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Sabato 26 Maggio 2012 - Aggiornato 26/05/2012 15:35 - Online: 232 - Visite: 8388607

10/01/2012 23:29

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Viaggio in Sicilia e a Malta

A tour through Sicily and Malta

Viaggio in Sicilia e a Malta

Madrid - Sin dal Quattrocento l'Italia è stata la meta preferita del "Gran Tour" straniero. I rampolli delle famiglie benestanti europee la includevano come tappa obbligata alla fine di un ciclo formativo che li candidava a classe dirigente di una società nuova prima rinnovatasi con l'Umanesimo e il Rinascimento, poi attraversata da fermenti scientifici e ideologici inevitabilmente implicati nella formazione di un nuovo stile culturale, di nuove coscienze sociali e nuovi scenari politici.

Winckelmann nel 1700 porta alla luce le città sepolte di Ercolano e di Pompei scatenando in tutta l'Europa un ritorno all'arte classica, ritorno questa volta però controllato da un intellettualismo rigoroso che trova nell'Illuminismo e nell'Enciclopedismo le chiavi di lettura e i germi di quella che fu poi la Grande Rivoluzione Francese.

Le nuove scoperte, possibili solo ora con l'impiego di strumenti e tecnologie moderni, allargarono i confini e gli interessi del viaggio spingendo i visitatori non solo a sud di Roma e quindi a Napoli ma anche e soprattutto verso la Sicilia.

L'isola, considerata da sempre l'ultima frontiera civile di un universo sconosciuto, era destinata, con la sua natura e con le imponenti e visibili tracce della storia passata, a entusiasmare, fino ad affascinarlo, l'immaginario esotico e pittoresco di celebri visitatori i cui resoconti e diari di viaggio sono considerati tuttora delle splendide e preziose pagine.

I luoghi più visitati in Sicilia erano naturalmente le grandi rovine archeologiche e i vulcani ma anche le città storiche siciliane come Palermo, Agrigento, Siracusa per il fascino e la curiosità che queste realtà di per sé sempre hanno esercitato sugli uomini.

"A tour through Sicily and Malta (Viaggio in Sicilia e a Malta)" fu il manuale più letto e conosciuto in tutta l'Europa di fine Settecento. Un romanzo di avventure che aiutava a sognare paradisi lontani e pur tuttavia raggiungibili, descriveva una terra incontaminata e persa proprio nel cuore più segreto e mitico del Mediterraneo.

Figlio di un pastore protestante, Patrick Brydone, uno scozzese del Berwickshire con la passione per gli esperimenti di elettricità e per la fisica in genere e lo studio dei fenomeni naturali, ne fu l'autore.

Dopo una breve parentesi universitaria e un passato giovanile militare che lo portò, con i gradi di capitano, a combattere per l'esercito britannico in Portogallo, Patrick cominciò a lavorare come "travelling tutor" per alcuni giovani rampolli della più ricca aristocrazia inglese, accompagnandoli nei loro viaggi di formazione in giro per l'Europa e soprattutto in Italia.

Fu a Napoli che il Brydone conobbe Sir William Douglas Hamilton, un archeologo appassionato di vulcani e accreditato come ambasciatore di Sua Maestà Britannica presso la Corte di Ferdinando I di Borbone, il celebre "re lazzarone", figlio di Carlo III, re di Spagna.

Un gentiluomo, Lord Hamilton, noto al pettegolezzo inglese soprattutto per essere il consorte dell'amante dell'ammiraglio Nelson.

Il diplomatico introdusse il Brydone nel sofisticato, complesso e intellettualmente vivace mondo aristocratico napoletano. Il lord, conoscendo il grande interesse dell'uomo per la vulcanologia e i fenomeni naturali a essa collegati, lo animò, dunque, a visitare la Sicilia.

Il viaggio, compiuto come accompagnatore del giovane lord inglese William Fullarton al quale si unì un altro aristocratico inglese, lord Glover, fortemente voluto dal lord inglese Fortrose e consigliato da lord Hamilton, reduci entrambi da quell'esperienza, ebbe luogo nel maggio del 1770 e si concluse nell'agosto dello stesso anno.

L'opera nasce come rielaborazione di un fittizio carteggio indirizzato a un unico destinatario, il celebre dandy e scrittore inglese William Beckford di Somerly, padre del romanzo gotico e modello estetico al quale s'ispireranno più tardi Lord Byron prima e Oscar Wilde poi. Fu pubblicata in Inghilterra nel 1773 per i tipi della Strahan & Cadell e accolta entusiasticamente dal Monthly Review di Londra.

