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Sabato 26 Maggio 2012 - Aggiornato 26/05/2012 18:31 - Online: 148 - Visite: 8388607

07/02/2012 17:50

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Giuseppe Leone, fotografo: la mia Ragusa ha perso l'identità

Intervista a La Sicilia

Giuseppe Leone, fotografo: la mia Ragusa ha perso l'identità Giuseppe Leone, fotografo: la mia Ragusa ha perso l'identità

Ragusa - Siamo nel «caveau» dello studio di Peppino Leone. Il contenuto di questo archivio? In mezzo secolo a cosa ha guardato il suo obiettivo?
«Cinquantacinque anni di fotografia. Di ogni tema, poniamo "Etna paesaggio", raccolgo non solo i negativi, ma anche i provini a contatto, importanti per leggere ogni soggetto. L'archivio è un grande mosaico, dove i diversi argomenti s'incrociano. Poi ci sono servizi che partono da un'idea ben precisa».
Come le feste religiose, che nascono da una volontà documentaria, antropologica.
«La festa religiosa è molteplicità: è folklore, è varia umanità, è cambiamento sociale. Oltre al valore documentario non bisogna sottovalutare gli aspetti estetici. Anche se non cerco la fotografia di compiacimento. Non mi interessa per esempio fotografare il monumento inteso come oggettività».
I temi che lei ha attraversato monograficamente sono legati a un luogo geografico ben preciso, salvi i numerosi reportage esterni, in Spagna, in Umbria…
«Certo. La geografia che mi interessa portare a fondo attualmente è la Sicilia».
Esiste uno scambio biunivoco tra la Sicilia e Leone: è vero che è questa la materia che più l'ha coinvolto, ma è anche vero che l'icona della Sicilia nella fotografia è legata a Giuseppe Leone.
«È stato uno scambio di interessi, connesso a un viaggio immaginario che ho compiuto nella mia terra. Penso a Vittorini, che, pur vivendo a Milano, scrisse tanto sulla Sicilia. Lo stesso Consolo, o Tornatore. Questo è il luogo del romanzo».
Anche se il suo occhio non è stato quello del forestiero, bensì quello del consanguineo, un occhio insomma 'interno'…
«La fotografia è un gioco profondo. Trattando, per esempio, l'architettura rurale, non mi sono limitato a guardare la casa da lontano: sono entrato dentro, per capire, prima che per riprodurlo, come funziona un ambiente. E ci vuole una vita».
La fotografia è un istante o una storia?
«C'è un istante e una storia. Può essere anche un'unica immagine, che da sola racconta. Questo fa parte di una capacità, di una sensibilità, di raccontare in un modo vibrante. Il mezzo tecnico riproduce, ma le immagini bisogna inventarle. Allora l'immagine può diventare icona».
Il suo obiettivo riempie di liricità tutti gli oggetti che abbraccia, specie nelle foto che attestano la relazione simbiotica pattuita ancestralmente tra l'uomo siciliano e la sua terra.
«La fotografia deve essere un occhio particolare che reinventa. Ogni immagine deve possedere un equilibrato rapporto di visioni, di sguardi, ed una sua forza interpretativa. Prediligo il bianco e nero poiché permette un'astrazione che mitiga tutto, perché offre letture più evocative, di immagini senza tempo».
Nel pantheon di immagini che ha collezionato trovano spazio pure le effigi indimenticabili degli attori massimi della Sicilia dell'arte, della letteratura, ora private, ora pubbliche, sempre sottilmente allusive della personale cifra creativa. Partiamo da un'immagine storica, in primo piano la risata di Bufalino, quindi Sciascia e Consolo. Tre figure che sintetizzano tre facce della fotografia di Leone: Bufalino la metafora, Sciascia l'esattezza, Consolo il barocco.
«Conobbi Sciascia credo nel 1977, in una delle mie visite a Enzo Sellerio, l'editore con cui stavo preparando "La pietra vissuta", libro che porta un testo splendido di Rosario Assunto. Sciascia fu subito molto cordiale con me, dichiarandomi pure il fascino che su di lui esercitava la mia provincia iblea. Nello stesso periodo conobbi Bufalino. Fu la fotografia a farci incontrare. Sellerio mi incaricò di restaurare e stampare un centinaio di fotografie relative alla Comiso di fine '800, che avrebbero dovuto costituire il corpus di un libro, "Comiso ieri", accompagnato dal testo di un certo professore di Comiso, allora sconosciuto. Il suo scritto lasciò tutti stupefatti. In seno alla casa editrice Sellerio nacque il magnifico sodalizio tra Sciascia e Bufalino, ai quali si aggiunse Consolo, scrittore che amo particolarmente, per la qualità impareggiabile della sua lingua. Sono indimenticabili i nostri pranzi alla Noce, in campagna».
Il suo sguardo di cittadino che ha vissuto questa provincia e questa città, senza cedere alla tentazione dell'espatrio?
«Ragusa ha smarrito la sua identità. Non mi ci ritrovo più. Ha perso il suo centro, dove c'erano i giovani, i negozi, la cultura, il Turati, la vita che pulsava».
A chi o cosa attribuisce questa perdita?
«È facile intuire».

 

La Sicilia

Elisa Mandarà

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