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Sabato 26 Maggio 2012 - Aggiornato 26/05/2012 18:31 - Online: 181 - Visite: 8388607

05/02/2012 18:43

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Le qualità storico-paesaggistiche del tessuto urbanistico

L’edificio che ha accusato lo “strappo” di una parte della facciata, non è collocato nel meglio nobile centro antico della città di Ragusa

Le qualità storico-paesaggistiche del tessuto urbanistico<br />
Le qualità storico-paesaggistiche del tessuto urbanistico<br />
Le qualità storico-paesaggistiche del tessuto urbanistico<br />
Le qualità storico-paesaggistiche del tessuto urbanistico<br />

Ragusa - La richiesta di intervenire su un argomento di portata disciplinare complesso, richiederebbe una trattazione ampia e spiccatamente approfondita. Per le proprietà del veicolo di queste idee, che vuole snellezza di pensieri e asciuttezza di parole, cercherò invece di essere il più possibile sintetico.

 

Si sa, il sud (e il sud del mondo), è territorio di accentuati squilibri e di grandi incoerenze: abbandono e spopolamento delle aree agricole; congestione edilizia delle zone costiere; dissesto idrogeologico; crescita dissennata delle città; degrado e abbandono dei centri antichi; dismissioni di manufatti industriali e produttivi. A tante malefatte dell’uomo, fa da supporto qualitativo paziente e flagellato: la ricchezza del patrimonio naturalistico, paesaggistico, storico, archeologico, culturale; la qualità architettonica e paesaggistica dei centri antichi.

 

Qualità paesaggistica del tessuto urbanizzato

L’edificio che ha accusato lo “strappo” di una parte della facciata, non è collocato nel meglio nobile centro antico della città di Ragusa. Non trova posizione nel salotto buono tanto noto di Ibla. È invece parte di un sistema urbano in ogni modo di notevole pregio. Ma badate bene, parlo di valore paesaggistico di una parte di città, non del valore architettonico degli oggetti in sé. Quella trama minuta - di grana omogenea e riconoscibile - è segno tangibile del succedersi delle azioni umane e anche delle generazioni della pianificazione urbanistica a Ragusa. Testimonia di un tessuto di notevole pregio e valore documentale. Il concetto di “Centro Storico”, va esteso a questi quartieri popolari perché tra quelle pietre è nata la continuità urbanistica ragusano. Quelle tracce sono l’essenza – forse meno qualificata artisticamente – della popolazione locale.

Noi ereditiamo una riflessione culturale che risale agli anni Sessanta, (alla cosiddetta Carta di Gubbio), che considera i centri storici non solo un concentrato di monumenti, ma un tessuto urbano da tutelare nel suo complesso. Ed in questo senso le parole dell’assessore-ingegnere: sono da riesaminare. Le sue accuse alla sovrintendenza per eccesso di tutela: fuori ogni profonda concezione.

 

Sono stato studente di Gianfranco Caniggia e sulle sue ricerche mi sono formato. Caniggia, con Saverio Muratori, mise in essere studi sull’analisi tipologica e il recupero filologico che poi a Bologna con Cervellati - negli anni Settanta - ha trovato applicazione. Quelle metodiche ed attenzioni sono un grande vanto che la cultura urbanistica italiana può esibire in Europa e nel mondo. Le città non si possono buttare via e rifare. Sedimentatesi in millenni, sono il punto in cui convergono diligentemente ed in equilibrio tante funzioni delle azioni umane e del vivere civile. Realtà che non si re-inventano con lo stesso senso profondo, progettandole insieme in un unico stratagemma.

 

Recupero dell’antico o costruzione del Nuovo?

Il funzionario Guido Bertolaso a Castelnuovo (AQ) - dopo i danni notevoli dell’ultimo sisma d’Abruzzo - voleva delocalizzare gli abitanti costruendo una new tows, nella piana a chilometri di distanza. Gli abitanti, sentendo un forte senso di appartenenza ai luoghi, hanno preteso la ricostruzione dov’era e com’era.

http://www.ragusanews.com/articolo/16366/castelnuovo-il-senso-dell-appartenenza-che-non-crolla

Ho partecipato al piano di ricostruzione e recuperando degli edifici che a confronto, il nostro di via Carlo Alberto dalla Chiesa è in ottima salute. Ho sempre sperato che nessuno immaginasse una costruzione ex novo come alternativa al recupero della compagine edilizia del centro storicizzato. Il recupero urbanistico si rivolge al rispetto delle tracce, al mantenimento della morfologia dominante e caratteristica dell’identità di ogni città. Tutto secondo un procedere quasi sartoriale del: cucire legare!

