Carmelo Candiano scultore. Carmelo Candiano pittore. Una mostra, quella che presenta il Movimento Culturale Vitaliano Brancati che affianca la recente produzione scultorea dell’artista a quella pittorica di oli su carta e cartoncino in un monologo intenso, serrato, problematico tra i valori plastici espressi prepotentemente lungo tutto il suo percorso di scultore e l’esigenza di praticare la pittura. Modulazione della stessa voce che si esibisce in due registri diversi e tuttavia profondamente legati, imprescindibili l’uno per l’altro.
Sono andata a trovare Carmelo Candiano nel suo studio, in aperta campagna, su una collina dalla quale puoi vedere il mare e la cava di pietra. Sono andata a trovarlo con una aspettativa datami dalla conoscenza di lunga data dell’artista e dei suoi lavori e ho notato, accanto alle opere a me “familiari” , un cambio di direzione, una radicale riformulazione dell’intenzione plastica. Gli oggetti che occupano lo spazio dello studio sono quelli delle sue opere più note: carrube, piatti di terracotta, melagrane oltre a calchi di argilla e blocchi di pietra da plasmare, ma, in questi recenti lavori c’è una volontà nuova, la curiosità e la voglia di sperimentare e sperimentarsi in una sfida che lo porta a distogliere lo sguardo dal corpo umano, dai girasoli, dagli oggetti che fanno parte del suo mondo: non più bambini dalle forme erculee in un perfetto equilibrio tra l’innocenza del gesto e una tensione che denota sforzo e sofferenza, non più girasoli accartocciati, ma forme pure, impersonali, primordiali scaturite da una progressiva eliminazione degli elementi accessori. Una grande finestra di metallo è al centro della stanza, una struttura reticolare come una gabbia all’interno della quale Carmelo Candiano ha collocato, esercitando una pressione, disponendo in maniera calcolata le zone colorate, estrinsecando una volontà di denuncia o di semplice cronaca, materiali di scarto della nostra quotidianità (pagine di riviste, quotidiani, tappi di bottiglia, lattine, pezzettini di gomma, stracci). Materiali dell’esistenza destinati alla distruzione o alla deturpazione dell’ambiente e che l’artista ha scelto di rendere vivi, utili, parte di una architettura, di un teorema della contemporaneità. Finestre di pietra pece e di arenaria, nero e ocra, maschio e femmina, accarezzate fino a levigarne la superficie e farla diventare una epidermide che assorbe e riflette la luce, perfette nella loro linea dove lo scarto, la dissonanza, il dato critico è dato dai punti di congiunzione dell’architrave e degli stipiti. Finestre chiuse da lattine schiacciate e trattate con polvere di pietra fino a farle apparire elementi naturali. Siamo di fronte ad una classicità corrotta nelle regole e nei materiali, rapiti da miniature architettoniche alle quali manca il dato narrativo, fosse anche il titolo, ma dove rimangono saldamente incisi il mito, il destino e, soprattutto, l’attesa. Finestre che chiudono lo sguardo verso il lontano, l’esterno, l’ estraneo per riportarlo ad una dimensione intellettuale della coscienza, della memoria, dell’essere hic et nunc.
Candiano vira, il suono dello scalpello si muove dalle forme caricaturali, dai corpi tozzi e massicci in cui la forza della materia travalicava i limiti del reale, a delle forme concluse, racchiuse, geometriche, essenziali. Si assiste ad una erosione della capacità significante del soggetto; la comunicazione dei sentimenti e della ragione viene ora affidata esclusivamente alle forme, all’intrecciarsi delle masse, al loro compenetrarsi e risolversi l’una nell’altra. Sono nodi: della coscienza, dell’esistenza, della fisicità. Meccanismi del corpo e dell’intelletto.
C’è il grembo nascosto e trepido della pittura fatta di luci e ombre cariche del mistero di silenziosi meriggi estivi. I fiori, la frutta, le terrecotte sbrecciate sono collocati in un tempo immobile, protagonisti di un gioco di prestigio sapiente dove le ombre impediscono alla luce perpendicolare del mezzogiorno di far svanire gli oggetti, di sgretolarli come castelli di sabbia. I soggetti di questi lavori sono incardinati in una architettura visiva creata dal colore fatto di texture, di passaggi tonali, di fremiti del colore. Il primo piano e il fondo sono intrisi d’esistenza, i fogli hanno catturato umori, suoni, pensieri, sogni. Si sono macerati di luce e vibrano d’emozione.
Lucia Nifosì