Scuola Diario di un Prof

Identità e integrazione, la lezione del mio alunno tunisino

L'esperienza di Jihad

Accade talvolta che le parti s'invertano e che siano i figli, o gli alunni, o persino gli estranei a farci accorgere di ciò che portiamo addosso, di quello che ci caratterizza e ci rende unici e che noi, invece, dandolo per scontato, vorremmo dismettere, quasi si trattasse di un vestito di una stagione ormai trascorsa.

Me ne accorgo, avvertendone il paradosso, leggendo sul giornalino studentesco della scuola l'articolo del mio alunno tunisino buttato giù dopo aver visto, insieme ai compagni e all'insegnante, il film sulla vita di padre Puglisi, il sacerdote assassinato dalla mafia nel 1993.

«Sono un ragazzo tunisino che vive in Italia da sette anni - scrive Jihad -. Da quando sono arrivato in Sicilia ho sempre sentito parlare della mafia e delle sue conseguenze, ma quello che conoscevo di essa era solo una piccola parte. Nei giorni scorsi, col mio professore di religione, in classe, abbiamo visto il film intitolato "Alla luce del sole".

Il protagonista era don Giuseppe Puglisi. All'inizio della visione ero convinto che la storia fosse inventata, ma mi sbagliavo, perché i fatti erano veri. Il film tratta di un uomo che torna al suo paese dopo tanti anni per fare il prete. Tornato a Palermo, i suoi ricordi riguardano la sua giovinezza, anche a me accade la stessa cosa quando ritorno in Tunisia. Don Puglisi si dispiace perché la sua città adesso è dominata dalla mafia, e così prende una decisione molto difficile: quella di cambiare la gente a costo di perdere la vita. Il suo coraggio proveniva dalla sua fede. Non solo la fede in Dio, ma anche quella nelle persone. Don Pino Puglisi, infatti, comincia dai più piccoli dando loro fiducia, poi cerca di aiutare i poveri. A quel punto cominciano i problemi, perché questo va contro gli interessi della mafia. Don Puglisi viene ucciso perché ha voluto aiutare dei poveri disgraziati che, per paura, non riuscivano più a camminare a testa alta».

Nelle parole di Jihad, affiora una coscienza di sé che solo l'incontro vivo con una umanità grande può generare. Si tratta di una coscienza che attiene, non semplicemente alla cultura dell'"antimafia", bensì all'umano tutto intero. Qualcosa che ha a che fare con la statura a cui anche lui è chiamato ad assurgere per "camminare a testa alta".

Mi colpisce in modo particolare il fatto che il mio alunno individui, senza esitazione, nella fede in Dio e nella fiducia negli uomini la radice dell'umanità del prete di Brancaccio. Un'umanità caratterizzata dall'essere "prete", dall'essere uomo cioè, chiamato a realizzare esistenzialmente l'immagine viva di Cristo. Proprio in virtù di ciò, egli è stato capace, ad un tempo, di accogliere tutti e di essere intransigente nel rifiuto di quella"strada di morte, incompatibile con il Vangelo" che è la mafia. Tale identità cristiana, che poi coincide con quella più profonda del nostro popolo - sembra suggerirci Jihad - non rappresenta affatto un intralcio all'edificazione dell'umano, e dunque alla realizzazione di un'autentica integrazione, anzi, essa ne costituisce piuttosto il presupposto fondamentale. Strano e bello che a ricordarcelo debba essere un ragazzino figlio di immigrati.