26/12/2011 17:43
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Il modo più semplice di superare i terremoti e di sistemare i terremotati era quello ottocentesco, borbonico, e anche umbertino di mandare in visita per due giorni il re e la regina e poi chi è morto è morto e chi è vivo emigra.
Ai fini della storia bastavano e avanzavano i disegni sull’”Illustrazione Italiana”. Un altro metodo spedito ed efficace è quello dei paesi ricchissimi e privatisti come l’America o il Canada: se arriva un terremoto o esplode un vulcano o passa un ciclone, lo Stato disturba il meno possibile, ciascun cittadino ricco ed efficiente pensa ai casi suoi, i telegiornali te li mostrano in giacche a vento e stivaloni che arrivano con i camion dei prefabbricati.
Il terzo, laborioso, confusionario, dannato, è il nostro, attuale, di un paese che non sopporta più le impietose medicine della miseria, ma che non è ricco ed efficiente abbastanza per badare privatisticamente ai casi suoi, ragione per cui ricorre improvvisamente a uno Stato di cui ha sempre diffidato, a cui ha dato scarsi e dubbi contributi, per chiedergli tutto e subito. Sono i giorni in cui i rappresentanti di questo Stato malconcio e latitante si trovano di fronte a richieste globali, totali, radicali, immediate e perentoriamente invitanti da una opinione pubblica tanto esigente quanto ipocrita, vanno, a testa bassa, verso scelte spesso sbagliate, comunque inadeguate, quasi sempre causa di nuove confusioni e di nuovi dolori. E’ quanto sta accadendo per l’appunto con la requisizione delle seconde case lungo la litoranea domiziana, per dare alloggio ai sinistrati napoletani.
Il commissario Zamberletti e il sindaco di Napoli Valenzi dicono che la requisizione delle seconde case è una necessità. Può darsi che sia così, ma è anche il ricorso al provvedimento più rozzo e più facile, tipico di uno Stato inefficiente: dato che non funziona il fisco si aumenta il prezzo della benzina, dato che non c’è l’edilizia pubblica si requisisce quella privata. L’onorevole Zamberleti, il sindaco di Napoli e i partiti politici che approvano la decisione si giustificano con la necessità di turare comunque il buco, di applicare subito i pannicelli caldi là dove si manifesta il malessere sociale. E poiché questa è da trentacinque anni la pratica della democrazia italiana, non gliene faremo una particolare accusa.
Ciò non toglie che questo modo di scegliere e di provvedere accresce la generale diffidenza dei privati verso il pubblico, la crescente latitanza di una seria regola del gioco. Intesa come provvedimento sovietista, la requisizione sarebbe normale; un giorno, all’aeroporto di Samarcanda, ho visto i poliziotti sovietici cacciare a calci nel sedere due viaggiatori già saliti sull’aereo, per fare posto a me e ad un collega. Ma il nostro Stato può permettersi decisioni e brutalità sovietiste? Intanto l’operazione nasce con la solita menzogna del pubblico al privato: le case saranno requisite solo per sei mesi, tutti i danni saranno rimborsati, vi sarà corrisposto l’equo canone. Non è vero niente, fra sei mesi le nuove abitazioni per i terremotati non ci saranno, e comunque da noi chi mette piede in un alloggio non suo ne esce solo se lo stacchi con la fiamma ossidrica. Quanto ai danni, non sono stati ancora pagati quelli del terremoto di Messina, figuriamoci qui dove bisognerà provvedere agli inventari dei beni – fatto da chi?- e poi alla valutazione dei danni –affidati a chi?-
La necessità si dice. Ma la risposta alla necessità è sempre quella di sparare nel mucchio e chi ci resta ci resta. Ma non è così che uno Stato, nella cui Costituzione è sancito il diritto alla proprietà privata, acquista credibilità.
Uno dei proprietari degli alloggi requisiti ha detto, ci sembra a piena ragione: “perché requisiscono la mia abitazione e non la villa del sindaco Valenzi sulla costiera amalfitana?”. Uno dei tanti perché senza risposta che vanno a uno Stato che quando finalmente si decide a intervenire, a colpire, lo faa caso per la via più semplice. Perché i proprietari delle sec onde case sulla Domiziana devono rischiare di perderla e avere sicuramente danni e gli altri italiani agiati no? Non si può venir fuori una buona volta da questa roulette russa per cui se sei dentro un certo mirino ti colpiscono, ma se appena ne stai fuori non si accorgono che neanche esisti?
Se si vogliono fare i grandi gesti sociali, le grandi espropriazioni o requisizioni lo si faccia pagando il giusto e con garanzie ferree; non la parola dell’onorevole Zamberletti o del sindaco Valenzi che alla resa dei conti valgono come il due di briscola: ma garanzie bancarie, indicizzate. Oppure si scelgano strade più praticabili come l’uso di caserme, edifici pubblici, alloggi sfitti, alberghi da pagare al giusto prezzo, con un prelievo fiscale generale degli italiani abbienti. Il fisco, le tasse, gli strumenti degli Stati seri, sempre che sia in un paese in cui un gruppo di intellettuali ha avuto, come chiamarla?, l’ingenuità o l’impudenza di far sapere ai concittadini che ognuno darà un suo scritto perché sia pubblicato in un volume il cui incasso andrà ai terremotati. Che bestseller! Che aiuto ai terremotati! Che paese!
Giorgio Bocca
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