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Giovedì 09 Febbraio 2012 - Aggiornato 09/02/2012 16:30 - Online: 277 - Visite: 8388607

08/07/2008 20:37

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La discesa di Ellj Nolbia. Dedicato a Linù e agli Amici del Pedale

Cadendo sull’asfalto, lì aveva lasciato la grinta, la forza, le speranze di vittoria e trovato ferite e immobilizzazione per lungo tempo.
Tornò in sella per la sola convinzione della passione e di un riscatto da cercare.
Però, pedala, pedala, Ellj Nolbia si staccò dal gruppo: ma non in avanti, direzione della vittoria, come alcune volte gli era riuscito, ma indietro. Pedalava chiuso, chino, mettendo tutta la sua forza: ma era poca.
Davanti, su per la rampa della Balata, il gruppo variopinto andava via come succhiato. Vaporava quasi, curva dopo curva, branco leggero e arzillo. Ellj, dietro e sotto, perdeva metri ad ogni pedalata e dura fatica sarebbe stato - in quel momento - convincerlo che salita e discesa sono, almeno da un certo punto di vista, la stessissima cosa. Il suo punto di vista dominava: faticato, picchiato nel cuore, angoscioso e dolente.

Lo salvò un senso della misura. Un estremo e pietoso risparmio di sé, che gli veniva da un lontano antenato di Stazzo, salvatosi dalla consumazione del lavoro per un certo sistema di tirare il remo un istante dopo gli altri, quando il duro strappo nell’acqua era già dato...

Ellj decise, insomma, raschiato e offeso da quella fatica sterile, di imboccare la prima discesa, qualunque fosse: una scelta in qualche modo filosofica, riferita alla discesa come pura forma, slegata da meta o fine. L’imboccò con una sterzata molle, benevolente, passandosi la lingua sulle labbra secche: gesto consueto, che gli procurava poi una gradevole freschezza sulla bocca. Un bacio d’aria.

Quella secchezza veniva da una sete, e non solo per la salita: all’ultimo rifornimento, per scarsità o distrazione degli incaricati, nessuno gli aveva allungato al volo la meritata borraccia. Pedalando, poi, in coda al gruppo, la sete imbestialita gli aveva fatto aprire la bocca, a raccogliere spruzzi e resti delle bevande degli altri, ma più che in bocca glien’erano arrivati sugli occhi: un pianto persino rubato.


Ellj smise subito di pedalare, perché in discesa - tranne che in furiosi inseguimenti o fughe - pedalare non serve e sulla stradina sarebbe stato pericoloso.
La bicicletta - attrezzo complesso e solido - ronzava con piccolissimi scarti, scivolando giù per la doppia siepe e un odore caldo di mare e fieno si divideva sul naso affilato del ciclista. L’anticipo di un’aria estiva avviluppò il giorno, che rabbrividì in una scorza di vento. La poca polvere sollevata dalle ruote sottili si perdeva dietro, fastidiosa solo per sconosciute formiche o farfalle dal volo basso. La luce all’orizzonte si fece scialba, e credette che il giorno fosse finito. I suoi pensieri si raggomitolavano nell’afa, che li asciugava di ogni aspirazione agonistica.

- Peccato che finirà...- bisbigliò, o forse solamente pensò il ciclista, che mai aveva percorso discese illimitate: quella però - digradando così lievemente da non richiedere il freno - durava già da molto, e non se ne vedeva o intuiva, là avanti, la fine. Ellj ebbe dunque il tempo di considerare se stesso: come ciclista.
Ciclista sconfitto, deluso.

L’andatura facile e pacifica, infatti, non lo seduceva tanto da fargli dimenticare che il tempo in cui pedalare era proficuo, in cui scopo tenace era passare, una volta o l’altra, vittorioso o almeno ben piazzato, sotto lo striscione del traguardo, quel tempo: era perduto. Ormai il problema per Ellj era quello di arrivarci in qualunque modo, sotto quella striscia, la cui ombra gli percorreva lentamente il corpo sfinito, come una palpebra annoiata.
Ellj si era visto e sentito arrivare ultimo, penultimo, o confuso nel mucchio una dolorosa quantità di volte. Ma pedalare era il suo lavoro, pedalanti i compagni e gli amici, pedalabili le sue strade. La catena girava, girava … trascinando nell’ingranaggio il battito del giorno.

