02/02/2012 15:18
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Madrid - Nelle mie incursioni domenicali nel mercato dell’antiquariato del Rastro di Madrid spesso mi capita di trovare libri rari o, comunque, fuori commercio a prezzi irrisori. È proprio il caso di un romanzo di Roger Peyrefitte: “Du Vésuve à l’Etna”, edizione originale francese stampata, per i tipi della casa editrice Flammarion, a Parigi nel 1952, da me acquistata per un prezzo simbolico di soli due euro.
Il nome dell’autore attirò subito la mia attenzione, il titolo fece il resto.
Conoscevo Roger Peyrefitte, brillante attaché d’ambasciata francese con la passione per le lettere, ultimo epigono con Gide di una generazione perversa e maledetta che, nella prima metà del Novecento e, poi, subito dopo la Seconda Guerra Mondiale, aveva trasformato Parigi nella capitale di tutte le avanguardie.
Nella mia giovinezza avevo divorato con molta curiosità e interesse uno dei suoi bestseller più noti: “Le amicizie particolari”.
Spesso ne avevo seguito, attraverso i giornali italiani e francesi, i numerosi articoli scandalistici con le relative querelle, la più eclatante di tutte sicuramente fu quella intercorsa fra il diplomatico e lo scrittore cattolico François Mauriac, premio Nobel per la letteratura, che il Nostro accusò di tartufismo e di latente omosessualità repressa.
Sapevo della sua manifesta pederastia che in più di un’occasione aveva confinato la sua ottima letteratura in un “Indice” ufficioso anche se non ufficiale. Di lui avevo letto anche, non senza perplessità, le accuse di omosessualità mosse a Paolo VI attraverso le pagine prima di una nota rivista francese e poi in seguito riprese dall’italiana “L’Espresso”, numero che ancora conservo da qualche parte nella mia biblioteca. Per quelle illazioni, che provocarono nel pontefice un vero e proprio trauma, l’Azione Cattolica, ricordo, invitò i fedeli di tutto il mondo a un giorno di preghiera in riparazione.
Non conoscevo, invece, questo testo.
Peyrefitte lo scrive inseguendo le orme degli antichi viaggiatori del Grand Tour e, come loro, riunisce in un abbraccio ideale Napoli e Palermo: il sud dell’Italia, cioè, mediterraneo, mitico, perso nell’abbagliante solarità della sua storia.
Ne ho seguito le mosse attraverso il racconto del viaggio con l’immutato interesse dei miei lontani anni giovanili e mi sorprese il fatto che il penultimo capitolo del romanzo fosse dedicato proprio a Camarina.
Che strano! Patrick Brydone nel suo “Viaggio in Sicilia e a Malta” si ferma, durante la traversata del Canale di Sicilia, proprio a Camarina che ricorda, in quel finto epistolario, trascrivendo i famosi versi del Terzo libro dell’Eneide di Virgilio(1). Lo fa senza celare un’evidente ed esibizionistica vanità culturale.
Roger Peyrefitte, invece, va a Camarina per esaudire un’infantile curiosità scolastica suscitata dal suo primo professore di Lettere che amava citare i celeberrimi versi di un idillio dello Chénier. Per questo il ricordo di quell’antica città siciliana gli si era impresso a lettere di fuoco nella memoria. “Depuis que je connaissais la Sicile, je me jurais d’aller à Camarine…”(Dopo aver visitato la Sicilia, giurai di andare a Camarina…), scrive a proposito.
L’intellettuale francese arriva da Agrigento a Gela. In questa città chiede insistentemente di Camarina ad alcuni tassisti senza averne risposta. Testardo e deciso intraprende la ricerca del mitico luogo purtroppo quasi cancellato dal disinteresse degli uomini ma mai dimenticato dalla memoria della Storia.
L’autista che lo accompagna si perde, infatti, nella campagna siciliana dove, alla fine, qualcuno, in contrada Cammarana, a est di Gela, indicherà loro delle modestissime rovine inglobate nel cortile di una vecchia masseria come tutto ciò che restava della città misteriosa che stavano cercando.
Lo sconcerto dello scrittore francese è immenso, frutto della brusca frantumazione di un vecchio sogno.
Nulla più esisteva, dunque, della splendida colonia siracusana fondata secondo Tucidide nel 598 a.C. che fu grande non solo perché cantata da poeti ma per essere stata a lungo protagonista indiscussa della politica greca mediterranea.
Anche l’Ippari, il fiume alla foce del quale la città si estendeva da millenni, non esisteva più. Quasi un ruscello appena. Su tutto il paesaggio, prima popolatissimo di case e di uomini come c’informa l’ode pindarica, incombeva ora un silenzio sinistro e tragico.
Appollaiati in cima a carichi di fieno, sistemati su vecchi carri tirati da asini, viaggiavano (siamo nei primissimi anni Cinquanta del Novecento) genitori e bambini che sgranavano occhi neri e tristi alla vista della macchina e al rumore della sua radio. Un’umanità dolorante e muta in viaggio forse per un esodo eterno da una Sicilia povera e malata.
