24/01/2012 11:33
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Scicli - Nottetempo, direi, Vincenzo Consolo ebbe a scrivere in maniera eccelsa – fuor di lingua, come solo lui e Bufalino e qualche altro raro licantropo della lingua italiana hanno saputo fare, con buona pace dell’anima fumante di taluni viventi dialettal-televisivi-popolari – sulla maraviglia del tardo Barocco nel Val di Noto; sul trionfo di pietra estatica nell’area Iblea; e sull’ubertosa striscia di terra a chiasmo, quale Scicli esplode nella sua prima antica soglia fono-morfologica a X.
Nella fattispecie, Consolo era un cultore della Marònna re’ Mulìci – galeotto, forse, Vittorini e Pasolini rispettivamente su Scicli e, non ultima, una sua stimata amica etno-antropologa scriptor loci: Grazia Dormiente.
Scicli: grembo e tomba, omnigrembo di luce e di lutto. Fucina e Babele di feste religiose e riti profani, quanto la notte dei tempi.
Agli inizi del nuovo Millennio, il grande saggista, traduttore irraggiungibile e finissimo scrittore, Jean-Paul Manganaro – tra l’altro traduttore di Consolo in Francia (la Sorbona gli aveva appena dedicato un tributo speciale), oltre che di Gadda, Calvino, Tomasi di Lampedusa, Carmelo Bene, e dal francese all’italiano, se non bastasse, di Gilles Deleuze (i libri bisognerebbe scriverli dopo che Manganaro li ha tradotti, diceva il filosofo!) – volle presentarmelo, perché Consolo vedesse il mio film sperimentale su l’Uomo Vivo, ovvero della gioia tra la siesta e i garofani. Così una sera d’inverno a Milano fu approntata una proiezione privata per Vincenzo Consolo. Insieme a lui, sua moglie Caterina Pilenga e Manganaro, io, il buio della saletta e le voci-vuci a rincorrersi nel film, fino al silenzio mormorato sulla risacca marina in ritornello da 8 ½.
Nell’autunno del 2002 il piccolo editore milanese di estetica, linguaggi interdisciplinari e filosofia, Mille Piani, aveva accettato il progetto editoriale per fare un libro-catalogo d’après il film: una sorta di zibaldone composto di intenti, vapori, commenti, schizzi e segni (di Piero Roccasalvo-RUB) e visioni sul fare un’immagine per farla finita con le immagini del Principale, cioè Dio. Già una decina di studiosi, scrittori e critici a vario livello avevano accettato l’invito a collaborare all’edizione, scrivendo un pezzo specialistico a seconda la rispettiva disciplina.
Oggi col senno di poi, penso quale peccato che per quell’edizione (aprile 2003) non ci fosse stato il tempo necessario per aspettare nella galassia dei tempi di Gutenberg un testo-astro in fieri a firma di Toni Negri – chissà quali lampi di gioia, quale stella polare!
Invece un giorno, puntuale come una primavera data in promessa nel cuore dell’inverno, indirizzato alla mia attenzione arrivò, annunziato da una telefonata, un fax in una cartoleria nei pressi della Torre Cabrera di Pozzallo, con un testo a firma di Vincenzo Consolo dedicato al mio GIOIA: Il flusso perenne ovvero della nascita, dell’erotismo e della morte sull’Isola pasquale per non finire più con il ritornello dell’Isola.
La sua dedica carnale: Da La ferita dell’aprile a un’altra ferita di Aprile, ancora più crudele; o come meglio scrisse, encore, Manganaro: da un inizio a un altro inizio.
“E’ un racconto, ‘U Gioia di Mauro Aprile Zanetti, è il racconto di un pittore insonne, allucinato e delirante, ma che affonda la sua lucida lama nelle viscere della più vera realtà esistenziale: nascita, morte, rinascita. Il flusso perenne, vale a dire, della vicenda umana, e qui, in questo racconto in versi e per immagini, la vicenda si sintetizza in quella storica della morte e resurrezione del Cristo, e nel rito-spettacolo, nella sacra rappresentazione che si svolge nella più profonda Sicilia, nel paese di Scicli. Nella storia del Cristo, nella finale sua tragica avventura terrena e nel suo ricominciamento ultraterreno, confluiscono i simboli e i riti più antichi: inverno e primavera, morte e rinascita della natura, inferi e superficie, Plutone e Persefone, lutto e luce, pianto e gioia, Demetra e Kore, Maria e Gesù, fine del dolore e trionfo del corpo, “lampo ardente e brillante”, dei sensi suoi più accesi. Il demopsicologo, l’etnologo Giuseppe Pitrè ci dice dello scivolamento nel rito cristiano di miti, di feste e spettacoli precristiani o pagani, dei popoli agricoli d’Europa e d’Asia; della Pasqua come festa della primavera, come passaggio degli ebrei dall’Egitto alla Terra Promessa, come la greca rinascita di Adone, come rito romano della morte di Anna Perenna e delle feste palilie… E certo, nel “baccanale”, nella gioia clamorosa dei fedeli per il Cristo Risorto, nel simulacro di quel nudo corpo splendente che viene lanciato in alto, viene fatto vorticare dentro la chiesa di Scicli, possiamo leggere l’eterna vicenda della rinascita, della gioia, del Gioia, che fuga ogni lutto, ogni pena, ogni buio del frigido inverno dell’uomo.”
Vincenzo Consolo – Il flusso perenne, estratto da Mauro Aprile Zanetti, ‘U GIOIA. Jaloffra e Filuvespri. Il Gioia. Garofani e Siesta (The Joy. Carnations and Siesta), Mille Piani, Milano 2003.
Mauro Aprile Zanetti
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