivere i racconti della mia bisnonna a san bartolomeno quando aveno 10 anni.
3
02/09/2010 10:52
UNA LETTURA PIACEVOLISSIMA,
romana
Come sempre. un bellissimo racconto.