06/10/2011 00:47
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Roma - Un motto antico come la nostra tradizione migratoria dice "cu nesci arrinesci". Non è invece così frequente che chi esce torni poi per riuscire nell'impresa di farsi profeta in Patria come è successo a tre giovani le cui strade si sono incrociate proprio mentre ripiegavano verso casa. Qui, tra Ragusa e Modica, si sono ritrovati con le loro storie e le loro arti Ivano Fachin, Alessia Scarso e Marco Cascone: da questo incontro sono nate sincere amicizie e proficue collaborazioni.
Il più recente successo tutto ragusano è il premio ricevuto da Alessia Scarso al Trani Film Festival per il suo corto «Disinstallare un amore-Uninstalling love». Trent'anni o poco più, Alessia ha l'ambizione e l'entusiasmo della sua età uniti alla determinazione e alla concretezza di una matura perfezionista. Dice del suo lavoro: «Ho accumulato tanta esperienza, poi il salto: apro una società di produzione che chiamo Arà. Non è solo un intercalare: è un modo del nostro essere, uno spettro infinito di possibilità che dà sicurezza a noi che lo possediamo e conquista chi lo incontra. La sicilianissima mezza parola che comunica tutto senza dir niente. Arà siamo io e la produttrice Roberta Trovato».
A cosa sta lavorando Arà?
«Al nostro primo lungometraggio: scrivo, con la sceneggiatrice di "Disinstallare", una storia ambientata tra Modica e Scicli».
Come è nata la collaborazione con Ivano e Marco?
«Incontrai Ivano perché, entrambi modicani, nutriamo la stessa passione: non potevamo non conoscerci. Tramite lui trovai Marco: scintilla a primo ascolto. Sono sensibile all'aspetto musicale: il montaggio è ritmo, il rapporto tra ritmo della storia e ritmo musicale è fondamentale. Uno degli aspetti più belli di "Disinstallare" è il connubio tra storia e colonna sonora: la musica racconta moti emotivi altrimenti inesprimibili. Marco è sensibile e talentuoso: avrà certamente una bella carriera».
"Romana" da anni, qual è il tuo rapporto con "casa"?
«Non mi sentirò mai a casa fuori dalla Sicilia: c'è un rapporto tra i siciliani e la Sicilia che varca spazio e tempo. Siciliano è il protagonista del corto, Alessandro Rugnone. Siciliano in me è il modo di ragionare, il comportamento, la cucina. E macari u parrari!»
Come nasce il progetto di "Disinstallare un amore", e come questa idea si rapporta con la realtà attuale, multimediale e impersonale?
«L'idea, la gabbia sociale digitale dove tutti siamo schedati, esiste già. La possibilità di escludere una persona dalla vita digitale è data da siti che consentono di oscurare persone che vogliamo evitare. Recentemente dei neuroscienziati dell'università di New York hanno scoperto il meccanismo farmaceutico per bloccare i brutti ricordi e il processo di consolidamento dei bei ricordi. Dal momento in cui è stato pensato il corto a quello in cui è stato realizzato tutti i suoi aspetti fantascientifici sono divenuti realtà».
Il corto ricorda storie in cui l'uomo affida ciò che di più radicalmente umano ci sia (memoria, libertà, sentimento e volontà) a qualcuno che lo manipoli fino ad annullarlo. Tu sottolinei la negatività dell'"era di facebook", ma anche gli aspetti ludici e utili. La rete ha pro e contro?
«Mi sono ispirata a Charlie Kaufman e Jaco Van Dormael. Applico al tema del controllo della memoria l'aspetto della realtà attuale della vita ai tempi del social network, più un po' di fantascienza. Dobbiamo mantenere la libertà di pensiero: sarebbe un peccato perdere questa risorsa per debolezza psicologica. Non nego che siamo molto influenzati, ma credo che ciò sia lungi dal portarci a una società controllata da un sistema centrale finché ci resta la possibilità di non confondere un mezzo con un fine».
