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Giovedì 24 Maggio 2012 - Aggiornato 24/05/2012 01:13 - Online: 229 - Visite: 8388607

10/10/2010 19:41

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Omosessualità, matrimonio e comparatico

Nella Scicli tra fine Ottocento e inizi Novecento

Omosessualità, matrimonio e comparatico

 

Nella Scicli di fine Ottocento l’omosessualità era allegramente tollerata. 

 

Sia nelle classi borghesi sia nelle famiglie più povere.

L’omosessuale, se non voleva essere oggetto di scherno, si umiliava a un matrimonio di facciata che inevitabilmente sarebbe rimasto privo di figli. Molti rapporti inspiegabili di filiazione mascheravano appunto una relazione sentimentale tra un uomo maturo e un giovanetto e spesso maturavano alla luce del sole, sotto lo sguardo indulgente e ingenuo di una moglie rimasta vergine.

Di diversi aristocratici si raccontano ancora le insaziabili gesta erotiche con numerosi stallieri. 

Uno zio mio, sospettato tale, sposò una vedova ricchissima, che aveva sepolto già due mariti, di quarant’anni più vecchia. Lui aveva solo vent’anni e un fisico invidiabile d’atleta. Rimasero poco tempo insieme. Lui partì per il fronte al tempo della Prima Guerra Mondiale, lei si paralizzò. Al suo ritornò, dopo qualche anno, la donna morì e lo lasciò erede di una fortuna immensa che gli permise una vita spensierata e felice.

Le donne anziane di una persona sospettata di omosessualità dicevano che “suonasse il flauto nella musica” cioè che suonasse nella banda municipale. L’allusione era tanto feroce quanto comica. E il doppio senso del linguaggio restituiva al discorso scabroso un pudore tutto particolare. O dicevano pure che “ci sentiva” (da quell’orecchio) da cui poi “orecchione”. In Spagna tuttora di un gay si dice che “entiende”. In seguito il verbo sentire fu usato da noi nella forma negativa, cioè che “non ci sente” , per un processo evolutivo del linguaggio. 

Don Micheli “baddisicchi”, basso, obeso e leggermente effeminato,  nella sua bottega sprigionava machismo da tutti i pori per nascondere una verità penosa che era sulla bocca di tutto il vicinato.

Era conosciuto in paese come “u ‘zu Ninu tri cula” un noto culattone, che non si faceva scrupolo di rapporti promiscui. Mentre “ U zu Jáncilu Tagghiarina” era più castigato e meno focoso.

Per la borghesia i luoghi degli appuntamenti erano le alcove delle ville di campagna mentre per i poveri i luoghi degli incontri furtivi erano i campi, i solai, il “ficodindieto”, i muri a secco che proteggevano un rapporto dichiaratamente condannato dallo Stato e dalla Chiesa. Eppure allegramente praticato dal popolo. 

Nel tempo e nella Storia la figura del compare s’intreccia con quella dell’omosessuale passando per il matrimonio. Più che per taciuta complicità per un inconfessabile bisogno di complementarità.

 

Nella Sicilia spagnola la figura del “compadre” era molto diffusa. Nelle società latinoamericane anche oggi questo termine è molto usato spesso nell’accezione di ”amigo”. Nella società spagnola moderna invece è un termine caduto in disuso. Da noi, a Scicli, è rimasto come sinonimo di “padrino” (a Modica, la città più castiza di tutta la Sicilia, il padrino si chiama, infatti, “compare”). Non a caso i giovani e le classi sociali più povere lo usano tuttora per indicare un amico importante, al quale si attribuisce un’autorità sulla propria famiglia e sulle decisioni della vita.

La figura del compare fu molto in voga in Sicilia nell’Ottocento. Spesso sostituiva il “Don”, spagnolismo sopravvissuto nel nostro linguaggio e che in Spagna si traduce con la parola “signore”. Il re, per esempio è “don” Juan Carlos I. E anche l’uomo della strada è un “don” nella corrispondenza ordinaria, nei documenti legali. Sempre meno, invece, nella lingua parlata, dove il señor da tempo si è imposto sul “don”.

