di Redazione
CATANIA, 23 FEB Il suicidio è stato scoperto dai
familiari dell’uomo, nella loro casa di Linguaglossa. “Nulla
faceva presagire un gesto del genere”, commenta il suo legale,
l’avvocato Rosario Pennisi che stamattina gli ha reso noto la
sentenza della Corte d’appello di assoluzione dell’imputato
perché il fatto non sussiste. L’ultima udienza del processo era
stata discussa ieri.
Il lungo iter giudiziario era stato avviato nel 1993 quando
l’imprenditore aveva dei lavori edili bloccati. L’uomo aveva
accusato un dipendente di un Comune vicino di essere il
responsabile dello stop, lo aveva denunciato per concussione e
si era costituito parte civile nel processo, che era diventato
“la sua vita”, scrivendo di proprio pugno numerosi memoriali. In
primo grado, nel 2001, il dipendente era stato condannato e la
sentenza era stata confermata in appello, nel 2006. Nel 2010
però la Cassazione aveva accolto il ricorso dell’imputato e
annullato con rinvio, anche perché la sentenza di secondo grado
era stata scritta a penna e la Suprema Corte l’ha ritenuto in
parte illeggibile e quindi incomprensibile. Ieri l’ultima parola
giudiziaria, con la Corte d’appello di Catania che ha assolto il
dipendente comunale.
L’imprenditore ha avuto così i lavori ancora bloccati e le
spese legali e processuali da sostenere. Ha perso quella che era
per lui la battaglia più importante, quella della “sua vita”.
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