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Sabato 26 Maggio 2012 - Aggiornato 25/05/2012 21:27 - Online: 199 - Visite: 8388607

17/12/2011 16:57

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Kamarina abbandonata

Saranno davvero degli scienziati alla Regione

Kamarina abbandonata

Ragusa - Esattamente una settimana fa ho avuto il piacere di accompagnare due coppie di miei amici livornesi. Due fratelli intorno ai sessanta anni molto appassionati uno del mare e l’altro di archeologia. Le loro rispettive mogli appassionate della campagna e dei suoi prodotti.

Dalle nostre parti, nonostante siano rimasti solo per il lungo fine settimana dell’Immacolata Concezione, hanno certamente trovato pane per i loro denti. Le signore hanno semplicemente gironzolato tra Modica (incredibile la diffusione del verbo cioccolattoso modicano nel resto del Paese) Scicli e Ragusa Ibla a gustare formaggi e olive, scacce e cerasuolo.

I due amici li ho portati con me a Kamarina. L’uno, appassionato di mare, ha trascorso quattro ore a mollo ammirato da un fondale ancora integro (ma non paragonabile, a sentire lui esperto, a quello della zona del siracusano), l’latro ha girato con me tra il Museo e l’area archeologica dell’antica sub colonia greco-siracusana.

Ed è stato col mio amico livornese (che tra l’altro accumula e sintetizza tutti i tanti luoghi comuni dei bizzarri cittadini di quella città marinara) che ho potuto misurare quanto la mia terra sia ormai decaduta. Molto decaduta.

Al Museo di Kamarina siamo stati accolti in maniera esemplare: ovviamente non hanno pagato gli ultrasessantacinquenni e a tutti è stato fornito un ottimo materiale esplicativo delle peculiarità kamarinesi. Appare evidente l’imprimatur dato a tutta la struttura dal suo responsabile, l’archeologo ragusano Giovanni Di Stefano, al quale si deve, lui allievo di Paola Pelagatti, non solo la scoperta di tantissimi e importanti reperti, ma anche la salvaguardia di tantissime zone archeologiche conosciute oppure no. Ma al momento di lasciare il Museo per andare a visitare la agorà della colonia greca, le amare sorprese: un cumulo di erbacce nasconde quanto rimane della antica città distrutta dai Romani, la tettoia metallica che dovrebbe proteggere il foro dove si riunivano gli antichi nostri progenitori è stato del tutto divelto dal vento che ha gioco facile su tubi innocenti arrugginiti e plexiglass scorticato dal sole.

Una diffusa sensazione di abbandono. E dire che siamo al centro della più importante emergenza archeologia della Sicilia sud-orientale. Ma il perché è presto spiegato dagli stessi dipendenti che confessano, quasi con le lacrime agli occhi, di non poter fare molto più di quanto riescono a fare per il semplice fatto che la Regione non eroga finanziamenti destinati alle aree archeologiche. Cioè al nostro maggiore e più importante (ed io aggiungo anche remunerativo) bene comune.

Saranno davvero degli scienziati alla Regione.

O forse la verità consiste nel fatto che l’archeologia moderna dei paesi poveri come purtroppo è diventata l’Italia, si è ormai orientata verso lo studio delle fonti, mentre gli scavi vengono avviati solo se pagati da “altri” (l’esempio dell’Enimed in una contrada rurale prossima alla città di Ragusa). Non si cercano nuovi siti, e in quelli conosciuti scavano solo i tombaroli. Nel caso di scoperte casuali (per esempio in occasione di scavi per lavori di sbancamento e sempre che vengano segnalati alla Soprintendenza), si preferisce fare i necessari rilievi e poi interrare, nella speranza (quanto fondata?) che in un futuro speriamo prossimo si abbiano mezzi tecnici e soprattutto finanziari adatti a riprendere quel tipo di attività scientifica. A questo ci siamo ridotti.

 

Saro Distefano

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