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Sabato 26 Maggio 2012 - Aggiornato 26/05/2012 15:35 - Online: 194 - Visite: 8388607

18/01/2012 17:25

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Unioni gay, lettera aperta al Vescovo di Ragusa Paolo Urso

Grazie per le sue parole

Unioni gay, lettera aperta al Vescovo di Ragusa Paolo Urso

Venezia - Eccellenza Reverendissima,

mi permetta di scriverLe per ringraziarLa dell’intervista pubblicata da Giovanni Panettiere e riportata da Ragusa News, dove con grande finezza e sensibilità Lei ha voluto richiamare l'attenzione dei fedeli, e dell'opinione pubblica in generale, su alcune realtà e su alcuni problemi particolarmente vivi nel nostro tempo e su alcune storture che ancora caratterizzano la concezione dei doveri e delle prerogative dello Stato nei confronti dei cittadini. Nella Sua riflessione Lei ha segnalato diverse forme di emarginazione e di discriminazione, da quella della povertà a quella del rifiuto degli stranieri e dei deboli e dei diversi, non limitandosi alla denuncia ma presentando le iniziative concrete adottate nella Sua diocesi per cercare di risolvere o di alleviare le varie situazioni di disagio. I mezzi di stampa e parte dell'opinione pubblica, ma anche alcuni ambienti che si definiscono cattolici difensori della tradizione, sono stati soprattutto toccati dal Suo auspicio che lo Stato riconosca un rilievo giuridico alle unioni di fatto, tra le quali anche quelle tra persone dello stesso sesso. Ciò ha suscitato reazioni positive e altre, invece, negative, come quelle, di casa cattolica, motivate dalla convinzione che lo Stato deve farsi promotore dei valori cristiani e paladino degli interessi della Chiesa.

Ogni società ha le sue malattie, noi in Italia abbiamo quella di un eccessivo clericalismo e dell'incapacità di concepire uno Stato laico, dove laico non significa indifferente alla religione, ma consapevole che la nostra è una società multi-culturale, multi-religiosa, dove convivono uomini che condividono un articolato sistema di valori etici e morali che però non traggono origine in un medesimo, uniforme credo religioso. Una società dove è opinione comunemente diffusa che, come non si può imporre a nessuno un credo religioso, così non si può imporre un comportamento morale in nome di una religione.

Vi sono persone nel nostro Paese (anche se non è una prerogativa solo nostra) che ritengono che lo Stato debba essere una necessaria estensione della Chiesa nella sfera civile e sociale e che considerano coerente il cattolico che, anche in politica, opera per imporre con l'uso della legge, quindi della forza, a chiunque i propri convincimenti. E' stato così per la libertà religiosa (osteggiata dai cattolici fino a che sono stati in grado di garantirsi il monopolio religioso); è stato così per il divorzio ed è ora così per le unioni di fatto.

Come Vostra Eccellenza ha molto bene evidenziato, non si tratta, per il vescovo come per il singolo cristiano, di dichiarare che le convivenze fuori dal matrimonio siano moralmente accettabili; si tratta invece di consentire a chi fa questa scelta di vita di poterla realizzare. Senza ostracismi, senza ostacoli di ordine giuridico, senza discriminazioni odiose. Lo Stato ha il dovere di garantire i diritti elementari a tutti i cittadini senza distinzione di religione, di razza, di sesso: non riconoscere alle unioni di fatto, anche tra persone dello stesso sesso, i minimi requisiti del riconoscimento giuridico ai fini dell'assistenza, della convivenza, del regime patrimoniale, delle garanzie di solidarietà, è in palese violazione di una sensibilità largamente condivisa in Europa e in Italia.

Non riconoscere ciò, opporvisi, ostinarsi in una logorante prova di forza nella speranza di sfiancare l'avversario, non risparmiando colpi bassi, accuse pretestuose, mortificazioni, strumentalizzazioni dello stesso messaggio cristiano e della storia della Chiesa, rende la Chiesa odiosa, in particolare presso tanti giovani.

 

Il Suo intervento, Eccellenza, mi ha ricordato quelli di figure che in passato hanno saputo capire i segni dei tempi di cui ci parla Luca; figure come mons. Bonomelli (proprio sulla concezione dello Stato e sui rapporti tra Stato e Chiesa), come Francesco Ruffini, lo storico della libertà religiosa, come don Lorenzo Milani e don Primo Mazzolari, o come, per citare un esempio contemporaneo, il priore Enzo Bianchi. O, ancora, come papa Roncalli, anche lui oggi così offeso dai cattolici che si definiscono ortodossi e fedeli a una tradizione pretesa immobile, che con la sapienza dei santi decise di operare in una prospettiva di lungo periodo, cercando la verità non nel duello, non nell'opposizione di principio, ma nell'ascolto e nel dialogo con la cultura e la sensibilità moderna.

Io non sono Siciliano: provengo da quel Nord che si vanta di rappresentare la modernità e l'efficienza e che tante volte, e anche in occasione di questo Suo intervento, dimostra invece chiusure e grettezze e incultura. E sono felice, per l'amore che porto alla bella Sicilia, di sentire la Sua voce dalla cattedra di Ragusa.

 L’intervistatore Le pone anche la questione del giudizio morale su alcune condizioni di vita a partire dall’omosessualità, ma che possiamo allargare a quella dei divorziati e risposati e delle unioni di fatto, e dalla Sua breve risposta traspare una sensibilità pastorale di grande finezza. Sono però altri i temi sui quali Lei vuole richiamare l’attenzione: la disoccupazione giovanile, il disagio dei poveri e degli esclusi, l’accoglienza, la promozione sociale, culturale, economica di Ragusa e della Sicilia, la partecipazione dei laici alla vita della Chiesa, l’approfondimento teologico di alcune questioni tuttora vive nella sensibilità dei cattolici. 

Eccellenza, La ringrazio ancora delle Sue parole. La Sua intervista va letta tutta con molta attenzione perché rappresenta un segno ecclesiale importante e l'eco suscitata ha dimostrato che nella nostra Chiesa italiana si sente il bisogno di una maggiore vivacità e profondità di confronto, di dibattito: leggendola non ho potuto non ricordare una frase di Roncalli, nel Giornale dell'anima, “L'esercizio della bontà pastorale e paterna -pastor et pater- deve riassumere l'ideale della mia vita pastorale”. Vostra Eccellenza può sentire come proprie queste parole.

Con i più distinti saluti

 

Sandro Franchini

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