Cumpari Turiddu e cumpari Alfiu sono senza dubbio le figure più note grazie al dramma verghiano “Cavalleria rusticana” musicato da Mascagni.

Un proverbio antico recita che i parenti si subiscono ma gli amici si scelgono. Il compare in passato era quell’amico scelto che spesso e volentieri rubava il posto dei fratelli e delle sorelle nel cuore dell’altro. E la moglie del compare, la comare, seguiva le sorti del marito per un’analogia di sentimenti che sarebbe difficile spiegare.

Per questa relazione importante che si creava tra due uomini, la vita diventava percorso comune, compenetrazione di sentimenti, comunione d’anima.

Gli affari si definivano sulla parola e scattava immediatamente un’obbligazione di mutuo soccorso che contraddiceva, in effetti, la riluttante gelosia per la quale il siciliano è conosciuto nel mondo.

Le corna del compare erano meno indigeste delle corna di un estraneo qualsiasi, dunque. Si tolleravano o s’ignoravano per un sentimento ambiguo che non trovava serie spiegazioni se non nel plagio.

A volte, invece, le corna erano ardentemente desiderate, quasi pretese come una prova d’amore e d’indissolubile fedeltà. Non sappiamo quanta omosessualità ci fosse in simili comportamenti e quanto effettivo desiderio della stima dell’altro. L’ammirazione per il compare nascondeva un’ammissione tacita di un’inferiorità sessuale che spingeva il soggetto a offrire con discrezione la propria moglie all’altro per una condivisione totale delle gioie più intime della vita.

Nell’ottocentesca  società patriarcale siciliana i matrimoni tra poveri erano di frequente combinati. Una donna sposava un uomo non perché lo amasse ma perché qualcuno glielo consigliava. I fidanzamenti lunghi e strettamente vigilati avevano l’unico scopo di avvicinare due famiglie che volevano solo imparentarsi, ignorando i veri soggetti, le loro aspettative, i loro progetti.

La donna arrivava vergine alle nozze e ignara delle pratiche matrimoniali. Il marito faceva da istruttore e, nel peggiore dei casi, falliva miseramente perché, tranne qualche esperienza con donne del casino, anche lui era ignorante e impreparato al riguardo. Sulla coppia aleggiava l’ombra della suocera, la matriarca di turno. All’alba della prima notte di nozze presidiava la casa per poter ostentare il classico lenzuolo, macchiato della verginità sacrificata, dal balconcino dell’abitazione o dai lacci di un rudimentale stendino sistemato in un muro esterno della casa ai quali la coppia avrebbe appeso il suo bucato. Facevano, poi, bella mostra a effetto due scope davanti alla porta. Erano un vero e proprio messaggio in codice alle vicine del vicolo perché non avessero a dubitare e a sparlare della coppia e soprattutto della virilità dello sposo.

Non così nelle famiglie piccolo-borghesi. Il giorno dopo le nozze, le famiglie amiche mandavano la criata a chiedere alla sposina com’era trascorsa la sua prima notte da “signora” . E la risposta era sempre la stessa: “Una felice notte”. La borghesia di piccolo taglio era meno brutale nei modi ma non meno ipocrita. Curiosità e pettegolezzo animavano, poi, i salotti nell’attesa di una gravidanza che più di una volta tardava ad arrivare. La sposa novella che non rimaneva incinta subito era guardata, in questo caso, con sospetto se non addirittura con cattiveria dalla madre e dalla famiglia dello sposo. Le rimproveravano a ogni occasione una frigidità, una sterilità o uno scarso interesse (quando non era avversione fisica) per il sesso del marito. Mai quella società considerava l’impotenza dell’uomo, l’inadeguatezza del suo approccio, la sterilità della sua natura. In seguito, la coppia senza prole viveva rassegnata un’esistenza appartata e presto la famiglia dell’uno e quella dell’altra ingaggiavano una lotta spietata per offrirle, in adozione tacita, uno o più rampolli, pescati tra i figli di sorelle e fratelli, allo scopo di non far disperdere la preziosa roba.

