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Giovedì 24 Maggio 2012 - Aggiornato 24/05/2012 17:40 - Online: 239 - Visite: 8388607

28/11/2010 21:04

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Estasi degli occhi, tra verità e incantesimo

Un decennio di parole per descrivere il senso dell'arte del pittore sciclitano

Estasi degli occhi, tra verità e incantesimo

 «Ebbene, caro Piero, il segreto della tua pittura a me pare stia qui: nell'aver trovato il punto di fusione armoniosa fra vista, visione e visibilio; nell'aver scoperto la giuntura fra quelle due parallele, apparentemente incomunicabili, che sono la verità e l'incantesimo. Questo mi pare il senso della tua arte, che unisce insieme la pietà per un mondo offeso dall'uomo e una sete insaziabile di innocenza».
E' il pensiero che Gesualdo Bufalino, scrittore e amico di Piero Guccione, esprime ne «L'estasi dello sguardo», una lettera scritta nel 1995 in occasione della presentazione a Scicli del volume «Guccione» e inserita nella preziosa raccolta di scritti curata da Paolo Nifosì e Giorgio Sparacino, edita dal Centro studi Feliciano Rossitto di Ragusa, «Piero Guccione». La pubblicazione, che fa parte del programma delle manifestazioni culturali aperte lo scorso 5 maggio con un convegno di studi e che si svolgeranno nel biennio 2010-2011 per festeggiare i 75 anni dell'artista, sarà presentata mercoledì prossimo nella sede del Centro studi F. Rossitto. Oltre 600 pagine di articoli, interviste e interventi su e di Piero Guccione, di critici, studiosi, scrittori, poeti e giornalisti, racchiudono l'opera artistica del pittore dal 1990 al 2010. Parole, tante e di tanti eppure mai troppe né esaustive, su vita e opere di un artista che non finisce di affascinare e sorprendere perché inesauribile scrigno di pensieri strappati dal silenzio e dalla riservatezza che caratterizzano il Guccione uomo e visibili, invece, con elegante pudore nei dipinti del Guccione artista.
Scrive Marco Goldin nel 1998 in «Dipingere la bellezza, parole con Piero Guccione»: «Aver visto. Almeno una volta il rumore del vento forte venuto dalla Costa del nord Africa. Attraversata di notte la macchia scura dell'acqua non placata. Stare seduti sotto la vecchia fornace, al limite estremo della spiaggia di Sampieri, Sicilia Sud-orientale, dove Guccione è tornato ad abitare da quasi vent'anni.
La scelta di vivere a Scicli non è stata né voluta né casuale: era piuttosto nella logica della cose. Essendo partito da qui, era naturale e fatale che vi tornassi.
Stare seduti sotto quella parete di mattoni ormai quasi del tutto sgretolati. Sgretolati proprio dal vento che prende in faccia quella parete adesso traballante, che tanti anni fa era come un golfo dell'Estaque spostato più a oriente. Che prende in faccia chi vi si depone sotto, come un cencio, un mantello spiegazzato. A sentire l'odore del mirto, del mare che tutto travolge lasciando tutto apparentemente intatto. Nella luce implacata dell'estate, nel suo assordante silenzio, nel suo ronzìo che si fa forma, struttura, regola delle cose.
Direi che dentro di me il senso dell'estate - nella sua solare, fisiologica espansione verso l'esterno - e l'arte moderna sono inscindibili; nonostante i valori del negativo che l'arte moderna ha portato in sé e ne mondo. E da qui, in Sicilia, l'estate si può, per così dire, ascoltare meglio e meglio osservare.
Occorrerebbe esserci stati, perché il mare visto da lì è uno sconfinamento ulteriore, un'impossibilità di trovare approdi, il pensiero di come possa venire conoscenza. E il pensiero di tramutare quella distesa in una frase chiusa, nello spazio percorribile di una tela un metro per due, poco di più poco di meno. O anche molto più piccola, o molto più grande. Comunque nello spazio compresso di un quadro, con o senza cornice fa lo stesso. Il pittore è solo. Non ha scuole a cui pensare, cui riferirsi. Non ha compagni di strada. La pittura adesso è questa: la tenerezza e la malinconia di uno sguardo che si sa allagato e sprofondato, tenuto anche dritto, teso sulla superficie del mare. Guccione è il pittore di un pudore manifestato fino all'estremo limite, di un'osservanza del confine, del bordo. Lavoro appassionato, frutto di devozione e disciplina, che ha sempre teso all'incontro con la verità, alla sua sperata riproduzione in immagine.
Verità. Parola difficile da pronunciare; certamente sospetta e quindi costantemente rimossa non solo nel mondo dell'arte. L'invenzione della verità, ha scritto Enzo Siciliano: su questo goethiano, lampante connubio si può bruciare una vita intera! Quale verità e come inventarla: ecco il problema di sempre.
(...) Si dipinge la propria storia o qualcosa che è come un desiderio, una proiezione, una paura, una grande felicità?
Certamente tutto questo; senza però "una grande felicità" ma "gioiosa disperazione".
Si può provare a dipingere il tempo, la sua struttura, la sua potenza?
Non ci ho mai provato.
Perché ancora e sempre la natura?
Perché è ancora la cosa più sorprendente.
Vedi dove stiamo andando?
Non sarò originale. Ma credo davvero verso un mondo che non vorrei abitare».
Un mondo che Gesualdo Bufalino, lo scrittore comisano che lo scorso 15 novembre avrebbe compiuto 90 anni, non abita più. E che quasi a presagire la sua assenza, ne «L'estasi dello sguardo», salutava così l'amico Piero: «Null'altro avrei da aggiungere se non avessi scoperto fra le mie carte un vecchio biglietto d'auguri per il tuo cinquantesimo compleanno, scritto dieci anni fa per il Giornale di Scicli. La data è del 5 maggio 1985. Ciò vuol dire che in questi giorni ricorre il tuo sessantesimo compleanno e che, guardandoci indietro, possiamo misurare quanto fecondo sia stato il decennio trascorso. Ti auguro un bilancio altrettanto operoso per il traguardo dei settant'anni, nel 2005. Prevedo che cause di forza maggiore mi tratterranno altrove, quel giorno. Ma sin da ora, a futura memoria, valgano questi fogli come augurio e rinnovato abbraccio di ringraziamento a te per la tua opera e la tua vita».
A chiudere le celebrazioni del settantacinquesimo compleanno dell'artista sarà un incontro di studio sui rapporti tra Piero Guccione e Gesualdo Bufalino.

