Giovedì 24 Maggio 2012 - Aggiornato 24/05/2012 17:22 - Online: 235 - Visite: 8388607
21/11/2010 16:49
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"Cataphracta fulvo sole"(1) così descrive la Madonna a cavallo, con felice intuizione di poeta, Francesco Carrera (1629-1683), del quale Scicli ha quasi perso la memoria.
Quintino Cataudella, autentica gloria letteraria cittadina, rivisita quest'autore per noi e lo fa in un prezioso numero unico apparso nel lontano marzo 1963 redatto da un altro grande e insigne letterato sciclitano, il prof. Giovanni Rossino.
La Vergine guerriera ha galvanizzato la mia fantasia di ragazzo, ha abitato i sogni della mia adolescenza come può abitarli una donna. Ha più tardi stimolato la mia curiosità intellettuale fino a istigarla a una ricerca storica che invano ha potuto e ha saputo soddisfare le numerose perplessità della fede.
Leggenda, storia o soltanto pia impostura, l'apparizione della Vergine guerriera sulla spiaggia di Donnalucata?
Forse le tre cose insieme.
Il 1091, data nella quale si situa il fatto, marca un tempo travagliato e difficile per l'Europa. Segna l'apice della lotta per le investiture che aveva spinto Gregorio VII a emanare nel 1075 il coraggioso "Dictatus Papae". Dictatus col quale il pontefice proclamava la Chiesa libera da qualsiasi influenza politica.
Nel 1091 nasce anche Bernardo di Chiaravalle. Grandissimo spirito europeo, faro di cultura e di santità, lascerà un'impronta indelebile non solo nel pensiero e nella società del suo tempo ma anche nella meditazione che la teologia fa della figura di Maria, definita appunto dal "doctor mellifluus" "mediatrice universale delle grazie".
In uno scenario ancora apocalittico e millenarista, sette e movimenti pauperistici richiamano con forza gli ecclesiastici, spesso corrotti perché dominati da logiche di potere, a una coerenza evangelica troppo a lungo disattesa. La Chiesa sembra essere quasi al tramonto, travolta da scandali interni (nel 1054 si consuma lo scisma di oriente) e da un'incapacità di rinnovamento spirituale.
L'infuocata predicazione di Bernardo contribuisce a fondare nel 1119 un nuovo ordine monastico militare, l'Ordine dei Cavalieri del Tempio. Singolare e mitica congrega sorta dall'esigenza di garantire ai numerosi pellegrini la pacifica fruizione dei luoghi santi, in parte liberati da Goffredo di Buglione a conclusione di una prima crociata.
Gerusalemme era diventata intanto l'oggetto di un'interminabile contesa tra musulmani e cristiani. Questi ultimi, rivendicando la pietosa custodia dei territori nei quali visse e morì Gesù, volevano, in effetti, contrastare ai primi il controllo sui ricchi commerci che dall'Asia passavano per quelle rotte obbligate. Il Medio Oriente già da allora si confermava bersaglio degli interessi più torbidi e centro di spregiudicati intrallazzi, dove faccendieri, commercianti e cavalieri di dubbia fede avrebbero costruito dal nulla ingenti, improvvise e misteriose fortune.
Nel 1031 era scomparso tra lotte intestine il califfato omayyade di Cordova mentre la riconquista cristiana riportava clamorosi successi in Spagna respingendo "i mori" verso il sud della penisola e qualche volta al di là del mare africano.
I cristiani, rinfrancati, guardavano al cielo con rinnovata speranza. L'Europa era attraversata da un fervore religioso e mistico che metteva al centro della propria visione escatologica l'icona di Maria. Il popolo delle cattedrali gotiche aveva tesaurizzato la grande lectio di Bernardo e riconosceva alla Vergine il ruolo unico e inconfutabile di mediatrice celeste, la cantava nelle splendide antifone mariane, a Lei si affidava nelle pestilenze, da Lei invocava l'aiuto soprannaturale per scongiurare l'incombente e perenne minaccia musulmana.
La Sicilia, per la sua vicinanza geografica, diventava, perciò, crocevia e approdo "verso" e "da" una Terra Santa sempre più insicura e inospite.
Con molta probabilità, nella tradizione più antica, la nostra Madonna non cavalcava un destriero e non impugnava una spada. Era soltanto "apparsa" in una fitta nube a Ruggero d'Altavilla, un abile mercenario a libro paga dei bizantini, come si era manifestata in precedenza a Pelayo, la vigilia della battaglia di Covadonga, come comparve in visione a Pio V nel 1571 mentre si decidevano le sorti della battaglia di Lepanto.
Il celeste intervento era stato di sicuro suggerito, in un clima d'intenso misticismo, dai racconti fantasiosi dei pellegrini in fuga dalla Terra Santa, abilmente intrecciato a un fenomeno naturale, frequente dalle nostre parti tra la primavera e l'estate: la nebbia fitta che nasce dal mare e cancella anche oggi il litorale senza che il sole riesca a diradarla.
Per ciò ogni riferimento alla cavalcata di lady Godiva per le deserte vie di Coventry nel Midlands inglese può essere considerato poco accettabile o credibile.
L'attuale iconografia mariana è invece, forse, una sintesi riuscita tra Giovanna d'Arco e la mitica figura di Clorinda, la cui storia d'amore, di passione e di morte, sebbene di segno opposto, conclusasi sotto le mura di una Gerusalemme assediata, fu cantata dal Tasso pochi anni più tardi della battaglia di Lepanto e non poco influenzò l'immaginario tardo cinquecentesco. In letteratura, in poesia, in musica, in pittura, in scultura, l'invenzione barocca di un'amazzone guerriera, voleva restituire dignità a una femminilità troppo spesso umiliata, innocentemente sacrificata sui roghi di un'Inquisizione superstiziosa e colpevole. Maria delle Milizie riscatta, per una purificazione necessaria, infatti, la pulcella d'Orleans, ne diventa controfigura. Lo fa attraverso una tradizione non scritta che, per una felice confusione tra fede e mito, la colloca al centro del mondo epico siciliano più popolare e immaginifico, quello, cioè, delle lotte tra mori e cristiani come ai tempi degli eroici paladini di Francia.
La pietosa e ingenua fantasia dei devoti è in questo preciso momento che coglie la sua Madonna e la descrive, in un raptus poetico e visionario, su un bianco destriero, spada in mano, rincuorando gli animi dei suoi valorosi come in un'autentica recita dell'Opera dei Pupi.
Anche il nostro poeta sciclitano la canta nella sua ode secentesca su un bianco destriero.
E non sapremmo contemplarla diversamente io e tutte le generazioni che si sono avvicendate dal Seicento in poi in questo estremo lembo di territorio siciliano che spesso è diventato anche frontiera dell'anima.
Per tutti noi, appunto, Lei è rimasta così, sospesa tra la terra e il cielo, tra storia e leggenda, in groppa al suo bianco cavallo in un balzo eterno che non conosce ostacoli, vigile come una madre ansiosa, ancora una volta e per sempre "cataphracta fulvo sole".
(1) rivestita di una corazza di sole splendente
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