Altro che new towns!

Le possibili trasformazioni dell’architettura sono ammissibili: le distruzioni dell’azione del piccone del tempo o di un terremoto, possono consentire di eliminare dai centri urbani le alterazioni compiute negli ultimi decenni: superfetazioni, abusi edilizi, le incongruenze, come i due ingombranti edifici che stanno a margine del collegamento di via Transpontino. Il collegamento delicatamente realizzato su un sistema di archi in pietra a tutto sesto, si conclude dentro un blocco di cemento armato. (nelle fotografie allegate tutto questo è evidente).

Qual è il criterio – di certo tutto interno al progetto ingegneristico – che ha guidato la sostituzione edilizia di una trama minuta contestuale e coerente ad una brano di città, per scambiarlo con quegli apparati fuoriscala e architettonicamente molto discutibili? Un volume è di certo a destinazione residenziale, l’altro un’attività pubblica. In un tessuto organizzato secondo ortogonali con matrice le vie S. Vito e via Roma (prosecuzione dei ponti: Papa Giovanni XXIII e Pennavaria), con dentro edilizia minuta a grana piccola di impianto islamico, quei due volumi enormi di cemento: sono un insulto.

 

Riutilizzo a “mc 0”!

Sono, come architetto-urbanista, nel gruppo che deve decidere la localizzazione di cinque Moschee a Firenze: una per quartiere. Percorso partecipativo: “Una Moschea per Firenze” ha chiesto la collaborazione della Facoltà di Architettura. Ecco – in assonanza ideologica e non politica, con Matteo Renzi che ha fatto dei “mc 0” la sua forza elettorale – dove sto cercando, dopo attenta analisi, di collocare il nuovo luogo di culto? Negli edifici della trama consolidata in fase di cambio di destinazione o in stato di disuso: l’ex gasometro dell’Anconella, i padiglioni dell’ex ospedale psichiatrico di San Salvi, il sedime ferroviario della stazione di Campo di Marte declassata al solo transito, ecc. Non c’è occorrenza di aggiungere volumi ed occupare nuovo suolo: bene in esaurimento. E poi, un progetto dentro un luogo definito con chiare identità, viene sempre bene assorbito e metabolizzato, perché poggia su strati di senso, su valori di storia ed azioni umane.

Dove risiede però la difficoltà?

La cultura del progetto è spiccato attributo degli architetti e neppure di tutti in quella appartenenza. Il progetto è una pratica difficile, che richiede grandissima sensibilità e profonda cultura. E non mi riferisco al bell’oggetto come gli archistar ci hanno abituati, quanto alla capacità di leggere il luogo e trarne direzioni e suggerimenti: nel luogo il progetto è scritto, è dettato. Ci voglio orecchie attente per ascoltare e occhi adatti a vedere. Chi non ha tali qualità… farebbe bene ad astenersi, pena i danni fatti di c.a. che oggi troviamo.

Che credete …  demolire è la pratica più semplice. Costruire altrove è la strategia economicamente più remunerativa e più facile da attuare. Il recupero pone problemi di ordine tecnico, progettuale, di giuste soluzioni: demolire è l’azione, per quanto miserevole, che ci toglie da ogni impiccio. Fa spazio a nuove speculazioni e spesso, a nuove sgrammaticature.

 

Si apre con un crollo, in effetti, il capolavoro di Rosi, Le mani sulla città (1963), dove Rod Steiger interpreta la figura di uno spregiudicatissimo costruttore e politico napoletano, Nottola, colto nel delicato passaggio tra il potere di Lauro e quello democristiano di matrice e derivazione gavianea.

E il Cavaliere, appena fuggito, fondatore di Milano 2 e 3? Che quando è tornato a Palazzo Chigi ha ricacciato fuori il progetto “Cantiere Italia” e, ribattezzatolo “Cento Città”, di nuovo prevedeva la costruzione di centri satelliti per anziani e giovani coppie. Per fortuna è stato fermato!

 

La città è bene comune, è di tutti. Non per attributo di possesso, quanto di godimento. E chi agisce su di essa ha grandissima responsabilità, per noi di oggi e per l’eredità che si lascia.

 

Se proprio si deve demolire, affidate a chi attento è capace di ri-progettare o fate acquisire lo spazio per il bene comune di tutti i cittadini

 

Mi fermo a questo punto, per non tormentare la vostra pazienza.

 

 

 

Pasquale Bellia

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