 

A Palazzo Ducale la visione del mare

 

Genova - «Ho imparato molto dipingendo il mare, sia tecnicamente che su me stesso. Oppure perché mi dà l'illusione della libertà. E, infine, forse perché è uno dei pochi piaceri rimasti». (Piero Guccione).
In questo pensiero è il senso dell'antologica di oli e pastelli «Il Mediterraneo», dedicata all'artista sciclitano e inaugurata ieri sera a Palazzo Ducale, a Genova, dove rimarrà fino ai primi di gennaio. La mostra, organizzata nell'ambito di manifestazioni sul Mediterraneo dall'associazione «Linea d'ombra» con il Comune di Genova, è curata da Marco Goldin. Ed è così annunciata. «L'antologica che Palazzo Ducale dedica a Piero Guccione, in occasione dei suoi 75 anni, raccoglie 35 opere tra le più belle che l'artista ha dedicato e continua a dedicare al mare in un'instancabile ricerca pittorica, iniziata quando è tornato da Roma a vivere in Sicilia. Qui, immerso nel paesaggio dell'isola, ha raccontato nei suoi lavori i luoghi ritrovati dell'infanzia, avviando un dialogo tra sguardo e ricordo che avrebbe originato una lunga e ininterrotta indagine pittorica fatta di variazioni, soste, approfondimenti. Ed è proprio dagli anni Ottanta - anni dai quali prende le mosse questa mostra - che la ricerca di Guccione si viene caratterizzando sempre più per la sensibile rarefazione dell'immagine in una progressiva tensione simbolica come se il mare si facesse sempre più luogo capace di fondere in sé l'apparenza visibile delle cose con la loro infinita risonanza interiore. Per fare questo l'artista, pur mantenendo nei suoi quadri la visione frontale, muta sensibilmente l'inquadratura e sposta il punto di osservazione, alzandolo o abbassandolo. Il mare si trasforma lentamente in una vastità di luce, tempo e spazio; un paesaggio immerso in luci e ombre, in una condizione di confine in cui il mondo si offre allo sguardo e alla coscienza come un qualcosa di sospeso tra rivelazione e dissolvenza, tra presenza e sogno. Simbolo, quasi, della natura sfuggente delle cose, della loro fragile consistenza, ma anche della loro costante durata. Il colore si sedimenta per strati che portano in sé l'esperienza del tempo; la pittura si volge al simbolico sciolto senza riserve nelle apparenze sensibili del reale».