Divenuta immediatamente un best seller, sarà tradotta in tedesco l'anno seguente e pubblicata a Lipsia, tradotta in francese e pubblicata nel 1775, più volte ristampata durante tutto l'Ottocento, solo nel Novecento fu letta e conosciuta in Italia.

Le intelligenti riflessioni empiriche compiute sulla lava dell'Etna e sull'elettricità dei fenomeni sismici spalancarono a Brydone le prestigiose porte della Real Society di Edinburgh e poi dell'altra di Londra. Gli valsero, dopo lo strepitoso successo del libro, l'incarico di Ispettore dello Stamp Office e un vitalizio concesso dal duca di Ancaster.

Zafferana ricorda tuttora il suo passaggio con una strada a lui dedicata.

 

IL VIAGGIO

 

L'idea del viaggio nasce, come già scritto, da conversazioni intrattenute nei salotti napoletani più esclusivi e celebri dell'epoca: quello di lord Hamilton e l'altro di lord Fortrose.

La comitiva, composta dai due giovani aristocratici inglesi, dal Brydone e da altre tre persone, pensa di raggiungere via terra Reggio Calabria e di attraversare, in seguito, lo stretto di Messina. Purtroppo la fama del brigantaggio calabrese, già abbastanza noto anche nel Settecento, convincerà il gruppo a imbarcarsi a bordo di un vascello inglese e sbarcare direttamente in Sicilia.

Dopo l'interessante scalata dell'Etna, gli inglesi s'imbarcano su una feluca per fare vela verso Siracusa, dove presenteranno delle lettere di raccomandazione al conte Gaetano, il quale non solo farà loro da guida e da cicerone alla scoperta della città, ma, al termine del soggiorno, consegnerà loro a sua volta altre nuove lettere per il console inglese a Malta Ritter(1).

La comitiva, perciò, s'imbarca di nuovo a Siracusa all'alba dell'1 giugno su uno sparonaro maltese (2). Col vento in poppa, navigando prudentemente sotto costa, giunge in tempi brevi in vista di Capo Passero (che il Brydone chiama anche con l'antico nome latino Pachinus) e dell'Isola delle Correnti.

Un paesaggio arido e desolato, annota in una delle sue lettere fittizie l'inglese, dominato da un fortino che non esiterà a definire un vero e proprio luogo di confino e difeso da una piccola guarnigione i cui uomini gli sembrarono più dei galeotti che delle guardie.

Reduce da un violento temporale che la aveva sorpresa a sud di Siracusa e in attesa di condizioni più favorevoli alla navigazione, la feluca getta l'ancora proprio in vista del litorale sabbioso che si estende verso sud e a occidente di Capo Passero.

I componenti della comitiva, grazie ai bassi fondali, si bagnano ripetutamente, raggiungono le spiagge deserte e selvagge, ne perlustrano i dintorni.

Il capo barca li terrorizza e li affascina raccontando loro storie di frequenti razzie saracene alle quali questa estrema regione dell'isola è purtroppo esposta. Li mette in guardia anche contro eventuali attacchi degli indigeni del luogo, usi, a suo dire, a depredare o ad assassinare i viaggiatori di passaggio.

La descrizione che fa il Brydone di questo luogo solitario e dei suoi indiscussi pericoli, resterà il momento più avventuroso e affascinante del viaggio. Ad aumentare le loro paure contribuirà il racconto di un ufficiale del forte di Capo Passero "dall'aspetto sinistro e infido", annota lo scrittore.

L'inviato riferirà di strani movimenti di velieri al largo, li spingerà a partire rapidamente per l'approssimarsi di un altro temporale estivo pronosticato mettendo in relazione l'evento meteorologico con l'avvicendarsi delle fasi lunari. Tale esortazione suona strana e comica alle orecchie di un uomo di scienza quale il nostro autore presuntuosamente si crede.

Il Brydone, in questa sosta forzata, avrà modo, tuttavia, di godere la solare e incontaminata solitudine del Sudest siciliano, dominato da una macchia mediterranea perenne di cui la palma nana è protagonista assoluta. Una fauna volatile a lui sconosciuta agita appena la staticità solenne del paesaggio. L'arenile di sabbia fine e dorata, annota l'esploratore, è disseminato qua e là di pezzi di corallo e di pietra pomice, di una quantità rilevante di conchiglie morte.

