16/12/2011 16:42
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Scicli - Uno, due, tre, chiudi gli occhi, apri gli occhi, trovami...
Nelle stanze misteriose e austere ricavate nel sottotetto di un enorme palazzo giocavo a nascondino con cugini e cuginette che parlavano solo un dialetto stretto e incomprensibile tra mobili affastellati e pile altissime di giornali legati per annata con maniaca pignoleria. Dei vecchi bauli, contenenti foto d'epoca, corrispondenza, registri di contabilità familiare, e un letto d'ottone imponente e superbo, sulle assi del quale le serve avevano ripiegato con cura materassi di lana impolverati, restituivano l'idea di un malinconico abbandono. Ci nascondevamo dietro tende strappate che in altre epoche avevano filtrato il tempo e la luce.
Questa soffitta era diventata ora il mio mondo, il luogo da me preferito per esorcizzare le paure, l'angolo nel quale spesso mi ritiravo a fantasticare in compagnia dei miei pensieri, dei miei ricordi, dei miei fantasmi.
Da quando eravamo ritornati da Bengasi, ero diventato un ragazzino introverso, taciturno, solitario.
Mi mancavano il maestro e i compagni, l'odore del deserto e del mare, il soffio umido e vischioso del ghibli, le brezze che in tempo di pace avevano tante volte mitigato le amene passeggiate estive.
Tutto era successo così in fretta che ancora non riuscivo a capacitarmi.
Con gli Inglesi alle calcagna e i ribelli pronti a far razzie, la città si era trasformata in un luogo invivibile, pericoloso e insicuro e non lasciava a noi italiani altra scelta se non la fuga.
Mio padre, ricordo, nell'autunno del 1940, diciannovesimo dell'era fascista e quinto dalla proclamazione dell'impero, ci riunì nel salotto buono per ponderare l'eventualità di una partenza. Gli zii, le zie, i cugini, alcuni amici di famiglia, mia madre, mia sorellina ed io, tutti pendevamo dalle sue labbra. Espose con crudezza la realtà senza tacere nulla e con l'unico affanno di mettere al sicuro le nostre vite.
Aiutato da qualche arabo fedele e amico, nei giorni successivi papà caricò su diversi camion tutto quello che ritenne opportuno e utile salvare. Alla fine caricò anche noi, mia madre mia sorella ed io, e via, sotto la scorta dell'aviazione amica, cominciò così, in una notte senza stelle e senza luna, il viaggio avventuroso verso una Tripoli disperatamente lontana.
Yusuf, il domestico che abitualmente mi accompagnava al mare, prese in consegna le chiavi della casa. Mio padre gliele aveva affidato con le mani tremanti, senza guardarlo negli occhi, un attimo prima della partenza, un attimo prima di saltare sul nostro camion, dove, rincantucciato vicino a mia madre e con la testa fra le mani, cercava inutilmente di nascondere le lacrime. Ricordo perfettamente la mano scura del servo sventolante un fazzoletto bianco e la sua sagoma ridursi a un punto fermo fino a perdersi lontana nello spazio.
Spesso sogno di vivere ancora là, tra la pergola e il pozzo, nello splendido patio andaluso che ascoltò i miei vagiti e conobbe i miei primi passi. Voglio illudermi che Sherazad continui a raccontare ai nuovi inquilini le fiabe che le salvarono la vita, anche se la voce non sarà più quella affabulante di mia madre.
A quel tempo passato solo il mio vecchio quaderno di appunti e un magnifico bambolotto biondo, che fu l'inseparabile ed eroico compagno di mia sorella, regalo del sergente Mengozzi, sopravvissero per una singolare volontà della sorte.
Uno, due, tre...
"Ti ho visto!" esclamò trionfalmente uno dei tanti cuginetti, mentre, sollevando i lembi di una coperta, mi stanava dal mio nascondiglio segreto.
Toccava a me trovare gli altri, ora. Mi appoggiai al muro, fingendo di non guardare e cominciai la conta. Baravo, invece. I cugini erano troppo ingenui per scoprire le mie consumate astuzie di ragazzino spigliato che veniva da una moderna ed evoluta città coloniale. Ero diventato, in effetti, improvvisamente grande mentre, bocconi, coperto da mio padre, mordevo la polvere in interminabili minuti sotto il mitragliamento dell'aviazione nemica, al seguito dei convogli militari in ritirata sulla Via Balbia. Incursioni aeree che spesso erano veri agguati tesi a ogni istante dalla morte.
