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Sabato 26 Maggio 2012 - Aggiornato 25/05/2012 21:27 - Online: 77 - Visite: 8388607

08/09/2011 10:46

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Se Sciascia avesse preso una granita da Don Giugginu

L'identità frantumata di Modica

Se Sciascia avesse preso una granita da Don Giugginu Se Sciascia avesse preso una granita da Don Giugginu

Modica - Ci vuole forza e ci vuol coraggio a parlare degli ultimi. Di quelle persone che tutti conosciamo, per la loro innata popolarità, per il loro essere mitopoietici, creatori involontari di storie, aneddoti, leggende metropolitane.

 

Tutti a Modica, e anche fuori, conoscono Don Giugginu, il gelataio a domicilio su 127. Tutti conoscono Mister Max.

Dedicare un articolo -peggio, un film!- a personaggi così noti da passare per trash è operazione ardita. E però giusta.

Lo scorso anno Luca Scivoletto ci regalò il bel film su Mister Max, il cantante modicano autore di parodie e tormentoni che hanno valicato i confini nazionali, facendo concorrenza a Toto Cutugno in Svizzera e in Germania.

Si può fare un film sensato su Mister Max?

Si, si può fare, ha dimostrato Scivoletto.


A patto e condizione che Mister Max diventi l’espediente per raccontare la comunità in cui vive, il grimaldello attraverso cui scardinare una lettura consueta, auto-appagante, della società, in questo caso quella modicana.

Chi ha saputo raccontare, meglio di Max, l’evoluzione sociale dei modicani villanotti di Modica Alta, trasferitisi nel Bronx della Sorda?

Solo il professor Uccio Barone supera Massimo, nella mitica intervista di Scivoletto, quando col suo tono inconfondibile spiega che “la terza Modica esprime identità frantumate, multiple, che non si integrano”.



Nei giorni scorsi sono terminate le riprese di “Gelati e granite”, il nuovo film, anzi il primo documentario di Ivano Fachin, su Don Giugginu, il gelataio a domicilio.

Dov’è l’intelligenza della scelta? Ancora una volta nell’aver saputo individuare –e ci auguriamo che il girato e il montato di Fachin siano all’altezza delle aspettative- il soggetto, il filo rosso narrativo che conduce dentro la città, le città, dall’identità frantumata: l’uomo del gelato tutti-i-gusti, dove scegli la nocciola e ti arriva in cambio la fragola.

In queste settimane è visibile, alla Fondazione Grimaldi, a Modica, una mostra personale, antologica, retrospettiva, su Francesco Giombarresi, il pittore contadino di Comiso morto nel 2007.

Nessuno aveva avuto il coraggio di scrivere di un semianalfabeta. Chi vuoi che dia retta a un contadino che dipinge? Tutti conoscevano Giombarresi a Comiso, ma il primo che con autorevolezza ha avuto il coraggio di scrivere su di lui è stato Leonardo Sciascia, in un epico articolo apparso sul Corriere della Sera nel 1969.

Sciascia immagina che Giombarresi si trovi in mezzo al carnevale dell'antica contea di Modica, che Serafino Amabile Guastella ha stupendamente descritto: “Atroce carnevale degli istinti, dei rancori, violento e famelico, segnato dalla miseria e dalla morte. Che Giombarresi ci si trovi in mezzo traumaticamente, da uomo sereno, puro nel cuore e nella mente, candidamente compreso della propria dignità e della dignità di ogni cosa vivente, che d'improvviso vede tutto stravolgersi nella frode e nella violenza”, scrive Sciascia.

Ecco, nel mondo carnascialesco e capovolto della Modica del cinema contemporaneo c’è posto per Mister Max, e per don Giugginu. Chissà che qualcuno, prima o poi non intuisca l’importanza di fare un film su Francesco Giombarresi, il quale, dopo che Guttuso e Sassu e Cantatore lo riconobbero collega pittore, fu finalmente riconosciuto dal Comune di Comiso come bisognoso, e incluso nelle liste di assistenza dei servizi sociali.


Di quest'ultimo riconoscimento Giombarresi sembrò più contento che dell'altro.

 

 

 

 

 

Foto di Lorenzo Sammito

Giuseppe Savà

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