Guardando dal “sacro tempio” di Minerva il mare, Peyrefitte ha l’impressione che anche la dea, venerata prudente custode della città, avesse abbandonato il suo santuario. Già la ninfa Camarina era scomparsa da un pezzo insieme alla sua palude che fu la causa di tanta rovina come invano aveva predetto l’oracolo di Apollo.
Eppure anche a dispetto di tanto abbandono, forse per un incantesimo proprio del luogo, la Camarina ricostruita da Psaumide, cantata da Pindaro(2) e da Virgilio(1), vagheggiata dall’estro poetico dello Chénier(3), gli appariva ancora, nonostante tutto, intatta, fissata dalla poesia eterna sulla tela corruttibile del tempo.
I volti degli uomini che incontrava lungo le polverose mulattiere del ritorno erano, in effetti, ancora quelli del mito, riflesso e copie fedeli degli impavidi eroi che, a Olimpia, più volte, avevano osato confrontarsi con gli dei. Capolavori indiscussi prodotti da una terra nobile e antica.
Peyrefitte conclude amaramente il suo viaggio convincendosi che quel posto tutto sommato un merito lo aveva avuto: aveva fornito a André Chénier una rima perfetta per il suo celeberrimo idillio che il vecchio professore amava declamargli.
Una conclusione, questa, che mi è parsa troppo riduttiva e superficiale per un intellettuale del calibro di Roger Peyrefitte.
Personalmente credo che André Chénier non a caso abbia scelto Camarina come tela di fondo del suo idillio, per questo la boutade di Peyrefitte mi sembra ancora più affrettata e fuori luogo. Di sicuro deludente.
André Chénier, celeberrimo poeta francese, ghigliottinato nel pomeriggio del 25 luglio del 1794 (corrispondente al 7 del mese di termidoro del II anno della Rivoluzione)a soli 32 anni, fu senz’altro l’ultimo dei grandi ellenisti del suo secolo e il primo forse dei grandi romantici dell’Ottocento.
Nato da padre francese e da madre greca in un popolare quartiere di Istanbul, ben presto si trasferì in Francia, dove ebbe l’opportunità di studiare presso il prestigioso Collegio di Navarra a Parigi. Ammiratore di Racine, la sua poesia, sin dagli inizi, s’ispirerà ai modelli classici universali del lirismo greco, raggiungendo nei componimenti traguardi insuperati. Il corpus delle sue opere, alcune scritte in carcere, nella famigerata prigione parigina di Saint Lazare, e tutte apparse postume, contiene Elegie, Odi, Giambi, Bucoliche.
L’idillio de “La jeune tarantine” (La giovane tarantina) fa parte proprio delle Bucoliche.
Il poeta francese sicuramente lo compose per fare un omaggio a Teocrito e un ghigno a Pindaro, per questo sceglie Camarina come luogo del dramma.
Una giovane donna s’imbarca su un vascello per correre incontro allo sposo che la aspetta a Camarina. Al largo, però, un vento impetuoso si alza improvvisamente e la trascina in mare. La ragazza affoga tra i flutti del Canale di Sicilia.
Teti, che dall’alto di un promontorio ha assistito alla tragedia, prega, con le lacrime agli occhi, le belle Nereidi perché strappino il corpo della fanciulla alla furia dei mostri marini e lo depositino dolcemente sulla spiaggia di Camarina, dove, adagiato dentro una cassa di cedro come quella che conteneva i gioielli e il corredo di sposa che qualcuno aveva già preparato per lei, sarà vegliato e pianto da loro e dalle ninfe dei boschi vicini.
L’idillio elegiaco e struggente, nel quale il poeta piange la giovinezza spezzata della giovane tarantina con un coinvolgimento tale da far sospettare un presentimento della sua stessa fine, anticipa i grandi temi del romanticismo europeo.
La triste fine di questa delicata storia d’amore ha commosso generazioni di poeti e di artisti, ne ha ispirato le opere(4). Il componimento ha consacrato lo Chénier stesso come uno dei più grandi lirici del suo tempo.
Il fantasma della giovane tarantina vaga ancora per la spiaggia desolata di Camarina. Anche la musa eponima si aggira confusa e disorientata fra le necropoli profanate e distrutte da un incontenibile esercito di tombaroli. Psaumide e Pindaro piangono inconsolabili sulle sue ultime e mal tenute rovine. Solo Minerva dall’alto dell’Olimpo sembra rassegnata al destino profetizzato dal dio.
Perché prima o poi la Camarina che resta scomparirà per sempre dalla carta geografica della nostra memoria, secondo gli antichi vaticini.
Ineluttabilmente inghiottita dai flutti come il corpo della giovane tarantina, non ci sarà, però, questa volta per essa nessuna provvidenziale disposizione della Regione Sicilia o di qualche imbelle burocratico nume che, grazie a un’ultima pietosa preghiera di Teti, giunga in tempo a salvarla.
