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Sabato 26 Maggio 2012 - Aggiornato 26/05/2012 15:35 - Online: 211 - Visite: 8388607

24/01/2012 09:12

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Franco Polizzi: sprovincializzarsi significa tornare qui

Intervista a Elisa Mandarà su La Sicilia

Franco Polizzi: sprovincializzarsi significa tornare qui Franco Polizzi: sprovincializzarsi significa tornare qui Franco Polizzi: sprovincializzarsi significa tornare qui Franco Polizzi: sprovincializzarsi significa tornare qui

Scicli - Il pomeriggio nella casa-studio di Franco Polizzi è visitazione della sua arte. La conversazione con l'artista ci introduce alle sue ragioni profonde. Nella querelle sempre viva tra astrazione e figurazione Franco Polizzi sceglie la 'leggibilità' del paesaggio.
Cosa può dirci il figurativo nel terzo millennio?
«Figurativo anzitutto perché mi si addice di più. Ti permette di raccontare, di fare della figurazione attraverso le cromie, il senso plastico, di dare voce alla parte onirica, simbolica. Sono un pittore che tiene conto dell'occhio, del visto, che però non è solo questo».
Perché le sue opere non sono solo figurazione, ma anche e soprattutto trasfigurazione.
«Certo. Dunque figurativo perché permette la trasfigurazione. Cosa che l'astratto non esclude, ma i pittori astratti straordinari sono pochi. Il rischio dell'astrazione è diventare arredamento, è la deriva della decorazione».
Facciamo un po' di storia. Roma, 1984. Aspettative e bilanci di una delle sue prime personali, favorevolmente accolta dalla critica e dalla stampa nazionale.
«È stato il periodo più importante della mia vita, anche per quel mio primo successo personale, che mi ha aperto all'ambiente romano, anche se io lo abbino al dolore della morte del caro Enrico Berlinguer, avvenuta in quei giorni».
Lei apre così una finestra sul rapporto tra un pittore che fa sogni e la corda civile.
«Ho vissuto in pieno gli anni 70, quando per i giovani era determinante la politica. Per le ideologie forti che respiravano. Aderii anch'io a manifestazioni, con Lotta continua, i movimenti studenteschi, gli happening a Venezia, a Padova, ma poi la mia parte più estrema si è smussata e ha preso in considerazione il Pci, soprattutto tramite Berlinguer, che teneva dritta la mira verso un socialismo possibile, democratico, avendo condannato i fatti di Praga».
Lei è tra gli artisti che tentano di sprovincializzare la propria pittura, con la fuga dall'Isola, per poi tendere alla catabasi, al ritorno, che è scelta assai coraggiosa, specie per chi altrove ha conquistato il successo.
«Paradossalmente ci si sprovincializza tornando. A differenza di molti giovani che scalpitano, anche in loco, che si pensano contemporanei solo scimmiottando tendenze e mode planetarie, per me è ridicolo fare queste cose qui. È così che si diventa provinciali. La mia scelta di tornare credo che sia una cosa che riguarda il dna siciliano, le nostre radici. È fondamentale tenere conto del luogo da cui si viene, della sua luce. Se un quadro non ha un "clima" dentro non lo è. Hopper è un americano che si è nutrito dell'impressionismo, ma che tornando nella sua terra è riuscito a dipingerne la luce, riuscendo a fregarsene di quanto accadeva intorno a lui; cosa straordinaria, considerando il momento, quando c'era Pollock che schizzava colore da ogni parte».
Ma dal punto di vista estetico lei pensa di avere assorbito la pittura altra, per esempio in relazione alla tematica della luce, fondamentale per i pittori siciliani, ma pure nordica, se solo si pensi alla luminescenza veneta, che pare vibrare in molte sue opere?
«Io mi sono nutrito dei grandi veneti, negli anni dell'Accademia. Qualcosa è rimasto nella mia pittura di Tiziano, Giorgione, Tintoretto, Bellini, Carpaccio. Ma noi che siamo nati nel posto dove la luce è massima, distinguiamo tra quella luce pittorica e questa naturale».
Autori cari e modelli. È obbligatorio il riferimento a Piero Guccione, forse perché si parla sempre di un rapporto profondo tra la pittura guccioniana e quella polizziana.
«Annovero Guccione tra i miei tre artisti preferiti. Riconoscere un maestro è una cosa molto intima, è frutto di lunghe meditazioni. Non ho avuto insegnamenti specifici da Piero, sono io che ho deciso che lui è il mio maestro".
Anche se personalmente balzano all'occhio le reciproche distanze, quella diversità che arricchisce, se solo pensiamo alla superficie setosa guccioniana e alla polvere, della memoria, del sogno, che vela la natura polizziana.
Il velo che lei riconosce nei miei quadri è una leggera malinconia quasi metafisica, che vedo nel paesaggio, nelle cose, negli uomini. Può essere che qualcosa rimanga impigliato, di questo velo, sulla tela. Dipingere è svelare, togliere il velo delle apparenze, che non finisce mai. Non sai mai quale è il confine fra l'illusione e la realtà. Questo ci rende inquieti. Questo mistero della vita, questo sogno nel sogno».

 

La Sicilia

 

In apertura: Notturno con Fiammelle,

quindi Paesaggio con figura "rimembranza", 

e Terrazza dopo il tramonto. 

Fotocolor di Gianni Mania. 

Infine, Franco Polizzi intervistato da Elisa Mandarà 

 

 

Elisa Mandarà

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