 

 

Modica. Venerdì 3 dicembre, nel foyer del Garibaldi la mostra "Genesi di un'opera"

 

Modica - Venerdì 3 dicembre, nel foyer del «Garibaldi» sarà inaugurata la mostra «Genesi di un'opera» in cui pastelli e disegni di Piero Guccione raccontano la nascita e la realizzazione del Tondo che decora la volta del teatro comunale, gioiello del neoclassicismo della metà dell'800, restaurato e riaperto nel 2000. Nel volume «Piero Guccione», scrive Paolo Nifosì: «La stesura definitiva è il risultato di dieci studi preparatori, dieci bozzetti a pastello di Piero Guccione, di rara suggestione. La prima idea fu quella della di proporre il tema di Norma, una ripresa di uno dei bozzetti dell'artista per le scene di "Norma", rappresentata a Catania nel 1990 in occasione del centenario del teatro Bellini, e specificamente, quello dedicato alla "Casta diva", nella prima scena del primo atto. Norma rivolge al cielo stellato, rischiarato dalla luce lunare, la sua preghiera, avvolta dalla massa di un verde scuro di un carrubo, albero ibleo, un'immagine che riprende l'icona del monumento a Bellini di piazza Stesicoro a Catania; ma quel motivo diventa apparizione, evocazione impalpabile, in una dimensione notturna. Sono due i bozzetti di questo tema, fatti con dei ritagli di Norma recuperati da quei pastelli, su cui Guccione è intervenuto, delimitando il campo alla figura, uan sagoma azzurra dentro una massa verde, assorbita dal cielo fatto di blu, di grigi violacei. "Sarebbe stata una scelta soltanto mia - commenterà Guccione - mentre nel frattempo dialogando con Sarnari ho pensato ad un'opera che potesse essere fatta a più mani". Da qui il secondo tema: un'immagine della chiesa di San Giorgio con tutta la scalinata in ombra, un tema che poteva perdere i caratteri di un'opera personale, per estendersi ad un gruppo. Il S. Giorgio, uno straordinario brano di architettura tardo barocca già affrontato da Piero in qualche altra occasione, colto nella luce del tardo pomeriggio, quando il sole scende dietro la prospieciente collina di Cartellone, e il calcare dorato si fa ocra, elevando verso il cielo azzurro l'alta torre campanaria, azzardando una scommessa e una sfida con una terra spesso segnata e offesa dai terremoti. Sono tre i pastelli con la sola facciata come tema. Cambia solo il punto di vista, ravvicinato in uno, lontanante negli altri due, con una proiezione maggiore verso il cielo azzurro. Un omaggio alla città, al suo gioiello più bello, al genio collettivo di questa terra e dell'intera Sicilia, affrontato già nell'interpretazione della Cavalleria rusticana nel 1995, con una luce diversa (...). La percezione diventa visione, sentimento, amore, malinconia e dolcezza, tutto risolto in musica, come sempre avviene nei suoi pastelli che saremmo tentati, se fosse possibile, di ascoltare».

Franca Antoci

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