La tua prima opera di regia è premiata per il montaggio, tuo primo amore. Un doppio successo?
«È singolare che il mio debutto alla regia sia stato premiato come montaggio (oltre al Trani Film Festival, il Premio Max Cut al Miglior Montaggio al Maxfest di Massafra, ndr.). È stato il mio montaggio più difficile. Il corto è nato e cresciuto tra le mie mani, era difficile mantenere la distanza: in certi momenti non riuscivo a capire se funzionava. Il confronto con i festival è importante perché attraverso lo sguardo di spettatori e giurie puoi captare qualcosa di ciò che volevi infondere nel corto e che fatichi a vedere. Con l'arrivo dei premi ho sentito che ciò che desideravo comunicare è arrivato».
Racconti di un deus ex machina che seleziona spezzoni della vita di un uomo per tagliarli dal film della sua memoria. Una metafora del tuo lavoro in sala di montaggio?
«Penso a un film del 2004, The final cut, di Omar Naim: narra di un montatore che confeziona il video-ricordo di una vita in un futuro dove il cervello contiene una "scatola nera". La vita in sé è un processo di montaggio, dove ognuno decide di scartare i pezzi brutti; dove ognuno, con le proprie scelte, scioglie i nodi o li ignora. La metafora più bella sul lavoro di montaggio l'ha scritta il giornalista Giuseppe Savà citando una canzone di De Andrè: mastica e sputa, come le api, da una parte il miele, dall'altra la cera».
Incontriamo Ivano Fachin e Marco Cascone insieme, e assistiamo ad una singolare conversazione tra artisti. Marco, musicista e compositore nato, trae in inganno con un'apparente timidezza, ma in un attimo si rivela un comico. Ivano dà l'impressione di essere uno per cui la vita è un dono e un viaggio, uno che non si è mai fermato un secondo né s'è mai tolto dal viso il sorriso furbo col quale racconta di come durante gli studi si sia avvicinato alla macchina da presa, che poi ha portato con sé quando è andato a "imparare l'inglese" a New York. Partito per sei mesi, è rimasto tre anni.
Racconta Ivano: «Stavo in un appartamento con 15 persone alcune delle quali lavoravano nel cinema e mi fornivano spunti e contatti. Ho messo un annuncio online e hanno risposto 5 case di produzione interessate al mio "Vodka Tonic": ho investito tutti i miei guadagni e collaborato con veri professionisti.
Vodka Tonic ha vinto il premio della sezione cortometraggi al Taormina Film Festival 2011. È stato liberatorio, il mio addio a New York. È un incubo il cui protagonista è un venditore di sogni malato di cancro: simbolo della società, della tv. Un cocktail: come se la vita si riducesse a un mix casuale. Ho sviluppato il progetto parallelamente a "Tempus", che è un lavoro in grande, prodotto da Medialive. Data la coincidenza volevo firmarlo con uno pseudonimo mentre promuovevo Tempus. Ma ci ho ripensato, e su 6 festival a cui l'ho mandato ne ha vinti 5, poi altri 5. Lo stesso era successo con Vox Rerum, il mio primo lavoro, che ha avuto più di 40 premi».
Un successo così grande al primo tentativo è un'arma a doppio taglio?
«Un po' sì. Ma se non fosse andato così bene non mi sarei preso sul serio, e non lo avrebbe fatto nessun altro. Era un gioco, e il gioco è la cosa più seria che un uomo possa fare».
Con Vox Rerum inizia la collaborazione con Alessia Scarso?
«Alessia è un pezzo di cuore. Ci siamo conosciuti tramite amici e abbiamo lavorato a Vox Rerum. Lì capii che sarebbe andato bene: lei non si sbilancia mai, ma mentre montava la scena clou vidi che si scioglieva. Capii che era un bel lavoro: questo le accade solo con le cose belle».
Chi ha lavorato a Tempus?