(1) Virgilio, Eneide, libro III, versi 700-701: “rademmo di Pachino i sassi alpestri,
scoprimmo Camarina, e ‘l fato udimmo
che mal per lei fôra il suo stagno asciutto”
traduz. di Annibal Caro
(2) ODE OLIMPICA V
allo stesso Psaumide
vincitore col cocchio tirato dalle mule
O figlia tu dell’oceano, o dea,
delle virtudi più sublimi il fiore
con lieto volto accogli;
accogli il fior della corona elea
dono di Psaumi, e d’instancabil rote,
cui le spurie bigeneri giumente
guidarono alla gloria.
Egli la tua di popolo frequente
città nudrice, o Camarina, accrebbe.
Egli d’onor devoto
le sei fregiò de’ numi are gemelle
de’ sacri a ritornar augusti giorni
col sangue sparso de’ bicorni armenti,
e cogli emuli studj,
onde nel breve corso
degli onorati ludi
triplice coglie combattuto serto
or di lieve destrier premendo il dorso,
or su rapido cocchio,
o i corsier generosi,
o dei corsier le spurie figlie aggioghi.
Quindi d’Acrón (beato padre!) il nome
per lui risuona, e la novella sede.
E quello, ónde le chiome
s’adorna vincitore,
a te sacra di gloria almo splendore.
E mentre or fa dal disiato lido
di Pelope e d’Enomao ritorno,
o Palla, o di città Diva custode,
desta al tuo bosco il canto.
Né adorna e allegra men di bella lode
il patrio stagno e dell’Oàn la sponda,
e i sacri rivi, donde al popol folto
l’Ippari versa la benefic’onda.
Ei d’altere magioni eccelsa selva
in breve tratto aduna
e dall’angusta povertà le genti
tragge alla luce di miglior fortuna.
Nell’alte imprese cui periglio accerchia
a virtude fan guerra
alto dispendio e fatica aspra ognora.
Ma del nome di saggio
lui, che a felice evento avvien che aggiunga
il comun plauso della patria onora.
O Giove, o servator Nume possente
che su le nubi hai trono,
che sovra ‘l Cronio alberghi, e dell’Alfeo
la maestosa onori onda vagante
e ‘l divino antro Ideo,
Io delle argute Lidie canne al suono
a te supplice movo, e d’inclit’opre
chiaro ornamento a Camarina imploro.
E a te , o di serto eleo ricinto il crine,
o de’ Nittunj corridori amante,
Psaumide, io prego a te fra vaga schiera
di cari figli la canuta etade
tranquilla t’accompagni
fino all’estrema sera.
Ov’altri i doni di salute attinga,
e copìa d’oro aggiunga a dolce fama,
non d’esser pari agl’Immortali, invano
nudra la stolta brama.
“Le Olimpiche, La prima e seconda Pizia, la terza Istmia
di Pindaro tradotte da S. E. il marchese Cesare Lucchesini, consigliere di Stato di S.A.R. l’Infante Duca di Lucca e uffiziale della Legione d’onore, Lucca, tipografia Bertini M DCCC XXVI, (1826) con prefazione del dottor Luigi Fornaciari
(4) Ho tradotto personalmente l’idillio dello Chénier anche perché le poche traduzioni esistenti, da me consultate, non mi soddisfacevano. Spero di aver mantenuto non solo la musicalità del verso ma anche e soprattutto di avere rispettato l’intenzione dell’Autore.
LA GOVANE TARANTINA
Idillio facente parte delle Bucoliche composto da André Chénier
Piangete o dolci alcioni, uccelli cari a Teti,
voi, o uccelli sacri, dolci alcioni piangete!
Non vive più, Mirto, la giovane tarantina!
Un vascello portarla doveva a Camarina.
Là l’imeneo, le canzoni e i flauti festanti
ricondurla credevan tra le braccia del suo amante.
Una chiave vigilante proprio in quel giorno posa
in un baule di cedro il corredo di sposa
e gli ori dell’imeneo sulle sue braccia belli
e i profumi già pronti per i biondi capelli.
Ma invocando le stelle nella prua solitaria
un impetuoso vento col suo vortice d’aria
la investe. Stordita e senza aiuto di qualche navigante
grida, cade nell’acqua, fra i flutti è boccheggiante.
Boccheggiante è fra i flutti la giovane tarantina.
Sott’acqua il suo bel corpo al fondo si avvicina.
Teti da un alto colle, in lacrime, la nasconde
ai mostri degli abissi, pietosa, tra le onde,
accorse alla sua preghiera, dagli scuri fondali
le Nereidi belle la traggono leali.
Nei pressi di capo Zefiro, come statua, a riva
con cura la depongono come se fosse viva
poi di lontano forte chiamano le compagne
Ninfe di boschi e di fiumi e anche di montagne.
Tutte battendosi il petto non trovano conforto
ripetono “Ahi, misera!” intorno al corpo morto.
Ahi mai più ti cingeran le braccia dell‘amante
né vestirai di sposa la veste nuova fiammante.
Gli ori non brilleranno come i tuoi occhi belli.
Né spargeran profumi sui tuoi biondi capelli.
(5) La scultura “La giovane tarantina” di A. Schoenewerk oggi al Musée d’Orsay
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1
02/02/2012 20:06
fed.ro
congratulazioni