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Sabato 26 Maggio 2012 - Aggiornato 26/05/2012 15:35 - Online: 200 - Visite: 8388607

20/01/2012 09:22

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Scicli e la sua noia di vivere

La città ha scoperto di avere un angelo solo quando a quest’angelo sono spuntate davvero le ali

Scicli e la sua noia di vivere

Madrid - Apprendo in questo momento dalla Televisione Spagnola la notizia di una donna della provincia di Jaen massacrata dal marito. Inevitabilmente l’annuncio mi ha riportato all’altro fatto di cronaca accaduto giorni fa a Scicli.

Per la presunzione giuridica che vuole qualsiasi cittadino innocente davanti alla legge, oggi non punterò il dito contro nessuno e aspetterò con pazienza le conclusioni degli inquirenti.

Ma, se è possibile far tacere la giustizia, non credo che sia possibile far tacere il cuore.

Due donne, due vite spezzate, due famiglie distrutte, due casi forse apparentemente simili di disagio esistenziale, di violenza fra le mura domestiche, eppure tanto diversi perché percepiti e metabolizzati in maniera differente dalle due comunità di provenienza.

L’indignazione del piccolo paese andaluso va oltre i confini del lutto, oltrepassa il legame parentale, convoca le coscienze e le istituzioni civili in una piazza gremita e attonita per dire “no” con il loro silenzio e la loro affranta presenza a una violenza che annulla e massacra il debole, organizza fiaccolate per stigmatizzare pubblicamente un crimine così barbaro e  orrendo.

A Scicli la gente, invece, apprende per un passa parola la morte della povera Rosa. La città si trincera dietro un mutismo pericoloso e fragile che quasi rasenta l’omertà di mafiosa memoria. Incredula e attonita, piange poi in silenzio una morte che non può più essere considerata né privata né  convenzionale.

Ma la società e l’ambiente nei quali Rosa viveva che cosa hanno fatto per prevenirla e impedirla?

In Spagna le denunce per violenza fra le mura domestiche fioccano come neve. Spesso sono gli stessi vicini ad allertare la polizia.

A Scicli, per insipienza, nessuno si era preoccupato, prima del fatto, del serio pericolo che correva la “piccola samaritana” quando, esponendosi di persona, curava le ferite, le malinconie, le rabbie e gli amori del brigante di turno che sognava per sé una vita fatta di lustrini e di specchietti, dimenticando invece che l’esistenza si fonda su ben altri e importanti valori. La città ha scoperto di avere un angelo solo quando a quest’angelo sono spuntate davvero le ali, crocifisso in un grigio mattino d’inverno come una capinera sorpresa nel suo nido.

Ora che Rosa non è più, non mi bastano le parole, per quanto autorevoli e sagge, di un uomo di chiesa che piange sulla sua giovane vita.

La città avrebbe dovuto più concretamente dimostrare a se stessa e agli altri che questo lutto le apparteneva perché è il disagio di un’intera classe sociale il vero assassino che ha stretto la mano dell’omicida intorno al collo della povera vittima.

Ieri, questo disagio, si è manifestato col suicidio di una giovane studentessa, oggi si è reso protagonista di quest’altro misfatto.

 Ma il disagio, il “nostro” disagio,  altro non è che la mancanza di risposte di una società allo sbando, fortemente individualistica e chiusa. Che spesso e volentieri ha scambiato i valori con i desideri e spera in un miracolo che la aiuti a rendere possibile lo scambio.

In una società simile, malata della noia di vivere, anche il delitto, purtroppo, trova, ahinoi!, una sua giustificabile collocazione e coerenza.

 

Un Uomo Libero

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