Individuai subito il rifugio di uno dei più piccoli e lo sorpresi lanciando ad arte un grido per un topo immaginario partorito dalla mia fantasia e dal bisogno di essere lasciato solo. Tutti fuggirono precipitosamente per l'enorme e disadorno scalone di pece che portava al piano inferiore, abitato e distinto. Sciamavano impauriti tra i saloni riccamente addobbati dentro i quali la vita manteneva i suoi ritmi sincopati nonostante la guerra e il tempo e le memorie, per quanto laceranti e vere, appassivano sulle labbra di chi ne aveva proibito persino il racconto per una forzata anestesia del cuore.
Mia madre nascondeva nel cassetto del comodino della sua stanza da letto, chiuse a chiave, le lettere che mio padre le mandava con una certa regolarità dal fronte. Sentivo i suoi singhiozzi soffocati dal silenzio della notte ma non sapevo immaginare le parole di lui, militare di carriera rimasto ostaggio in una Tripoli che era già la capitale di un impero allo sbando e si rivelava giorno dopo giorno un'enorme, incredibile trappola.
Il nostro aereo si era levato in volo dopo Natale carico di donne e bambini, ultimo di una serie di rimpatri che non sempre avevano avuto esiti felici. Partimmo da Tripoli, scortati da aerei dell'Asse, e arrivammo a Trapani il primo giorno del Quarantadue. Un capodanno triste trascorso tra le navate di una chiesa nella quale ci avevano accolto come profughi, nell'attesa di un treno con cui dovevamo poi proseguire il nostro viaggio. Senza una valigia o bagagli, scendemmo finalmente, inaspettati, nella nostra stazione di destino con un sacco di solo otto chili di peso dentro il quale avevamo ben chiuso, come in un vaso di Pandora, il presentimento amaro della sconfitta, le storie e il volto di chi non c'era più, ogni rimpianto del tempo passato e la speranza di ricominciare.
Aprii un vecchio baule e cercai, nascosto tra le foto, il mio caro quaderno. Mi distesi sulle assi del letto appoggiando la schiena ai materassi morbidi di lana e lo sfogliai con la lentezza di un rito.
Anche il Natale del Quaranta, leggevo in alcune note, il primo dopo l'abbandono della neutralità, era arrivato con devastanti fuochi d'artificio e il Santo Bambino non era nato proprio in una grotta, come nel Natale del Trentanove, ma in un rifugio antiaereo: qualcuno, infatti, aveva pensato bene di collocarvi una piccola natività, che era, in effetti, un presepe di guerra. "Ave Maria, gratia plena, fa' che non suoni la sirena, fa' che non suoni fino a domani..." Pregavamo noi bambini tra il sibilo delle bombe e il fragore delle esplosioni.
In questo tranquillo borgo siciliano, invece, il conflitto era solo sui giornali e alla radio. Avrei pensato a una delle mie fantasticherie se papà non fosse rimasto là, lontano, e non avesse scritto lettere che facevano tremare e piangere mia madre.
La zia Titì il giorno di Santa Lucia mi aveva preso per mano e ci eravamo inerpicati su per antiche scale fino alla bottega artigianale di zio Lici, il pastoraro, a Chiafura. Comprammo in quell'occasione nuove figurine da aggiungere a vecchie statuine, gelosamente custodite dal nonno in una cassa di legno, per allestire il classico presepe con i mirtilli grossi e neri che penzolavano dai rami, con mandarini dalla buccia lucida e splendente che sembravano di pasta di martorana e arance che profumavano d'incenso e di vaniglia.
La nonna e mia madre avevano confezionato, subito dopo le feste delle Immacolate, qualche biscotto con un po' di farina, con le poche mandorle e lo zucchero rimasti, giusto per dare a noi bambini il senso e il profumo di una tradizione antica. Ciambelline chiamate "cucciddàti" o forme piatte chiamate "palmette" che avrebbero soddisfatto le esigenze dei palati più golosi. Per i più grandi avevano preparato, invece, la devozionale cubbàita, uno squisito torrone saraceno fatto con sesamo, miele, mandorle e buccia d'arancia le cui vere origini forse si perdono nella notte dei tempi. Avevano anche preparato i jaddùzzi, altri tipici dolci natalizi, un impasto di miele e farina, profumato anche questo con buccia d'arancia.
A Bengasi facevamo pure il presepe ma senza tanti fronzoli e spesso erano solo quattro statuine poste là come per caso sulla consolle antica del salotto. I dolci invece non mancavano perché zia Carmelina continuava a farli, secondo l'antica consuetudine siciliana.