Rifletteva più con immagini che con interiori parole, scendendo libero per quella viottola: ma l’averla imboccata contro ogni logica di gara, di inseguimento, di carriera, era certo una risposta, almeno di fatto alle amare domande su di se che andava ponendo. E poiché, anche, gli piaceva quel bel paesaggio profumato, caldo e lucente, sentito sulla pelle oltre che visto con gli occhi; poiché si godeva l’aromatica solitudine della campagna, e l’assenza delle solite groppe di pedalatori sussultanti, bestemmianti, imprecanti: tutto questo era certo un’altra risposta, sebbene implicita, sulla mite inchiesta di sé che lo opprimeva.
Quello stesso andar giù, quel cedere alla gravità del mondo, quello scendere non frenato, da acqua innocente: tutto ciò era forse una risposta, sebbene preliminare, alla sua generale ed esistenziale inquietudine.
Dove conduceva, del resto, quella discesa?

Non sembrava, ad Ellj, di essere prima salito tanto, quanto poi era disceso. Ad occhio, data l’altezza sul livello del mare del territorio da cui era partito, gli sembrava che quella discesa lo stesse portando giù in modo eccessivo, oltre il consentito, o il geograficamente possibile.
Questa situazione di discesa illimitata, indeterminata, di cui si era forse abusato in letteratura, non lo turbava tuttavia più di tanto: giacché andare giù era un fatto fisico, assolutamente presente nel corpo, mentre le congettura su quanto e perché si scendesse, e verso dove, appartenevano alla sfera del mentale. Ellj aveva un criterio di verità, di realtà, principalmente muscolare.

Se egli avesse avuto anche solo un’infarinatura di letteratura, sarebbe stato avvertito che quella discesa vaga, continua, infinita, che tanto lo allontanava dal suo mondo di astiosi e sudanti pedalatori, quella discesa “arcana”, preludeva a qualche situazione decisiva, gonfia di sottile e rivelante verità: un processo, l’incontro con un Vate, un indiamento ...*

Ma Ellj, non sapeva di letteratura: si godeva la discesa come se fosse stato possibile, a quel suo sventurato e astuto antenato godere, dopo anni di lavori forzati, un mare in discesa. Ed Ellj a quel modo, senza domande, chissà per quando avrebbe proceduto: e tuttavia la discesa finì, mostrando che il piacere, l’abbandono,  non hanno limiti, mentre l’artificio letterario, anche il più sfacciato, sì!

La discesa si placò, la stradetta continuò tra campi maturi, dritta. Spinto in avanti dall’interminabile caduta, Ellj continuò senza pedalare, rotolando quieto su quel nastro silenzioso.
Si guardò intorno, e altro non vedeva che oro di fieno, quasi al punto del taglio, e sagome lontane di casette basse.
Intanto rallentava, e l’automatica regia dei muscoli, già stava riprendendo la pedalata, quando, sbucando alla vista, da un gruppo di case abbandonate, un po' discostate dalla strada, apparve una grande e antica casa.
Ellj considerò il doppio invito: davanti la piazza bianca che continuava fino al limite del muro della casa; di là quella casa che gli aveva attirato lo sguardo senza gesti, con silenziosa discrezione.
Dopo poche pedalata si decise a fermare la bicicletta davanti alla grande porta di legno marrone, che era chiusa. Scese dalla bicicletta, appoggiandola con cura alla parete scabra della casa. Iniziò un esercizio isometrico, consigliato dai medici sportivi dopo ogni fatica pedalatoria, per compensare maldestre e coatte tensioni muscolari.

Fu in quella posizione - ritto in piedi, con glutei e addome fortemente contratti, mani intrecciate dietro la nuca in fiera spinta, braccia cordate nell’impegno - che lo scoprì e guardò una giovane donna, che usciva proprio allora dalla casa, nel più classico ed adeguato atteggiamento: cioè portando un secchio di bucato profumato e variopinto.
Sorpreso in quella statica, parzialmente arrossendo, ma confondendosi il rossore con quello dello sforzo, Ellj fece di tutto per trasformarla in accettabile stiramento: quasi a dire che anche il ciclismo, come per il bucato, per esempio, è un lavoro di quelli che intorpidiscono, che indolenziscono.
Lei non mostrava tuttavia di trovare buffo l’atteggiamento e l’abbigliamento di Ellj, e s’intuiva non dovesse avere nessuna contrarietà con i ciclisti di professione. Sorrise delicatamente e con un accento che non parve strano, o straniero, a Ellj disse:
- Bentornato!

                                                                                                                                   Ellj Nolbia

Nella foto, la radiografia del femore d Ellj

*indiamento è un neologismo dantesco nel IV canto del Paradiso “Indiarsi come io mi indio”: avvicinarsi a dio.
Nel dizionario De Mauro: innalzarsi a Dio partecipando della beatitudine e della gloria divina.
L'Indiamento, è un termine di natura filosofico-religiosa e indica un tipo di unione di genere estatico dell'uomo con  Dio. (wikipedia)

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