Quasi a secco con le scorte di zucchero e tè, il gruppo, non potendo pescare o cacciare, si alimenta con pane e miele profumato di Hybla, riposa la notte su lenzuola stese sopra frasche secche ai piedi di rocche prospicienti il mare. Su sei, in cinque dormono e uno a turno veglia, pronto a sparare col fucile a due colpi di lord Fullarton in caso di attacco.

L'equipaggio invece decide di rimanere a bordo, preferendo la scomodità del vascello alla possibilità d'incappare nei briganti della costa.

La sera seguente si alza il vento e lo sparonaro riprende il largo. A giorno l'imbarcazione si avvicina un'altra volta alla costa siciliana e i viaggiatori sbarcano in prossimità di un lago maleodorante, sicuramente un pantano, nel quale l'acqua gorgoglia caldissima da numerose sorgenti. Lo studioso pensa allora di trovarsi in presenza di un fenomeno vulcanico e vuole individuare in questo lago sulfureo la celebre e mitica palude che, secondo la profezia dell'oracolo di Apollo, avrebbe reso inespugnabile Camarina. La città, è noto, fu distrutta, proprio quando tale pantano fu bonificato.

A tale proposito cita i famosi versi 700-701 del III libro dell'Eneide di Virgilio:

                                                               "Hinc altas cautes proiectaque saxa Pachini

                                                                 radimus, et fatis numquam concessa moveri

                                                                 adparet Camarina procul..." (3)

Il Brydone qui descrive, invece, un ambiente idillico, ricco di verdi arbusti fioriti e palme nane, popolato da molti uccelli, forse aironi, che difficilmente si lasciavano cacciare. Racconta l'uccisione di un serpente la cui lingua il naturalista estrae, analizza e conserva per regalarla all'amico Beckford, celebre destinatario delle lettere del racconto.

L'incursione nelle coste iblee si concluderà, all'alba del giorno seguente, con un inno di lode innalzato dalla ciurma alla Vergine. Un canto "semplice, religioso e toccante", sicuramente una nenia, scrive Patrick, che culla come una ninna nanna la comitiva fino al risveglio in vista dell'isola di Malta.

Qui, all'arrivo, un ispettore della sanità obbliga i gentiluomini e il loro seguito a dichiarare la loro provenienza e lo scopo della spedizione. Ma con cortesia e educazione, precisa con pignoleria tutta british l'autore. L'ufficiale li porta poi dal console inglese al quale il gruppo esibisce le necessarie lettere di presentazione. I visitatori saranno alloggiati in un albergo decente nel quale potranno finalmente lavarsi, rifocillarsi e riposare per godere dopo e meritatamente lo sfarzo e l'eleganza dell'Isola dei Cavalieri che trovano, con facezia tutta anglosassone, "molto più accogliente e civile" di una Siracusa decadente e misera.

 

Il dettagliato racconto del Brydone, preludio e prototipo di altri viaggi, divenuti tanto di moda poi in epoca romantica, è una delle poche testimonianze che ha avuto per scenario la costa iblea e il suo arenile selvaggio. E' il resoconto di un passaggio che ha fatto sognare migliaia di lettori nelle fredde e grigie terre del nord dove il sole è pallido e malato e la luce filtra, timida e schiva, da cieli plumbei che incombono bassi sul paesaggio.

La solarità magica e selvaggia del mare aperto, incendiata da una luce mediterranea e intensa, visitata nell'ardente mistero del pomeriggio, è la vera protagonista del romanzo.

La ritroviamo ancora nelle dune di sabbia finissima ricamate dal vento di scirocco.

La respiriamo intatta nell'aria a dispetto di una cementificazione selvaggia che ha violentato e imbruttito la nostra splendida costa o ciò che di essa rimane.

Ascoltiamo anche ora, restituite dai fondali come conchiglie morte sparse dall'ultima risacca, nenie antiche sotto la luna piena.

E viene da piangere al pensiero che su un antico vascello, oggi ormai divenuto fantasma, qualcuno abbia potuto fermare miracolosamente il tempo sulla carta per noi e, con il tempo, i colori e le luci di un'eredità millenaria e magnifica che fu solo nostra.

 

 

(1) Malta nel 1770 non era ancora un possedimento inglese.

(2) sparonaro: piccolo battello a sei remi piatto e lungo, appositamente progettato per sfuggire velocemente agli attacchi dei pirati africani o dei vascelli barbareschi che infestavano notoriamente il tratto del Canale di Sicilia.

(3) Virgilio, Eneide, libro III, versi 700-701: "rademmo di Pachino i sassi alpestri, scoprimmo Camarina, e 'l fato udimmo, che mal per lei fôra il suo stagno asciutto." (traduz. di Annibal Caro)

 

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