«Roberta Trovato, ci ha creduto prima di me, e Ferran Paredes Rubio, direttore della fotografia. Lo scenografo Giuseppe Busacca e gli attori Alessandro Averone e Veronica Gentili. Con una squadra così forte per forza vinci».
Ne è parte anche la colonna sonora: è qui che entra in scena Marco Cascone.
Ivano: «Le musiche sono di Lazzaretti e, appunto, Marco, presentatomi dal maestro Carrubba. Ci siamo conosciuti nel 2010 in modo anomalo: su skype!
Spiega Marco: «È difficile lavorare a distanza: la musica deve adattarsi allo stile del girato. Per prima cosa quando ricevo il video sincronizzo il metronomo: le scene hanno già un ritmo, quello che devo fare è scriverne il suono. Per Disinstallare le musiche sono nate nella mia mente appena ho visto il film. Una volta scritte le ho limate seguendo i consigli di Alessia e la timeline».
Come nascono le colonne sonore?
Marco: «Alessia e Ivano erano incontentabili! I registi, per comodità, montano le scene con una colonna sonora provvisoria. Quando un compositore propone pezzi originali loro devono abbandonare l'abitudine alle sonorità che avevano scelto. La musica cambia il senso del film».
Ivano: «Influisce sull'emotività. Spesso ci appoggiamo alla musica, è come un colpo di fulmine. È sbagliato innamorarsi della prima che incontri, però ormai è successo: sei innamorato».
E per Tempus? È stato un colpo di fulmine?
Ivano: «Eccome! Ascoltavo dei brani con Alessia e sentimmo "Moto Perpetuo". Non riuscivo a credere che fosse di Marco, sembrava fatta apposta: troppo bello per essere vero».
Marco: «Abbiamo usato un brano che avevo già composto, adattandolo. Il finale del corto sembra proprio il video del brano: se lo avesse girato apposta non sarebbe stato così perfetto. Questo lavoro mi ha dato molte soddisfazioni: è bello confrontarsi con un professionista che partecipa alla composizione. Lo stesso con Alessia».
Condividete lo stesso parere anche circa il concetto basilare di Tempus: la paura del tempo, il desiderio di impedirne la fine?
Ivano: Il motivo fondamentale del corto è la paura del tempo, nella sua insensatezza. L'occidente ha perso la spiritualità, è in lotta contro il tempo. È emblematico che esista una crema anti-tempo: non ha senso, come se esistesse un dentifricio anti-spazio! È drammatico. Anche chi crede in fondo ha una visione superstiziosa della fine. Non c'è barriera contro il tabù della morte».
Marco: «"Moto Perpetuo" si fonda sulla stessa idea. Il ribattuto di una nota continua per tutto il brano: non si può fermare, come i secondi. L'unica cosa da fare con il tempo è inserirsi in una sezione limitata di esso e costruire su questa, usando quanto si ha a disposizione».
Collaborerete ancora?
Marco: «Spero di si! È ora di crescere artisticamente: a giorni terminerò gli studi al Conservatorio, dopo la laurea mi specializzerò in composizione di musica da film».
Ivano: «Dopo Gelati e Granite, un docufilm su un modicano "storico", che è in lavorazione, basta corti. Vorrei fare un lungometraggio. Ma se mi chiedi se voglio portare tutti sul set la risposta è sì!»
Nella foto, Alessandro Rugnone e Alessia Scarso
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3
07/10/2011 23:32
LA MENZIONE
Maria Concetta
La menzione c'è: è citato Charlie Kaufman, sceneggiatore di "Se mi lasci ti cancello".
2
07/10/2011 11:45
Io
A me, l'idea di base del corto in questione, ricorda molto da vicino la trama di un film di Jim Carrey "Se mi lasci ti cancello". Strano che nessuno ne abbia fatto menzione. Poi, ció nulla toglie alla bravura dimostrata nel montaggio e alla qualitá del film in sé.
1
07/10/2011 08:53
BRAVI!
Un Uomo libero.
La Sicilia ha bisogno di voi.