Accadeva anche che l’uomo, stufo di una moglie frigida, si appartasse con una contadina o con la criata per avere da lei non tanto un erede bastardo quanto la prova provata della frigidità della consorte che lo assolvesse da ogni sospetto.

Mentre nell’aristocrazia il tradimento era comune e di moda, raramente, invece, la donna piccolo-borghese si procurava un amante. Sarebbe stata colpevole doppiamente e rifiutata non solo dal marito ma anche dalla sua famiglia. E se vedova non risposava più. In fondo chi pagava per tutti era lei. Fragile, indifesa, vittima di un sistema ancestrale nel quale l’uomo era il signore indiscusso, la verità inappellabile, il dominus.

 

Non così nelle classi più povere.

I matrimoni avvenivano con molta più naturalezza. Non c’era l’affanno della roba. La vita, sebbene piena di stenti, manteneva una parvenza di libertà che le classi più abbienti ignoravano, schiave com’erano di un interesse che ne connotava l’avidità dell’esistenza.

Le popolane sceglievano il loro uomo, lo corteggiavano sfacciatamente, lo amavano a volte prima del fatidico sì. La fuitina, difatti, era il classico metodo per appropriarsi di uno spazio di libertà che era drasticamente interdetto alle donne della borghesia. L’onore era facilmente recuperato con un matrimonio riparatore. Economico, simbolico, spesso programmato.

Accadeva però che il marito non fosse all’altezza del suo compito o, quando le nozze erano combinate, che il marito fosse impotente e sterile. Ecco che subito la figura del compare entrava in gioco. Suggerita o imposta in maniera esplicita dall’uomo e semplicemente accettata dalla donna come possibile e unica soluzione onorevole di un problema di coppia che non poteva contare sul divorzio e men che meno su una separazione. 

Il compare, alter ego dell’amico, intrecciava con la signora una relazione sessuale allo scopo di assicurare alla coppia sterile una discendenza. Il bambino che nasceva, ufficialmente figlioccio, era il suggello di questo patto segreto e, anche quando il figlio somigliasse spudoratamente al padre, difficilmente si gridava allo scandalo. Il pettegolezzo capiva, minimizzava e accettava tacitamente l’intrigo. Spesso erano, invece, i figli che, grandi e consapevoli, ricambiavano con un’indifferenza gelosa le cure del padrino.

Si raccontano tante storie di comparatico nelle quali la gelosia del marito è ad arte espressa per poi diventare proverbiale in ossequio a un dovuto rispetto delle convenzioni sociali.

Come quella di una donna, per esempio, che, a pranzo con il compare, sbadiglia subito dopo che lo ha fatto lui per una capacità singolare d’imitazione che ha il corpo umano. Il marito, folle di gelosia, legge in questa coincidenza un segnale d’intesa fra i due. Il giorno dopo invita la moglie a seguirlo e la trascina per paesaggi impervi e dirupi fino a quando la donna, spazientita, lo rimprovera ripetendogli un antico adagio, questo: “Mi staj purtánnu rútti rútti cuómu o varágghju ca misca a tutti” (Mi trascini senza una ragione per grotte e dirupi come uno sbadiglio che contagia senza motivo). Questa semplice frase sgombra la gelosia dell’uomo da ogni sospetto e salva la vita della donna.

L’aneddoto, in effetti, vuole rilevare, se ancora ce ne fosse bisogno, la sacralità del rapporto tra uomo e uomo in una Sicilia scomparsa e feudale nella quale la donna era solo considerata un oggetto, la tentazione che incoraggia al peccato, un essere demoniaco privo di un corpo, di un cuore e di un’anima.  

                                                                         Un Uomo Libero

 

La foto è di Giuseppe Leone 

 

 

Un Uomo Libero

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