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Sabato 26 Maggio 2012 - Aggiornato 25/05/2012 21:27 - Online: 94 - Visite: 8388607

31/08/2011 20:54

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San Giovanni e la luna. Una filastrocca

“Luna, lunedda…”

San Giovanni e la luna. Una filastrocca

Madrid - Ricordo una filastrocca che mia madre mi recitava, da piccolo, perché mi addormentassi durante la siesta.

Una memoria lontana che ancora oggi, quando quella filastrocca ritorna, si colora di alcove alte imbiancate a calcina, di silenzi interrotti da materni fruscii e da misteriosi scricchiolii di mobili, presenze ctonie invisibili e rassicuranti.

“Luna, lunedda…” e le mie palpebre a poco a poco si chiudevano, ipnotizzate dal fascino arcaico delle parole, sicure che al risveglio un angelo mi avrebbe calato come premio dal paradiso un piatto di fresco biancomangiare, elaborato presso le cucine celesti.

Ombre lunghe, prodotte dagli scuri socchiusi di una finestra, sbarravano qualsiasi via alla luce. A volte lasciavano filtrare raggi furtivi di sole nei quali era sospesa una polvere fine, impalpabile, d’oro. La polvere dell’oblio che troppo a lungo ha ricoperto uomini e cose.

San Giovanni Battista irrompeva dalla filastrocca nel mio curioso immaginario di bambino. Ricoperto di pelli di capra, si cibava di lumache, di locuste e di miele selvatico.

Amato e desiderato da una Salomè coperta di veli che precocemente turbava le mie fantasie erotiche infantili per una danza del ventre che non doveva essere per niente casta.

Immaginavo che il Precursore odorasse di origano e di nepitella più che d’incenso. La sua testa, servita su un piatto, non mi faceva paura. Anzi aveva il fascino delle fiabe antiche nelle quali alla fine la morte è sconfitta dalla vita e tutto si aggiusta con un finale e risolutivo incantesimo. La magia, già! Nessun santo come il Battista è stato da sempre legato al senso del magico. Magica fu creduta da sempre la vigilia della sua festa in giugno. Un’antica credenza mediterranea fondata su riti pagani orgiastici la poneva in relazione alla celebrazione del solstizio d’estate. Per questo era accompagnata da grandi falò (i fuochi di San Giovanni) che simboleggiavano il passaggio dalle tenebre alla luce ma anche un momento importante di purificazione e di profilassi. Spesso, infatti, si bruciavano mobili, indumenti e cose appartenuti ad appestati e infermi per allontanare dal popolo lo spettro del contagio e, con esso, gli spiriti maligni. Si raccoglievano, poi, con molta cura, le ceneri e si conservavano perché era attribuito ad esse un potente valore taumaturgico.

Per un’antica credenza siciliana riportata dal Pitrè, le zitelle mettevano in forno, la vigilia della festa di San Giovanni, un carciofo quasi secco sperando di ritrovarlo vivo e vegeto il giorno dopo: sicuro presagio di un matrimonio imminente. Da qui forse l’antico e feroce epiteto appioppato dal pettegolezzo popolare a una zitella che non avesse trovato marito: “schetta spicata” dove “spicato” è detto del carciofo che, non raccolto a tempo, si è già trasformato in fiore.

Durante la notte di vigilia si rivelavano le formule magiche per “ciarmári u scantu (la paura), le trombe marine e i tornadi, i vermi e il malocchio, i porri della pelle e gli orzaioli”, per “luvári u suli e u friscu”: invocazioni sacre ed esorcismi sposati a una medicina popolare empirica e antica. Si rivelavano gli arcani di procedure magiche molto più complesse gelosamente custodite in vecchi e polverosi grimori. Si confezionavano talismani e filtri d’amore, si eseguivano scongiuri vari e fatture.

Chi avesse cercato in determinati posti con delle opportune precauzioni tesori nascosti, la vigilia di San Giovanni sicuramente li avrebbe trovati.

Negli Iblei il culto di San Giovanni Battista rimonta a prima dell’anno Mille forse perché le nostre terre erano le più vicine e sicure per chi, incalzato dalla minaccia musulmana, fuggiva dai luoghi santi portando con sé le devozioni e le credenze di quella Terra martoriata e da sempre disputata dalla ragione al cuore.

A Ragusa il culto di San Giovanni Battista con molta probabilità fu diffuso da una colonia di emigranti cosentini arrivati in città all’epoca di Ruggero il Normanno. A San Giovanni Battista era dedicata la cappella ubicata nelle immediate adiacenze del Castello dei Tre Cantoni di Scicli, nella quale i rampolli delle nobili famiglie modicane e sciclitane erano investiti del cavalierato dell’Ordine di Malta. Dopo il terremoto del 1693 e la decadenza di tutta l’acropoli sciclitana, di questa chiesa si persero le tracce.(1)

Verbena, valeriana e trifoglio, raccolti durante la vigilia della notte di San Giovanni, possedevano poteri miracolosi. Da qui le cosiddette “verbene” spagnole. Feste molto popolari soprattutto in Castiglia e a Madrid, così chiamate dall’erba più nota e diffusa, la verbena, resa miracolosa appunto dal carisma del Santo.

Per San Giovanni da noi era antica e radicata tradizione popolare celebrare il comparatico. Non solo tra i grandi ma già tra gli adolescenti e i bambini era molto in uso questa pratica. Il Santo interveniva come ministro di cerimonia e testimone di un legame che di solito durava tutta la vita. “Cumpari ri Sangiuvanni”. Già in età infantile i piccoli imitavano i grandi nello scegliere l’amico del cuore che, in età matura, sarebbe diventato l’alter ego, l’anello di una catena patriarcale sulla quale si reggevano i rapporti interfamiliari. Si costruivano “i figliocci” con quattro straccetti e per faccina una testa di cavolo (come nelle antiche fatture) e ci si “cumparava” in un tripudio di fresche granite e squisiti “pezzi duri”(2).

In realtà si eseguiva una remota pratica magica ricoprendola d’innocenza e di mistico significato.

Tra un lampo e l’altro la voce di mia madre invocava il santo: “Sangiuvanni Battista!”, per assicurarsi la sua protezione, per sollecitarlo a calmare le tempeste. Ancora oggi quando il cielo è gonfio di pioggia e s’illumina a giorno di lampi, mi pare di sentire la sua voce antica. Il Santo ricoperto di pelli e di fogliame fa capolino dalle nubi per presentare, come nel famoso quadro dell’”Entierro del señor de Orgaz” dipinto da El Greco, la sua anima trasparente e candida al misericordioso e trascendente tribunale di Dio.

 

 

 (1) "I Cinquant'anni di Archivio/Sette secoli di storia" a cura di Anna Maria Iozzia, ed. Argo,

dicembre 2005

(2) Caratteristico “pezzo” molto conosciuto e apprezzato negli Iblei ottenuto dividendo in tanti

spicchi una torta gelato

 

 

 

 

 

Luna lunedda

Fammi ‘na cudduredda (1),

e fammilla bedda ranni

ca’ ci la portu a San Giuvanni,

e se San Giuvanni non la voli,

ci la portu a san Nicoli.

San Nicoli si la pigghia,

Ci la duna a li cunigghia(2)

Li cunigghia scala scala,

Ci rumperu la quartara(3),

La quartara china ‘i meli(4)

Viva, viva San Micheli!

 

 

 

 

 

(1) Tipico dolce dell’agrigentino, ma anche tipico pane delle zone del ragusano

(2) Conigli

(3) Recipiente in terra cotta utile al trasporto dell’acqua

(4) Il miele

 


 

Un Uomo Libero

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