In Sicilia, la novena si era rivelata un'autentica tortura. Alle sei del mattino le campane impazzivano e, nonostante fosse buio pesto e facesse un freddo cane, la gente, come tante piccole diligenti formiche, assiepava le numerose chiese, cantava nenie natalizie, recitava vecchie filastrocche che spesso non capivo, pregava il Signore perché aiutasse il Duce a vincere il nemico che ci negava quel posto al sole urgente e necessario.
Nella Chiesa della Consolazione la novena si celebrava addirittura alla grande con violini, contrabbassi, trombe e tamburi, insomma un grande strepito per tenere sempre desti gli angeli in eterno servizio presso la sacra grotta di Betlemme.
E anche per le strade gruppi di musicanti ripetevano a giorno inoltrato le stesse nenie, facendo tappa davanti ai palazzi più importanti del paese per poi chiedere nel giorno di Natale, a conclusione, l'obolo che la tradizione comanda.
La gente dimenticava per dieci giorni le ristrettezze economiche nelle quali versava l'Italia dopo la sua storica entrata in guerra, e i pericoli di un'esistenza precaria. Impazzita e indolente cantava, invece, gli ozi e le prodezze di un San Giuseppe che per me aveva il volto e la barba del salumiere.
"Na la notti ri natali, san Giuseppi 'n'avìa chi fari, si pigghjàu nu vastuniéddu e si misa a caminàri...ci attuppàu na rutticédda, a scupàu, a 'nittàu, rosi e ciuri puoi ci abbiàu..."(1)
Ma nella notte il farmacista e il nonno si rinchiudevano spesso a chiave nello studio per ascoltare da una radio a galena una voce gracchiante che parlava a tratti in una lingua straniera, sconosciuta.
Proprio in quel Natale del Quarantadue mia madre, nel darmi la buonanotte, mi accarezzò più volte la testa fra le lacrime. Gli alleati avevano definitivamente conquistato Bengasi e le lettere di mio padre dalla prigionia si erano fatte sempre più rare.
Sul fronte russo, il 21 dicembre, l'armata rossa aveva chiuso a tenaglia nei pressi di Degtevo, sul Don, le divisioni di fanteria dell'ARMIR. Molti soldati italiani più che dalle pallottole erano stati uccisi dal freddo.
Vincenzo, il figlio di zia Felicina, fu tra quelli. La vigilia di Natale un dispaccio, infatti, lo aveva dato per disperso ed io capii dal volto perso della madre e dai pianti disperati della moglie incinta che non sarebbe più ritornato da quell'inferno di ghiaccio. Rassegnate, trascorsi alcuni mesi, le donne indossarono poi i panni del lutto.
Dopo la messa alla Matrice, il giorno di Natale avevamo ascoltato il radiomessaggio del Papa, molto criticato dal Duce e dalla sua cerchia più fedele e più stretta. Nel pomeriggio il nonno aveva organizzato una breve tombola per distrarre noi ragazzi dai veri drammi di famiglia.
Non così i Natali precedenti a Bengasi. Ricordo i pontificali del vescovo in cattedrale alla presenza di tutte le massime autorità, le animate e divertenti tombole della Croce Rossa e i veglioni di Capodanno al Circolo Ufficiali, in via Torino, nei quali un'intera classe politica celebrava tra luci, balli, stelle filanti e brindisi il più grande suicidio della storia.
Uno, due, tre...
Richiusi il quaderno d'appunti sull'ultima pagina nella quale Mariagrazia, la figlia del maresciallo Arcuri, uno degli uomini della scorta di mio padre, vi aveva disegnato per me, con la complicità di mia sorella, un grande cuore. Io facevo, allora, la quinta elementare e lei la quarta. Mia sorella, di un anno più piccola di me, era sua compagna di banco all'Istituto delle Suore Francescane.
Sospirai.
Nella primavera del Quarantatré la radio trasmetteva insistentemente una canzone che cantava: "Ma l'amore no..." In una delle mie fughe in soffitta ne annotai accanto a quel cuore l'ultima strofa "Ma l'amore no, l'amore mio non può dissolversi con l'oro dei capelli, finché vivo sarà vivo in me, solo per te!" Speravo ardentemente che Mariagrazia, per la magia unica che il vero amore possiede, avesse potuto ascoltarla in qualsiasi posto si sarebbe ora trovata e avesse pensato a me come io, in ogni momento, stavo pensando a lei.
Uno, due, tre, chiudi gli occhi, apri gli occhi, trovami... - Ripetevo, infatti, questa formula magica come un mantra segreto, illudendomi che un giorno Mariagrazia mi avrebbe finalmente trovato.
(1) Nella notte di Natale San Giuseppe col bastone in mano si mette in cammino... trova una grotta, la pulisce, la profuma con rose e fiori (per farvi partorire Maria).
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