Sanità Un ospedale multietnico in provincia di Ragusa

E gli immigrati si bruciano i polpastrelli

Ragusa - Un gesto, anche solo una parola di conforto. Ma soprattutto un servizio che funzioni, come in parte già lo fa rilasciando i tesserini Eni (Europeo non iscritto) e Stp (Straniero temporaneamente presente), garantendo un’attenta assistenza sanitaria.

L’ospedale multietnico non è dunque un sogno, anzi è già attivo, e non solo attraverso i cinque ambulatori dedicati esclusivamente agli stranieri (Acate, Vittoria, Santa Croce Camarina, Scicli e Ispica).

“Bisogna superare le diffidenze – dice Nunzio Storaci, direttore U. O. di malattie infettive dell’ospedale Civile di Ragusa –, recuperare un rapporto che spesso si è perso e cominciare ad ascoltare di nuovo i pazienti, soprattutto quelli in difficoltà, come gli extracomunitari. L’ospedale è multietnico, lo è sempre stato, ed è per questo che siamo fortemente contrari a qualsiasi normativa sulla segnalazione. Noi siamo medici e vogliamo fare il nostro compito”. 

Dal tavolo della sala Avis di Ragusa, riunito a discutere in un convegno promosso dall’Avo, in collaborazione con l’Asp, sono il questore di Ragusa Giuseppe Oddo, il dott. Raffaele Elia, direttore sanitario dell’ospedale Maggiore di Modica, il dott. Antonio Davì, direttore di malattie infettive al Maggiore di Modica, Fethia Bouhajeb, mediatrice linguistico-culturale dell’Ausl 7 e Giuseppe Fortunato Micieli, referente per l’immigrazione dell’Ausl 7, a fare il punto sull’integrazione sanitaria in provincia.

E ciò che vien fuori da tutte le relazioni è il buon senso e la disponibilità. A partire dalle forze dell’ordine, come spiega il questore Oddo, non solo parlando dei 47 sbarchi di 1610 immigrati ma anche dei 16.000 residenti regolari in provincia di Ragusa di cui, a maggioranza marocchina, il 35% vive tra Vittoria, Santa Croce Camarina e Ragusa.

“Il 99% di chi sbarca nelle nostre coste non ha un documento, molti arrivano a bruciarsi i polpastrelli per eliminare le impronte digitali. Poi c’è l’accertamento medico immediato e non sono mancati casi di scabbia, meningite, varicella, tubercolosi, con rischi di contagio anche per i nostri agenti. Dopo gli ultimi sbarchi anomali – aggiunge Oddo – oggi non arrivano più. Mi chiedo come farà Gheddafi a non farli partire. Sono convinto che sarebbe di gran lunga meglio continuare ad accoglierli”.

Sulle patologie è il dott. Davì a dare dei dati rilevanti mostrando le nuove malattie che la globalizzazione ha portato anche in provincia. Si tratta della malaria, scabbia, parassitosi, aids e lue. Sfatando però il terrore di pandemie il dott. Davì ha sottolineato come sia necessario rivisitare alcuni concetti di patologia utilizzando un approccio medico e terapeutico diverso che tenga conto non solo di queste nuove patologie ma anche dei servizi di prevenzione.

https://www.ragusanews.com//immagini_banner/1518431048-3-peugeot.jpg

“Non siamo all’assistenza degli anni ’60, l’impegno di noi operatori, medici, è sempre grande nel silenzio della corsia. L’ospedale del futuro c’è già, abbiamo però bisogno di nuovi modelli di assistenza”.

Eppure, benché nuove malattie spesso dimenticate dalla medicina attuale, sembrano affacciarsi in provincia, i parti e gli aborti detengono il primato.

“Nel nostro ospedale – spiega il dott. Elia – già nel primo quadrimestre 2009 il 5 % dei pazienti è stato straniero, e soprattutto femminile. C’è una crescita continua che però non deve destare preoccupazione né dal punto di vista economico né da quello patologico, visto che i parti e gli aborti e raschiamenti hanno un notevole primato sulle altre più gravi patologie. La missione dell’azienda, però, resta quella di offrire maggiore attenzione ai pazienti stranieri. Basta poco. Sarebbe sufficiente sviluppare alleanze con i servizi sociali e con le associazioni di volontariato; divulgare una responsabilità aziendale sull’interculturalità, magari anche con dei corsi di lingua per il personale; inserire un sistema di segnaletica specifica nell’ospedale anche solo in inglese o garantire un menù adeguato, ma anche la fruibilità dei servizi e migliorare i collegamenti tra l’ospedale e il territorio stesso”.

Un passo avanti, in ambito d’interculturalità, è stato sicuramente fatto già nel 2006 con l’inserimento di Fethia Bouhajeb all’interno dell’Ausl 7.

“In questi dieci anni di attività – dice Fethia – abbiamo fatto dei grossi passi avanti. Il mio lavoro è fondamentale e non solo per una questione linguistica. Bisogna conoscere ogni cultura per capire veramente il dramma dei tanti che sbarcando in Italia, costretti a subire un vero shock culturale e ricrearsi un’identità”. 

Frattanto l’incremento di cure, registrato anche nelle strutture dedicate esclusivamente agli stranieri clandestini, ha subito una flessione del 40% proprio quando si parlava della normativa sulle denunce dei sanitari, ha aggiunto Giuseppe Fortunato Micieli, “se passa il reato di clandestinità non solo torneremo indietro, ma metteremo a repentaglio la salute di tutti gli altri cittadini”.