11/03/2011 11:40
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Riconvertire alcune raffinerie italiane, sempre meno competitive sul mercato degli idrocarburi, in impianti di produzione di gas, attraverso il riciclo di rifiuti organici, il cosiddetto umido. A cominciare dall’impianto Tamoil di Cremona, che la multinazionale libica, direttamente controllata dalla famiglia Gheddafi, ha comunicato di voler chiudere entro il 2011, mantenendo solo un deposito con una trentina di addetti. E’ la proposta che lancia il segretario generale della Uilcem-Uil, Augusto Pascucci.
“Allo stato attuale -spiega- non ci sono novità per lo stabilimento di Cremona rispetto agli impegni presi dalla Tamoil, che non recede dalla sua decisione di chiudere l’impianto. E crediamo ancora di più adesso, con la gravità della crisi libica, che probabilmente -sottolinea- farà ricadere sulle spalle della collettività il peso di oltre 250 licenziamenti a Cremona”. Per l’impianto, che conta 300 dipendenti diretti, non si vede un futuro possibile nella produzione di idrocarburi, secondo la Uilcem.
“Non sono arrivate neanche proposte industriali innovative. Restando così le cose, su 300 dipendenti diretti, 250 perderanno il posto di lavoro, resteranno soltanto gli addetti che verranno impiegati nella dismissione dell’impianto, la cosiddetta ‘decommission’”. Una soluzione per salvare i posti di lavoro, secondo Pascucci, ci sarebbe, ma serve il coinvolgimento di istituzioni ed enti locali. “Noi proponiamo -spiega- l’applicazione di un modello che è stato già realizzato in Nord America e in Olanda. Attraverso un particolare enzima si può produrre biogas dal riciclo di rifiuti organici, il cosiddetto umido dei rifiuti. Sarebbe il caso di cominciare a pensare di riconvertire le raffinerie in difficoltà nel nostro Paese, a partire da Cremona -sottolinea- proprio in impianti di produzione di gas dal riciclo di rifiuti organici, il cosiddetto umido”. Cremona, quindi, come ‘esperimento pilota’ per altri impianti che, secondo la Uilcem, sono in sofferenza. Il sindacato di categoria non parla di allarme lavoro come nel caso di Cremona, ma di difficoltà industriali e produttive. Un primo campanello d’allarme: “Quello delle raffinerie italiane -dice il leader della Uilcem- è un conto complessivamente negativo per il 2010. Nel nostro Paese ci sono diverse raffinerie che sono in sofferenza: gli impianti Eni a Gela, Livorno e Genova che hanno un’indice di conversione del barile di greggio molto basso. La produzione di gasoli e benzine, che si realizza in questi impianti -spiega- ha un’economia di scala non redditizia, non profittevole. Le tecnologie esistenti in questi siti non permettono di usare l’intero barile di greggio, come avviene ad esempio nel sito, sempre dell’Eni, a Pavia”. E, in difficoltà, secondo Pascucci, sono altre raffinerie come “l’Api di Falconara e la Saras di Cagliari, mentre va bene la Lukoil di Priolo in Sicilia, perché ha la possibilità di ‘verticalizzare’ l’attività: la proprietà russa della raffineria ha anche la disponibilità del greggio”. In definitiva, secondo Pascucci, le raffinerie italiane risentono del fatto “c’è una sovraccapacità produttiva di idrocarburi, come gasolio e benzine, che, viste le sempre più stringenti norme in materia ambientale, trovano con difficoltà collocazione nel loro mercato naturale, che è quello del trasporto su gomma”. Per questo motivo, ben presto, secondo il segretario generale della Uilcem, resisteranno solo “le raffinerie con le tecnologie più avanzate che riusciranno ad avere un indice di conversione del barile più alto, utilizzandolo tutto o anche altre aziende, come la Lukoil, che avranno la possibilità di ‘verticalizzare’ la loro attività, tenendo insieme la proprietà del greggio e la produzione di gasolio e benzine”. Per quei siti con tecnologie arretrate, secondo la Uilcem, si può puntare “alla riconversione in impianti si produzione di gas dai rifiuti organici”.
Intanto Eni mette in sicurezza gli impianti e ferma la produzione in Libia. La quinta società petrolifera al Mondo, guidata da Paolo Scaroni, produce in Libia circa 270 mila barili al giorno. Da quando è cominciato il conflitto la produzione si è ridotta a un terzo. Ieri la decisione di stoppare le produzioni. La crisi nordafricana, ha sottolineato l’AD dell’Eni in occasione della Strategy Presentation dei prossimi tre anni, «aggiungerà al prezzo del petrolio 15 dollari», che consentirà persino un guadagno per la società Italiana. Eni non ha dipendenze finanziarie con la famiglia Gheddafi: c’è solo un fondo che ha un nome libico che detiene lo 0,5% delle azioni. Cioè niente.
Redazione
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