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Sabato 26 Maggio 2012 - Aggiornato 25/05/2012 21:27 - Online: 69 - Visite: 8388608

20/09/2011 23:24

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E il teologo Jean-Pierre Jossua seguiva le imprese di Italo

Pubblichiamo un pezzo apparso su Il Giornale di Scicli nell'aprile scorso, a firma del prof. Paolo Militello, dell'Università di Catania

E il teologo Jean-Pierre Jossua seguiva le imprese di Italo E il teologo Jean-Pierre Jossua seguiva le imprese di Italo

Scicli - Era vissuto nei primi del ‘900 e fu adottato prima dai macellai, poi dalla città.
 

Senza dubbio Italo era un cane speciale. Apparso dal nulla all’improvviso, era riuscito ad accattivarsi la simpatia di tutti: partecipava alle funzioni religiose, «seguiva» le processioni, guidava i turisti nella sua strada, via Mormina Penna. Tutto questo ne aveva decretato, a buon diritto, il successo mediatico: mostre di pittura, servizi televisivi, articoli di giornale (pure il Corriere della Sera ha dedicato un pezzo al «cane barocco»). Tutto questo ne aveva fatto qualcosa di più di un semplice cane «famoso»: Italo era diventato la mascotte di un’intera comunità, mediatica e reale.


Di questo interesse non solo locale ne ho avuto prova un mattino dello scorso febbraio a Catania. In piazza Università incontro il collega Antonio Sichera, docente di Letteratura italiana, insieme al poeta sciclitano Riccardo Emmolo e a un anziano e fascinoso signore che riconosco essere il teologo e scrittore di fama internazionale Jean-Pierre Jossua. La conversazione cade su Scicli e rimango non poco sorpreso quando Jossua mi dice di essere rimasto molto addolorato per la morte di Italo e di avere intenzione di scrivere su di lui un articolo. Evidentemente la «religiosità» dell’animale e l’affetto della comunità lo avevano particolarmente colpito. Durante la conversazione Jossua mi chiede se ci fossero stati casi simili in precedenza. E’ allora che mi tornano alla mente alcune storie di cani speciali vissuti molto tempo prima in Sicilia. 


Le prime due storie ce le racconta Antonino Mongitore, uno dei più importanti intellettuali isolani del Sei-Settecento. Nella sua Sicilia ricercata nelle cose più memorabili, opera alquanto originale stampata a Palermo nel 1742-1743, Mongitore dedica alcune pagine alle Maraviglie de’ cani nelle quali ci parla di due esemplari «religiosi» come Italo. 

Il primo - del quale non conosciamo il nome - era vissuto a Palermo. Anche lui era un cane particolare. Non appena sentiva la campana che annunciava la processione che portava il Santissimo Sacramento a qualche malato, cominciava subito a correre e ad abbaiare per chiamare a raccolta i fedeli. Dopodiché si metteva di fronte allo stendardo e guidava il corteo con l’Eucaristia. Se durante il percorso incontrava qualcuno a cavallo, con «orridi latrati» (e, anche, con qualche morso) lo obbligava a scendere di sella e a mettersi in ginocchio. Ed era in grado di dare una lezione anche agli scettici. Più volte, infatti, qualcuno provò a distoglierlo dal suo compito offrendogli qualche pezzo di carne; ma il «nobile» cane non cedeva alle tentazioni e continuava a guidare la processione. Il secondo esemplare era di Corleone, «di pelo nero, riccio e grosso di corpo», e si comportava allo stesso modo. Anche in questo caso gli scettici provarono a verificare la veridicità della sua «fede». Diverse volte, infatti, cercarono di ingannarlo e suonarono la campana del Viatico anche se non c’era nessun malato da assistere: ma con grande loro scorno, in quei casi il cane non si muoveva di un passo.
La terza storia si svolge nella nostra città. Senza andare tanto lontano nei luoghi e nel tempo, anche Scicli ha avuto, infatti, un precedente; ce lo racconta Severino Santiapichi in un suo articolo, L’acchiappapolli, pubblicato nel 2005 in Tracce nella memoria (Edizioni Il Giornale di Scicli). A quei tempi (metà Novecento?) la conta delle bocche da sfamare era rigida e i cani senza padrone venivano catturati (per un certo periodo da Tomasi il «salato», accalappiacani) e rinchiusi nella chiesetta di San Vito, per poi essere avvelenati («e a commuoversi - scrive Santiapichi - erano, del resto, tutto sommato, solo i ragazzini»). 



Ma c’era un’eccezione: Leone, un cane che all’inizio venne adottato dai macellai e che pian piano divenne «il cane della città»: «si intrufolava nei cortei nuziali, seguiva le processioni, accompagnava i morti e, per il Lunedì di Pasqua e Ferragosto, si faceva trovare, per il rientro, in attesa “a punta e’ baddi”» (laddove ora è il Palazzo Rosso, e dove un tempo erano due pilastri che sostenevano due grosse palle di pietra). Non c’è dubbio: la somiglianza con il nostro «cane barocco» è sorprendente.
A Scicli, quindi, prima di Italo c’era Leone; e prima ancora chissà quanti altri. A questo punto non ci resta che aspettare il prossimo.

 


Post scriptum. A proposito di «Leoni», ho letto con piacere del restauro dei due leoni collocati all’ingresso del Municipio, ma un tempo sistemati a guardia dei «curruggi» di Piazza Fontana. Solo per curiosità, ecco quello che ne scrive Mario Pluchinotta nelle sue Memorie di Scicli del 1932: «Piazza Fontana, che ebbe tal nome per i “curruggi” ivi esistenti, che allora fornivano d’acqua l’intera città, un tempo non era che il tratto più largo del torrente di San Bartolomeo... L’acqua dei «curruggi» scaturiva prima da una fila di sette grossi tubi di ottone tra due leoni di pietra accoccolati. Quando fu costruito il primo tratto di arginatura, l’antica fontana fu demolita e ricostruita oltre il tratto arginato; poi venne demolita quando fu condotta a termine la conduttura d’acqua potabile. I due leoni furono trasportati nel cortile dell’ex Collegio Gesuitico, nuova sede delle scuole pubbliche.» E da lì, successivamente, furono collocati all’ingresso del nostro Municipio. 

 

 

Paolo Militello

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